Imoney tab white
Utilizziamo i cookie per offrirti la miglior esperienza possibile sul nostro sito Web.
Quando utilizzi il nostro sito Web, accetti che vengano trasmessi cookie sul tuo dispositivo. Ulteriori informazioni

Gianni Maran

Cultura e Spettacolo
29 luglio 2019

Il giostraio dell'arte

di Claudio Pizzin
Da piccolo, mentre i suoi coetanei giocavano a calcio, si rifugiava nel disegno. «Se non fossi nato a Grado sarei una persona diversa. Mi sento isolano, ma mai isolato»
CONDIVIDI
30552
Gianni Maran, classe 1958, nel suo studio (ph. C. Pizzin)
Cultura e Spettacolo
29 luglio 2019 di Claudio Pizzin Image

Pittore, scultore, regista: Gianni Maran come si definirebbe?

«Sono stato sempre attratto da tutte le forme d’arte, ho frequentato il teatro che per me è il contenitore d’arte più completo, poi l’arte figurativa con la pittura e la scultura, ma amo la musica – immancabile quando lavoro, adoro Mozart – mi piace il jazz, il cinema, la letteratura, la poesia. A una domanda analoga, in passato mi definii un giostraio dell’arte. Ecco, questa è la definizione perfetta: sempre in movimento, non sopporto la sedentarietà della mente».

Partiamo dal primo amore, la pittura. Come scoccò la scintilla?

«Sin da bambino riuscivo a ottenere buoni risultati con le matite e mi rifugiavo nel disegno per fuggire alla mia inadeguatezza calcistica. Penso che sia nato così, perché così doveva essere».

Dagli inizi sotto la guida di Aldo Marocco all’incontro con Biagio Marin: in che modo queste due figure hanno influito sulla sua formazione artistica?

«La prima persona che mi ha formato artisticamente è stato Aldo Marocco. Ho avuto la grande fortuna di conoscerlo da bambino: Aldo frequentava la mia famiglia e cercavo sempre di imitare le sue gesta artistiche, ma era un gioco che poi si è trasformato in una passione e non immaginavo che potesse successivamente diventare il mio lavoro. Con Biagio Marin la frequentazione è principalmente con la sua poesia che mi ha dato moltissimo per la mia formazione. Biagio l’ho incontrato agli inizi degli anni ottanta e fu una rivelazione».

Il suo ultimo progetto pittorico si intitola Semo una carne sola: come si è sviluppato?

«Si tratta di una mostra voluta dalla Regione Friuli Venezia Giulia, che è stata inaugurata a Roma nel 2017, per poi essere allestita nel mese di novembre dello stesso anno a Bruxelles. Nel 2018 è approdata a Grado nella sala espositiva della Casa della Musica del Comune. In questa mostra ho voluto realizzare un percorso dove la poesia mariniana si fonde con il mio lavoro, tanto da ricevere il patrocinio scientifico del Centro Studi Biagio Marin».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Grado e il suo mare quanto sono importanti nella produzione artistica di Gianni Maran?

«Io sono certo che sarei un’altra persona se non fossi nato a Grado. La mia isola mi ha insegnato ad amare la poesia, mi ha sempre affascinato per i suoi colori e principalmente mi ha dato la possibilità di continuare a sognare, e di sentirmi un isolano, ma mai isolato».

A proposito di mare, la sua mostra Pesca miracolosa inaugurata nel 2015 a Trieste parla di acqua in senso lato…

«Il soggetto della mostra non viene rappresentato perché io sono gradese e figlio di pescatori, ma lo  trasformo in uomo e racconto così storie di uomini utilizzando il simbolo religioso più antico della storia: il pesce, che è sempre stato simbolo di vita e di fertilità. Poi l’ambientazione dell’acqua mi porta a omaggiare la grande madre, senza la quale noi non esisteremmo».

Risale agli anni ’90 il suo incontro con Mauro Manuel Musiani e la scoperta della ceramica e della lavorazione del vetro. Come mai questo cambiamento?

