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Empatia ed educazione

Psicologia
05 ottobre 2018

Quanto conta la morale?

di Cristian Vecchiet
I crescenti atteggiamenti di aggressività giovanile sono la testimonianza che qualcosa nel patto generazionale si è rotto. A partire dall’insegnamento di un modo etico di stare al mondo
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(ph. pixabay.com)
Psicologia
05 ottobre 2018 di Cristian Vecchiet Image

Studenti che alzano le mani sui docenti. Genitori che aggrediscono i professori dei figli. Minorenni che lanciano uova contro una ragazza. Adolescenti che girano armati. Avvenimenti di aggressività giovanile si verificano da sempre. Eppure la percezione comune (e non solo) è che qualcosa negli anni sia peggiorato, qualcosa nel patto generazionale si sia rotto, qualcosa non funzioni più come prima.

Senza voler entrare in tutta l’articolazione della questione – compito semplicemente impossibile – è il caso di sottolinearne alcuni tratti. Innanzitutto una questione a monte: molti hanno smesso da tempo di credere che l’educazione sia un fenomeno morale e che educare voglia dire anche formare ai valori morali.

Questo è un punto determinante. L’educazione, infatti, si articola mediante un insieme di pratiche, rette da una comune intenzionalità, che introduce un cucciolo d’uomo alla realtà e quindi anche a un determinato modo di vivere. Educare equivale a umanizzare, cioè a favorire la crescita di quanto vi è di più umano nell’uomo. La pratica educativa è una pratica morale e forma a un modo etico di stare al mondo.

A giustificare il nesso tra educazione e moralità vi è un presupposto di ordine antropologico. Non esiste identità umana che non sia al tempo stesso un’identità morale. La morale è parte integrante e costitutiva dell’identità della persona. Identità e moralità sono legate da una connessione inscindibile.

La persona è inevitabilmente, sempre e comunque, un soggetto morale, qualcuno che fa propria una visione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e soprattutto che mette in pratica uno stile di vita moralmente orientato. Infatti, ogni uomo porta con sé una domanda, a cui cerca inesorabilmente di rispondere: «Qual è per me il modo migliore di vivere?» (Ch Taylor).

Alla base dell’identità personale e quindi della moralità vi è il rapporto con l’altro. L’altro è parte integrante della persona e questo legame è costitutivo dell’identità. Senza l’altro io non esisto. Senza l’altro non esiste umanità. Il rapporto con l’altro è la via principale di conoscenza di sé, di accesso a sé, di costruzione di sé.

Una delle chiavi di accesso all’altro e quindi a se stessi è l’empatia. L’empatia è quell’atto che ci permette di percepire la presenza di un’altra persona diversa da noi e simile a noi. Quest’atto ci consente di percepire l’evidenza della presenza dell’altro (E. Stein), come di una persona dotata di un mondo esteriore e interiore come lo siamo noi e, in ultima analisi, di cogliere il suo valore intrinseco, pari al nostro. Di più, è proprio sperimentando i rapporti empatici che capiamo come senza l’altro noi non siamo noi stessi e che, in qualche modo, il rapporto con l’altro ci rende maggiormente noi stessi, ossia potenzia la nostra umanità.

Se questo è vero, la portata educativa dell’empatia è decisiva. Se l’empatia rappresenta una speciale porta di accesso al mondo dell’altro e quindi al nostro, è chiaro che lo sviluppo di questa capacità favorisce la maturazione di una personalità eticamente più solida, maggiormente capace di rispettare l’altro e se stessa.

L’empatia si qualifica per il riconoscimento del mondo dell’altro e, in particolare, del suo mondo emotivo e affettivo. Riconoscere gli stati d’animo che l’altro prova vuol dire non minimizzarli o, peggio ancora, negarli. Vuol dire dare ad essi il giusto peso e saperli chiamare col nome corretto. Ma è possibile educare alla competenza e a uno stile empatico? Di certo l’adulto ha la possibilità di darne innanzitutto una opportuna testimonianza. Un genitore può e deve ascoltare i figli, con attenzione e non in modo distratto. Chiedere loro cosa è successo durante la giornata e cosa hanno provato, aiutandoli a esprimere pensieri e sentimenti, è un modo per favorire la crescita del contatto col mondo interno proprio e quindi con quello altrui.

Gli adulti stessi possono esprimere quello che hanno provato in certe situazioni. Chiaramente questo va calibrato a seconda dell’età, della maturità del figlio o del ragazzo e della situazione. Bisogna sempre evitare di trattare il bambino o il ragazzino come un adulto, così come è opportuno evitare di trattarlo come un bambino quando è adolescente. Raccontare che la vita al lavoro a volte è molto soddisfacente ma a volte è pesante può essere opportuno.

Dire che si è stati in ansia perché il figlio non è rientrato in orario e non era reperibile al cellulare oppure che si è rimasti male di fronte a determinati comportamenti è del tutto legittimo, sano e talvolta persino doveroso.

E poi possono esprimere pensieri e sentimenti di fronte a episodi che riguardano altre persone. Raccontare la fatica che qualcuno ha dovuto sostenere  per ottenere un risultato non semplice, la gioia che ha provato un amico alla nascita del figlio o il dolore provato a causa di ingiustizie subite, può insegnare l’arte di mettersi nei panni degli altri.

Molti altri sono i canali che possono aiutare a far maturare lo spirito empatico. Si pensi alla lettura dei romanzi: Fedor Dostoevskij è un autore finissimo nella lettura dell’animo umano e della complessità delle situazioni morali. Oppure ai versi che Dante dedica alla donna di cui è invaghito. Ma anche alla “Pietà” di Michelangelo: la madre che tiene tra le braccia il figlio, la sofferenza atroce che si fa vita per la redenzione. Senza dimenticare i film e i cartoni animati che parlano di affetti e di riconoscimento dell’altro. Le occasioni per innescare processi di crescita empatica sono davvero infiniti.

Non è sempre facile costruire rapporti educativi. Eppure è un processo affascinante e necessario, da affrontare se vogliamo tessere o ricucire un patto tra le generazioni che sia qualificato da valori che sappiano introdurre il cucciolo d’uomo nella realtà e aiutarlo a diventare adulto, cioè libero e responsabile. L’educazione a uno stile relazionale e sociale empatico potrebbe rappresentare una via di accesso preferenziale al mondo delle nuove generazioni e soprattutto un sentiero opportuno per favorire la maturazione di personalità capaci di ascoltare gli altri e tessere rapporti interpersonali e sociali ispirati al rispetto del prossimo e, perché no, anche alla solidarietà nei suoi confronti.

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