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Beatrice Cepellotti

Cultura e Spettacolo
13 novembre 2018

Il carattere evocativo del quadro

di Michele Tomaselli
Dalla difficoltà di vivere d’arte alla passione per Picasso, la pittrice originaria di Muscoli è pronta a una nuova sfida: realizzare quadri ispirati al Cammino di Santiago. «In attesa di percorrerlo»
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Beatrice Cepellotti (ph. Michele Tomaselli)
Cultura e Spettacolo
13 novembre 2018 di Michele Tomaselli Image

Creatività, concretezza e fantasia sono le armi di Beatrice Cepellotti, l’artista cervignanese che da diversi anni vive e lavora a Codroipo. Intraprende studi artistici, fin dalla giovanissima età, per merito dello zio Gigi Massimo (assistente del famoso pittore friulano Giuseppe Zigaina), perfezionandosi poi frequentando corsi di restauro, di pittura antica e di tecniche moderne. Una pittrice che è riuscita a trovare un equilibrio nel suo percorso artistico e a elaborare un suo genere prettamente personale e riconoscibilissimo. Le sue opere hanno avuto apprezzamenti dalla critica, grazie alle partecipazioni a mostre collettive tra cui Udine, Bologna, Padova e Torino e attraverso numerose esposizioni personali, dalle quali ha ricevuto premi sia in ambito regionale, nazionale che oltre confine. Traguardi importanti che l’hanno portata a vincere recentemente la decima Biennale di pittura del Carnevale di Foiano a Chianciano, con la sua tela intitolata “Ricordi di musica e arte al mio paese”, sbaragliando la concorrenza di altre 127 opere. Nelle motivazioni del premio è stato valutato “l’equilibrio della composizione dei colori e la capacità dell’artista di attingere con garbo alle correnti novecentesche come l’espressionismo astratto (...)”.

Beatrice Cepellotti, lei ha vissuto per diverso tempo a Muscoli, frazione di Cervignano del Friuli, dove risiede ancora oggi la sua famiglia. Che ricordo ha di questa località legata alle sue prime esperienze pittoriche?

«Ho iniziato a dipingere a otto anni; il signor Danilo Zuri di Muscoli aveva sentito dire che ero brava e così mi regalò una cassetta di colori a olio, vinta alla pesca. È stato un bellissimo regalo, un dono che ha segnato la mia vita. Dai colori a olio, col supporto dello zio materno Gigi Massimo di Cervignano – un vero appassionato d’arte che fu assistente di Federico Righi prima e di Giuseppe Zigaina poi –, sono passata ad altre forme di pittura. Sono seguiti anni di studio con corsi di pittura antica con affresco, tecniche pittoriche moderne, nudo e disegni dal vivo. Mentre studiavo ragioneria mi dilettavo con la pittura a olio finché, a ventiquattro anni, passai alle realizzazioni in acrilico. Quando la sera mi cimentavo a eseguirle, quasi sempre – per mancanza di soldi – ridisegnando sulle tele già ultimate, mio padre mi diceva “Beatrice jê ore distudâ la lûs (in friulano: è ora di spegnere la luce, ndr). E anche se il mio amato nonno Emilio Zanmarchi, reduce da Nikolajewka, non mi spronasse verso l’arte, traevo lo stesso l’ispirazione, disegnando i paesaggi con la neve della disfatta russa, come li vedevo dai suoi racconti».

Che ricordo ha del suo mentore?

«Ricordo lo zio Gigi con tanto affetto perché m’incoraggiava sempre. Diceva che prima o poi mi sarebbe scattata la vena artistica: aveva ragione. Oggi ho degli allievi che vengono a imparare il mestiere nel mio laboratorio. Almeno cinque, durante l’estate».

In gioventù il suo sogno era di fare la pittrice?

«Sì, ma qui in Friuli è sempre stato complicato vivere con l’arte. Così, per mantenermi, fui costretta ad adattarmi. Lavoravo la mattina e parte del pomeriggio in un negozio, facendo la commessa, mentre la restante parte della giornata la dedicavo alla pittura. Coi primi proventi comprai tutto l’occorrente per dipingere. Nonostante siano passati diversi anni, ancora oggi abbraccio questa impostazione di vita, tanto che generalmente preferisco realizzare i miei quadri la sera, dopocena, perché riesco a esprimermi meglio».

Attraverso quali maestri ha raffinato la sua tecnica?

