Palmanova incontra i suoi scrittori

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Margherita Reguitti

13 Ottobre 2020
Reading Time: 6 minutes

Al via “I giovedì dei libri”

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“La Cardatrice” di Maria Renata Sasso, uscito per Gilgamesh Edizioni, è il libro che apre la nuova serie di incontri proposti da “I giovedì dei libri” dedicato agli autori palmarini in programma dal 15 al 29 ottobre 2020 alle ore 18 nella Polveriera di Contrada Garzoni a Palmanova (ingresso libero con prenotazione obbligatoria via mail all’indirizzo comunicazione@comune.palmanova.ud.it). 

Il volume, raccolta di 8 racconti, è una sfida felicemente portata a compimento per forza di scrittura, originalità di soggetti e intensità di empatia soggettiva nella costruzione di storie brevi che lasciano un lungo riverbero nella memoria del lettore. Da ogni narrazione scaturiscono una sorpresa di sviluppo, un volo dal Friuli alla Carnia, da Palmanova a Bari, dai foschi tramonti di New York ai primi del ’900 ai tumultuosi movimenti studenteschi dopo Valle Giulia a Roma.

Le pagine scorrono agilmente, nonostante i temi trattino di fragilità, vulnerabilità, sofferenze dell’anima. La scelta del racconto come modalità espressiva ha imposto all’autrice un lavoro di sintesi, di sfoltimento del superfluo, di impasto per lavorare e rendere morbido contenuto e contenitore, di controllo del soggettivo per dare voce a una narrazione che sia oggettiva nel punto di osservazione, senza perdere il pathos della passione. Rigore espressivo che ha aggiunto forza senza comprimere le storie.

La memoria lega i racconti nell’impellenza di porgere al lettore uno sguardo intenso, narrazioni con soggetti diversi e sorprendenti. Le storie sono offerte a ognuno per farle proprie, riconoscendosi o riconoscendovi una universalità che è condivisione.

Tutti i dolori sono sopportabili se li si fa entrare in una storia o se si può raccontare una storia su di essi”. Perché ha scelto questa citazione di Karen Blixen in apertura della raccolta?

“Mi è piaciuta molto questa frase perché, fatte le debite proporzioni fra me e lei, suggerisce di guardare agli eventi della vita da lontano, soprattutto quelli dolorosi, dando loro un contesto storico e narrativo in grado di renderli oggettivi, quasi per neutralizzare, o meglio trasferire, la carica emotiva che portavano con sé. Inoltre anche lei arrivò alla scrittura in età avanzata”.

Dal romanzo storico a 4 mani a racconti in solitaria; un passaggio controcorrente: come lo spiega e vive?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Scrivere un romanzo a quattro mani in contemporanea richiede una totale sintonia di idee, di modi di sentire, di visioni del mondo pur mantenendo la propria individualità. Il linguaggio che ne risulta è “meticcio”, la scrittura più controllata, più minuziosa, anche se in qualche misura viene rallentata proprio da questa ricerca a due della soluzione migliore. La scrittura individuale è al contrario più intima, personale, e vive una maggiore libertà di scelta sia della forma di scrittura, sia dei temi sia delle modalità in cui proporsi al lettore. Libertà che contiene anche un maggiore rischio di sbagliare, una maggiore dose d’incertezza”.

Come è avvenuto il passaggio?

“È stata una scelta dovuta anche a motivi contingenti, in questa fase della mia vita ho più tempo a disposizione ma anche più impegni da assolvere, perciò ho trovato che la dimensione narrativa del racconto breve fosse la più adatta da praticare nel passaggio fra la vita lavorativa e quella da persona ‘diversamente impegnata’”.

Come ha iniziato a scrivere racconti e quali le difficoltà del genere?

“Partecipando ad alcuni concorsi e mi sono subito accorta di come realizzare un racconto efficace comporti uno studio e un lavoro specifico che non mi aspettavo. Il racconto impone coerenza stringente e necessità di sintesi, quindi capacità di rinuncia. La concisione non deve andare a scapito dello spessore, della cura del linguaggio, delle soluzioni lessicali e deve mantenere allo stesso tempo alta la tensione narrativa. Il racconto necessita quindi di un’efficacia più immediata rispetto a quella richiesta a chi ha di fronte a sé un orizzonte narrativo più vasto, che consente di usare con maggiore larghezza tecniche di dilazione e di allontanamento fra i nuclei narrativi o dialoghi più estesi. Due modalità di scrittura molto diverse fra loro, ma entrambe molto stimolanti”.

Dalla Puglia al Friuli Venezia Giulia, da Bari alle montagne della Carnia: il silenzio delle rocce, la vita isolata e i colori e temperamenti del Mediterraneo. Tavolozze diverse?

“Essendo racconti in parte autobiografici, i luoghi in cui ho vissuto sono emersi con prepotenza e hanno avuto un ruolo di primo piano nella scrittura dei racconti. Otranto e Bari in particolare e gli anni ’50 e ’60 hanno dato l’imprinting al mio modo di essere e di pensare in una società e in una famiglia borghese, ma aperta e progressista. Un contesto dove la parità fra uomo e donna non era in discussione ma, per mia fortuna, messa in pratica quotidianamente. Arrivata in Friuli ho scoperto e amato questo territorio così vasto e vario”.

Come ha vissuto il trasferimento della famiglia in Friuli?

“Ero piena di curiosità e di attese, sia per la nuova vita sia per il nuovo ambiente che in parte conoscevo, per qualche viaggio fatto in precedenza. La vera conoscenza del Friuli Venezia Giulia è stata una conquista nel tempo. Il lavoro di insegnante in piccole scuole della Bassa friulana mi ha posto di fronte al desiderio di superare il gap linguistico. Mi sono così iscritta a corsi di lingua e cultura friulana per attuare una sorta di “ospitalità” culturale all’incontrario. Non posso non amare il Friuli, in cui ho trascorso la maggior parte della mia vita, dove ho cresciuto i miei figli e dove ho intessuto la rete delle mie relazioni amicali e sociali. Un territorio che conosco abbastanza bene e che percorro in lungo e in largo. Ma da “migrante” di lusso non posso però dimenticare la Puglia e le doti umane che mi ha donato, una Puglia a cui spesso ritorno trovandola per certi versi mutata e per altri immutabile. Nei racconti, inevitabilmente, la mia è una Puglia dei ricordi. Ho trovato queste due ragioni antropologicamente più simili fra loro di quel che si possa credere. In questi racconti esprimo i loro contrasti e le loro virtù”.

I racconti sono memoria e incontro, scoperta e scelta di vita. Essendo sorprendentemente differenti come ha scelto il titolo e la copertina?

“Il titolo posso dire di averlo scelto io e l’editore ha approvato la mia scelta. Enigmatico, in quanto è una parola desueta e un po’ ambigua, e dal doppio significato; indica sia l’oggetto che viene usato per uno scopo preciso sia una donna che mette in pratica l’azione del cardare. Ambiguità che abbiamo immaginato potesse incuriosire il potenziale lettore. La scelta dell’immagine da inserire è stata invece concordata dopo una serie di ipotesi, più o meno astratte o descrittive. Il bel quadro di questo pittore napoletano di inizio Novecento, Gennaro Villani, intitolato Veneziana, ha convinto entrambi e il grafico ha realizzato una copertina di cui sono davvero soddisfatta. La donna rappresentata può evocare le tante protagoniste dei vari racconti o una in particolare, può indicare l’autrice, chissà. I quadri o gli specchi alle spalle della signora richiamano la pluralità delle storie”.

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