«Rispondo con un pizzico di malinconia. Mauro Manuel Musiani è stato per me un caro amico e un  ineguagliabile maestro, che mi ha portato ad amare la ceramica e il vetro. Con questi materiali abbiamo sperimentato tantissimo. Trasformavano la materia non solo in opere d’arte ma in un grande gioco; è stata una splendida complicità che ci ha portati a risultati eccellenti. Da quando Mauro non c’è più ho smesso completamente di impastare argilla: penso che sia un rifiuto interiore, senza di lui manca la complicità della creazione. Recentemente ho realizzato delle grandi sculture in vetro avvalendomi della collaborazione del maestro vetraio Silvano Signoretto a Murano».

Nel 2000 il passaggio dietro la macchina da presa, con la realizzazione di diversi cortometraggi. Come nacque il progetto?

«La settima arte mi ha sempre affascinato. Iniziai con la consapevolezza di entrare in un mondo tutto da scoprire: con l’aiuto corposo di amici professionisti del settore ho realizzato in quel periodo alcuni cortometraggi».

Il suo corto Ala de Vita si è avvalso della critica di un maestro del cinema quale Ermanno Olmi. Cosa ha significato per lei questo riconoscimento?

«È stata veramente una grande emozione, anche perché precedentemente aveva visionato altri miei corti, ma non gli erano piaciuti e la cosa mi aveva demoralizzato. Poi il progetto di Ala de Vita in cui ho voluto raccontare con determinazione la mia terra e la mia gente. A Ermanno Olmi è piaciuto la sua semplicità, tanto che mi ha inviato una bellissima lettera autografa: “Ho visto il tuo piccolo film (‘piccolo’ solo in riferimento alla insignificante convenzione del ‘minutaggio’) ma così denso di lirico sentimento che perfettamente rispecchia tutto l’amorevole attaccamento alla tua terra, che ti è anche madre...”»

Per non farsi mancare nulla è stato anche autore di un cartone animato. Che esperienza è stata?

«Molto interessante; il piccolo corto mi è stato commissionato da una grande azienda pordenonese che precedentemente aveva adottato come logo un mio lavoro, Il pesce che vola. E da quel lavoro sono partito nel sceneggiare una storia, una regia e poi la realizzazione dei disegni esclusivamente eseguiti con la tecnica dell’acquerello. La canzone che è stata composta per accompagnare il lavoro è del maestro Remo Anzovino».

Lei ha sempre vissuto a Grado: come è cambiata la città in tutti questi anni?

«Ho vissuto sempre a Grado, ma ormai da più di dieci anni trascorro l’inverno a Udine, dove ho avuto modo di frequentare tanti artisti friulani: Celiberti, Cabai, Spessot, Borta… Con loro ci sono sempre degli arricchimenti e scambi culturali che nella mia isola non trovo più così facilmente. Grado è cambiata, principalmente nella cultura, nella passione dell’appartenenza; gli interessi culturali si sono affievoliti, o addirittura annullati rispetto a qualche anno fa».

Nel 2011 il Presidente della Repubblica l’ha insignita della Medaglia di Rappresentanza: cosa ha provato?

«Una grande emozione. Il presidente Napolitano mi ha conferito il premio di rappresentanza per il progetto espositivo che si intitolava “ΙΧΘΥΣ”, pesce in greco antico, che è l’acrostico di Iesùs Christòs Theòu Uiòs Sotèr = Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. La mostra è stata inaugurata ad Aquileia a Palazzo Meizlik in occasione della visita di Benedetto XVI nel 2011».

A proposito di riconoscimenti, qual è il più bel complimento che ha ricevuto?

«Un artista riceve costantemente complimenti per il suo lavoro, ma molto spesso sono di circostanza. Se devo essere sincero i complimenti più belli della mia carriera me li hanno fatti i bambini della Nostra Famiglia di Pasian di Prato. Con loro ho realizzato una grande opera per il centro, dove all’inaugurazione con la loro dolcezza e la loro felicità sono riusciti a farmi commuovere: in quel momento mi sono sentito molto fortunato».

Qual è la prossima opera che Gianni Maran vorrebbe realizzare?

«In questo momento sto lavorando a dei progetti di grandi sculture in acciaio, che dovrebbero essere realizzate entro settembre. Poi ancora vetri a Murano. Ma principalmente continuerò a raccontare storie con la mia pittura che scandirà inevitabilmente le mie giornate».

Commenti (0)
Comment