«La frequentazione dello studio del pittore triestino Paolo Cervi Kerischer diede notevole impulso alla mia formazione artistica: fu un maestro con la M maiuscola. Successivamente iniziai un periodo di ricerca presso lo studio di un altro pittore triestino, Franco Chersicola, che contribuì a sviluppare la mia libertà d’espressione. Grazie ai loro insegnamenti passai alla tecnica mista. Ma quello che conta di più nelle mie realizzazioni odierne sono l’intensità e il dominio del colore, mentre il tema rimane una componente».

Nelle sue opere gli elementi appaiono estrapolati dal contesto originario per essere inseriti in uno diverso, dove acquistano il ruolo di chiave d’accesso di un universo pittorico…

«La mia pittura è in continua evoluzione e ciò dipende da esperienze pregresse. Agli inizi, quando avevo 20 anni, prediligevo ritrarre temi paesaggistici e spazi aperti ma, piano piano, affinando uno stile personale, ho mutato il linguaggio, imprimendo una tecnica più informale e più sintetica. Alla ricerca di sintesi ho sperimentato forme d’arte che si scrivono attraverso la pittura».

La sua arte da cosa trae principalmente ispirazione?

«Ho cercato di sviluppare la mia creatività confrontandomi con espressionisti come Egon Schiele, pur adorando i giochi di luci e ombre del Caravaggio. Mi piace moltissimo anche Robert Rauschenberg per come ha saputo rende- re l’arte in chiave  moderna. È curioso sapere, ma se rimango in casa non trovo ispirazione perché deve colpirmi tutto ciò che vedo dal vivo. L’apice dell’illuminazione, tuttavia, è quando vado a visitare una mostra. Lì esco sempre emozionata».

Alla sua Muscoli, luogo che nasconde peraltro una chiusa veneziana che pochi conoscono, ha mai dedicato un’opera?

«Finora non ho mai affrontato come soggetto il mio paese, forse perché prediligo un genere informale, ma sicuramente le sensazioni che provo quando dipingo a Muscoli sono riuscita a trasmetterle anche colorando altri luoghi. Raccontando la verità ci avevo pensato, ma poi mi fermai. Da ragazza non mi piaceva girare con un cavalletto per le vie del paese: mi avrebbero fermata in troppi... (ride, ndr)».

Alcuni critici hanno evidenziato che l’arte è sempre più nelle mani delle donne, ma quali difficoltà s’incontrano oggi?

«Le difficoltà ci sono sempre e per una donna ancora di più; se vuoi farti conoscere non basta essere capace e apprezzata, perché in questo mondo le forme di pubblicità contano più di tutto. Più sei conosciuto e più sei cercato, e inevitabilmente aumentano le possibilità di lavoro».

A proposito di emozioni, qual è l’opera artistica che l’ha più emozionata?

«Guernica di Pablo Picasso esposta al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid. Opera completamente in bianco e nero e di ventotto metri quadri di superficie. Tela creata per commemorare le vittime del bombardamento aereo dell’omonima città basca durante la Guerra civile spagnola, venne terminata in tempo per l’esposizione internazionale».

Nelle sue pitture l’atmosfera è spesso densa di mistero. La grande sfida è quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità. Da dove scaturisce l’estro che porta al concepimento del quadro?

«Un quadro per me nasce dalla memoria o da un episodio particolarmente significativo. Si tratta di rappresentare un ricordo o cercare di dare emozioni destando l’interesse dell’osservatore. Una tela non è una fotografia, piuttosto un film di tanti aspetti variegati che raccontano una storia sotto la conduzione di una regia che decide se applicare un taglio drammatico, intenso o sereno...»

È stata annunciata la morte dell’arte svariate volte. La pittura gode di buona salute?

«L’arte non è morta, è morta la voglia di ricerca. Capire un’opera significa entrare nella vita del pittore durante ogni singola fase realizzativa. Faccio un esempio: le opere di Frida Kahlo si vedono con occhi diversi se si studia la storia personale dell’artista. Questa regola vale per ogni pittore: da Van Gogh al mio prediletto, Picasso».

La critica Cristina D’Angelo, parlando della sua arte, afferma che nei suoi quadri “racconta, ma lascia anche intuire, svela oppure tace, lasciando al posto della narrazione un magico silenzio carico di suggestioni”…

«Cristina D’Angelo è stata la prima critica che ha creduto in me e mi ha consegnato il primo premio a Izola, in Slovenia; ha scritto quella recensione parecchi anni fa e già aveva colto il mio essere e l’essenza della mia pittura. Le sono molto affezionata».

Ringraziando Beatrice Cepellotti, che potete trovare su Facebook sul suo profilo, siamo arrivati alla fine. Per concludere, può svelare ai nostri lettori il suo prossimo lavoro?

«Dei quadri astratti ispirati al Cammino di Santiago. Per me sarebbe un sogno percorrerlo».

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