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Educazione e soggettività

Psicologia
23 novembre 2018

Diventare ciò che siamo

di Cristian Vecchiet
Educare equivale ad accompagnare, evitando di proiettare le proprie aspirazioni. Gli adulti non impongano ai ragazzi scelte o preferenze che sono loro e non di chi si sta aprendo alla vita
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Psicologia
23 novembre 2018 di Cristian Vecchiet Image

Educare vuol dire accompagnare e sostenere qualcuno a realizzare se stesso, favorire la realizzazione della sua personalità nella sua originalità. A essere in questione è l’unicità della persona concreta in carne e ossa: ciascuno è irripetibile e ha qualcosa che nessun altro ha, ha avuto e avrà. Ciascuno di noi è insostituibile, proprio perché ha una sua originalità.

«Diventa ciò che sei»: esortava Nietzsche, riprendendo Pindaro. Questo forse è il punto focale dell’educazione e dell’autoeducazione. Ciascuno di noi porta con sé una identità fatta di potenzialità, di una storia personale, di relazioni, di legami, di appartenenze, di errori commessi e subiti, di rilanci, di scommesse sul futuro… Ciascuno rappresenta una narrazione originale e pratica del senso del mondo e della vita, che molto dipende e deve alle relazioni che abbiamo e abbiamo avuto, a quanto abbiamo ereditato e portiamo con noi.

Avere degli esempi e dei modelli da seguire è necessario nel processo di crescita. Infatti, si cresce in una certa misura grazie all’identificazione e all’imitazione. Tuttavia, poi è necessario staccarsene per formare la propria personalità, distinta da quella degli altri. Una personalità matura è sempre, almeno in una certa misura, autonoma e non riproduce semplicemente esempi, modelli e stereotipi.

Il punto è cercare di diventare se stessi. Quindi non bisogna per forza né essere come gli altri né essere all’opposto degli altri, ma crescere nella conoscenza di sé e cercare di far fiorire la propria originalità, le parti più autentiche di sé. Potrebbe sembrare una verità scontata. Eppure non risulta per nulla facile da rispettare. Non è affatto raro trovare genitori, insegnanti, educatori che vogliano – o comunque sperino – che i propri figli, alunni,  educanti si conformino alle aspettative proprie o della società. È sufficiente andare a vedere una partita di calcio per incontrare genitori che esaltano le presunte prodezze dei figli o che fanno di un errore una tragedia. Ma anche vedere come i figli scelgono la scuola superiore: i genitori spesso piegano i desideri dei figli alle proprie speranze.

Va detto che viviamo in un contesto sociale, culturale, economico, in cui la spinta alla conformità ad alcuni modelli è molto forte. Il mercato vuole che tutti noi siamo dei consumatori e, per essere tali, dobbiamo fare nostre – meglio senza esserne consapevoli – le istanze di chi vuol fare soldi e avere potere. Siamo bombardati da decenni da messaggi che ci inducono alla magrezza, al possesso di vestiti di moda, alla ricerca di determinati status symbol.

In realtà, come sosteneva Jacques Lacan, non esiste che una domanda alla quale tutti dobbiamo prima o poi rispondere: «Ho agito in conformità con il mio desiderio?». In altre parole: ho rispettato e fatto emergere la mia identità e la mia personalità e fatto fruttare i miei talenti o mi sono adeguato a canoni e aspettative di altri? Questa domanda è decisiva, perché suggerisce che ciascuno di noi ha un proprio posto nel mondo e nella storia e che la propria realizzazione passa attraverso la corrispondenza alla propria originalità.

La prima tappa di questo percorso di realizzazione di sé ci viene suggerita dall’oracolo di Delphi: «Conosci te stesso». La conoscenza di sé non è scontata e si sviluppa lungo un processo dinamico che dura tutta la vita. Conosciamo noi stessi grazie alle cose che facciamo, alle relazioni che costruiamo, agli episodi che ci riguardano.

Per conoscersi è importante sapersi ascoltare, non lasciare che le cose semplicemente accada- no, ma chiedersi cosa è successo, perché, come si è reagito e come si sarebbe preferito agire.

E cosa si può fare per educare a conoscere se stessi e a rispettare la propria originalità? Innanzitutto dedicare del tempo ad ascoltare. L’ascolto richiede che ci si metta in uno spazio vuoto per fare spazio all’altro. Ascoltare è una modalità importante di prendersi cura dell’altro. Ascoltare richiede tempo al di là della routine quotidiana. Ma è decisivo perché il figlio, l’alunno, il ragazzo che si sente ascoltato si sente al tempo stesso considerato per quello che è, e questo stile di relazione fungerà da modello di riferimento nel proprio rapporto con sé e con gli altri e da base nella maturazione del pensiero critico.

Conoscere se stessi aiuta anche a crescere nel pensiero critico (come il pensiero critico aiuta a conoscere se stessi), ossia nella capacità di interpretare in modo autonomo gli eventi, quello che facciamo o non facciamo, e quello che dicono, fanno e non fanno gli altri. Anche in questo caso si può ritenere che l’adulto che ascolta davvero il cucciolo d’uomo, gli lasci la possibilità di esprimere se stesso. È l’originalità accolta che dà la possibilità di esprimersi, di confrontarsi con sé e con gli altri e di far emergere ciò che si  è, al di là di qualunque adattamento a copioni o modelli esterni.

Partendo dall’ascolto i genitori, gli insegnanti, gli educatori in genere possono stimolare i ragazzi facendoli riflettere sulla loro storia, sui loro desideri, sui loro talenti, sulle loro fatiche, sulle loro difficoltà, sulle loro paure, su quello che hanno sperimentato e vorrebbero sperimentare... Un adulto può chiedere quali sono i desideri e le ambizioni del ragazzo e ragionare con lui sulla realizzabilità dei desideri e delle ambi zioni e sulla corrispondenza con le abilità e le difficoltà che ha scoperto di sé. Un adulto può anche esplicitare al ragazzo i suoi pensieri, senza  proporli come verità inconfutabili.

Importante è che gli adulti evitino di imporre e di indurre i ragazzi a delle scelte o a delle preferenze che sono loro e non di chi si sta aprendo alla vita. Il rischio è sempre presente. Si pensi alla scelta della scuola, dello sport, del lavoro… Ed è importante che gli adulti non rimproverino o non trasmettano senso di disillusione quando un ragazzo non asseconda le loro aspirazioni. Un genitore dovrebbe chiedersi piuttosto quale siano i propri desideri e non mescolarli con quelli dei figli. Educare equivale ad accompagnare, evitando di proiettare le proprie aspirazioni.

Rispettare e far crescere la soggettività personale e comunitaria è il compito fondamentale di chi educa. È tale perché vuol dire aiutare un cucciolo d’uomo a diventare ciò che è, a far emergere le parti migliori di sé, a trovare il proprio posto nel mondo, quello che solo lui può ricoprire in quel modo. Per questo chi svolge un ruolo educativo è bene che impari l’arte di ascoltare il prossimo e di discernere tra le proprie aspirazioni e quelle altrui, tra il proprio mondo e quello altrui, per accompagnare senza imporre, sostenere senza sostituirsi.

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