Sguardo senza confini

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Margherita Reguitti

9 Maggio 2017
Reading Time: 5 minutes

Cristian Natoli

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Il suo ultimo lavoro è stato la realizzazione del back stage della fortunata serie televisiva Rai “La porta rossa”. Cristian Natoli, goriziano, classe 1981, ha alle spalle già una lunga e importante carriera come regista di fiction, docufilm, reportage, reality e video clip. Ora anche produttore: con Chiara Toffolo ha fondato nel capoluogo isontino la “Tesla Production”. In questi giorni sta lavorando alla realizzazione di una serie di 4 spot per il web commissionati da un’importante società italiana.

La sua carriera è iniziata nel 2005 con il film tv “I colori della gioventù”; dietro alla telecamera è stato prima operatore di ripresa poi, dal 2009, regista. Sono già molti i premi conquistati in importanti festival internazionali. Ha lavorato con Alessandro Angelini, Massimo Cappelli, Ivan Cotroneo, ha collaborato al Film “Zoran il mio nipote scemo” di Matteo Oleotto, seguendone il back stage, ma anche con Gabriele Salvatores per “Il ragazzo invisibile 2”. Per Rai3 e Indigo è stato uno dei registi del docureality “Chiedi a papà”.

Ama Gorizia, tanto da resistere al fascino delle grandi città che offrono molte occasioni di lavoro e contatti, ma dove è difficile vivere una vita che permetta anche pause di studio e di ricerca.

Cristian, quando è iniziata l’avventura nel cinema?

«È una passione nata con me. Con l’amico d’infanzia Carlo Ranalletta Felluga avevamo già deciso: da grande io avrei fatto il regista e lui l’imprenditore. Così è stato. Dopo aver frequentato il Dams cinema a Gorizia ho iniziato a muovere i primi passi in questo mondo, trovando che il Friuli Venezia Giulia, grazie all’attività dinamica della Film Commission e del Fondo audiovisivo, offre vere possibilità di lavoro».

Quale è stato il suo primo lavoro importante?

«Certamente nel 2009 il documentario “Attorés. Vent’anni dalla caduta del muro di Berlino”: un reportage sui confini in altri contesti europei. Un viaggio raccontato anche con interviste di storici e le testimonianze di chi ha vissuto la cortina di ferro, della quale ha conservato pezzi oltre a molti ricordi. Un lavoro che ha riscosso interesse e nel 2011 è stato in concorso al David di Donatello».

Essere nato in una città di confine quanto ha influenzato il suo lavoro?

«Molto direi, tanto che il tema è stato il protagonista anche di un altro documentario dal titolo “Allamhatar” del 2013, dedicato alla scissione geografica italiana e slovena di Gorizia e Nova Gorica in rapporto/ confronto con le città tedesca e polacca di Görlitz e Zgorzelec (lavoro finalista al Premio Celeste e esposto al Palazzo delle Arti di Napoli, n.d.r.). Attraverso gli occhi di una giovane fotografa goriziana, Veronica Franceschini, nata dopo la caduta del muro di Berlino, siamo andati alla ricerca delle differenze e delle similitudini di realtà urbane, culturali e sociali del passato e del presente segnate dalla  divisione. Un percorso compiuto da una generazione che vuole comprendere, fra storia e finzione, gli errori del passato da non ripetere».

Per lei che cosa ha significato il confine?

«Dal punto di vista personale ed esperienziale il confine non è mai stata una limitazione o una costrizione. Paradossalmente mi sono accorto della sua esistenza quando è caduto, prima non l’ho mai vissuto come un problema. Anzi la nonna abitava in Slovenia, questo significava andare a fare festa, a divertirsi, rompendo la routine della quotidianità di casa».

Una condizione esistenziale in accezione positiva.

«Con in più un interesse antropologico fatto di reciproco scambio nel contesto di riferimenti culturali, linguistici ed estetici diversi. Le differenze fra italiani e sloveni hanno radici nella storia millenaria della città di Gorizia e in quella recente di Nova Gorica. In poche altre parti d’Italia e dell’Europa è possibile, spostandosi di pochi chilometri, fare uno stacco semantico-linguistico. Questo mi piace perché amo le differenze, da noi sempre vissute con buona convivenza umana, personale e sociale. Altra cosa sono le relazioni politiche e le divisioni create dalle due guerre del Novecento, fonti di odio e di differenze fra italiani e sloveni, fra partigiani e fascisti».

Nel 2015 ancora una regia in un docufilm sulla Grande Guerra, per il quale ha ricevuto il premio speciale per il Miglior Film al Festival Internazionale “Un film per la Pace 2016”, opera trasmessa poi da Rai Storia…

«È importante far conoscere aspetti della storia con radici in questa regione. Ecco perché in “Figli di Maria” ho voluto narrare la vicenda di Maria Bergamas, madre del milite ignoto, nata a Gradisca d’Isonzo che ad Aquileia scelse la salma che avrebbe ricordato tutti i caduti nell’Altare della Patria a Roma. La cifra del lavoro è un linguaggio espressivo di documentario di narrazione, dove forti sono le atmosfere, con la finalità di emozionare senza essere né storici né scientifici. Ecco perché va guardato in complemento a un libro di storia».

Con “Per mano ignota. Peteano una strage dimenticata” del 2012 il riconoscimento invece è arrivato anche da oltre oceano.

«È stato finalista al Golden Door Film Festival di Jersey City, ma ha anche vinto il primo premio come miglior documentario al Cuneo Film Festival, oltre ad altri riconoscimenti. Ritengo che il pregio e la forza di questo lavoro stia nel mettere in evidenza come gli attentati abbiano una radice comune che tocca, soprattutto in questo momento storico, gli animi dello spettatore anche se parla lingue diverse. Questo è avvenuto negli Usa; sorprendendoci e rendendoci orgogliosi di avere fatto conoscere la storia di queste terre, dove a volte le cose accadono prima. Peteano infatti anticipò la strategia del terrore degli anni di piombo».

Come realizza i suoi documentari?

«La struttura narrativa emerge dal montaggio, prima però approfondisco i fatti e i personaggi. Scrivo con le immagini seguendo una traccia di massima della sceneggiatura. Diverso è il processo per un film di back stage, dove il trattamento del soggetto deve rispecchiare la linea guida del committente e il tutto deve essere realizzato in massimo tre minuti di film, sette nel caso di un back stage classic riassuntivo come in “La porta rossa”».

Come è stato lavorare sul set di “La porta rossa”?

«Una bella esperienza. Con la produzione è stata una sfida impegnativa ma di grande soddisfazione e crescita. Riassumere il film in back stage non era facile ma abbiamo scelto una modalità narrativa corale. Trieste poi è così affascinante e offre tante suggestioni per il nostro lavoro».

Quali i progetti a breve e medio termine?

«Con la nuova casa di produzione “Tesla Production” abbiamo avuto contatti con dei committenti per due film ai quali stiamo lavorando. Non anticipo nulla perché siamo proprio agli inizi, ma sono abbastanza ottimista sugli sviluppi. Oltre a ciò ho tre progetti nel cassetto ai quali tengo molto».

Cosa non farà mai?

«Lavorare da solo. Amo il cinema perché è fatto dall’insieme di professionalità diverse, dove ognuno ha un ruolo specializzato e non c’è spazio per i tuttologi. Per questo non farò mai il pittore, da solo in studio; dipingerei solo tele tristi».

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