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Nuove ansie

Psicologia
30 marzo 2018

Paura. Ma di cosa?

di Andrea Fiore
Sono in aumento i casi di persone che si presentano dagli operatori sanitari con sintomi di distress. Specchio emblematico di una società in cui l’individuo si trova sempre più a disagio
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(ph. pixabay.com)
Psicologia
30 marzo 2018 di Andrea Fiore Image

Per affrontare il nostro ragionamento questa volta dobbiamo partire dalla chiarezza terminologica e, conseguentemente, dei significati. Condizione che, come vedremo, è spesso assai nebulosa tra i soggetti interessati.

La parola chiave da cui iniziare è distress, termine che rappresenta l’aspetto negativo dello stress: una sorta di stato avversivo in cui la persona coinvolta non è in grado di adattarsi completamente ai fattori di stress, mostrando comportamenti disadattivi. E in una società sempre più competitiva, dall’evoluzione rapida e caotica come la nostra, il fenomeno sopra descritto apre scenari complessi e di non semplice soluzione.

Sto male e so perché. Ma…

La richiesta di prestazioni sempre più intense nei diversi ambiti della vita, da quello lavorativo a quello famigliare, sta provocando un aumento vertiginoso dei casi di ansia tra le persone, in particolare adulti e anziani, mentre i  giovani sembrano evidenziare maggiori capacità di adattamento. Mobbing, reazioni di panico, disturbi postraumatici da stress: le nuove forme di patologie variano in conseguenza ai casi, ma sono tutte di carattere secondario. In pratica, sono provocate da altri fattori, il più delle volte – e qui risiede il paradosso – già conosciuti dalle persone che ne soffrono.

In molti, infatti, si presentano da medici e specialisti spiegando quale secondo loro sia la causa del proprio malessere e chiedendo una soluzione. Quasi ritenendo il dottore uno shamano con la bacchetta magica (o, meglio, con il farmaco magico) per risolvere in pochi giorni tutti i loro problemi.

Il rapporto umano prima di tutto

Trovarsi di fronte un paziente che, in breve sintesi, afferma “so che sto male ma non posso farci niente” è uno dei contesti più complicati per qualsiasi specialista, perché riduce l’efficacia del proprio campo di azione. Se poi la gran parte delle depressioni secondarie sono legate a determinati eventi o situazioni non modificabili, anche l’eventuale ricorso ai farmaci per affrontare il problema sarebbe scarsamente efficace. Un esempio può aiutarci a chiarire: se lo stato di ansia di una persona è provocato da episodi di mobbing sul posto di lavoro, finché non cambierà quella situazione sarà molto difficile intervenire in maniera proficua.

Ecco che allora la parola di un medico può essere più importante e positiva dell’effetto di un farmaco. Un aspetto talvolta non preso in adeguata considerazione dagli specialisti: scrivere al computer, rispondere al telefono o addirittura sbadigliare mentre un paziente in difficoltà comunica il suo disagio sono atteggiamenti da evitare assolutamente. Anche perché di fronte, più che una persona ammalata, potrebbe trovarsi una persona spaventata.

Ansia o paura?

Come avvenuto in apertura, torniamo a ragionare sul significato dei termini. Se è vero che il farmaco più usato al mondo è l’ansiolitico e, conseguentemente, l’ansia è uno dei principali mali che colpisce le persone della nostra società, cosa si intende per ansia? In estrema sintesi è la paura senza oggetto, ovvero non so di cosa ho paura, ma ho paura. Tuttavia, nei casi descritti in precedenza e argomento della nostra riflessione le persone sono ben consce di cosa hanno paura. Possiamo ancora quindi definirla ansia? La risposta è no perché, molto più semplicemente, se so di cosa ho paura, la mia non è ansia ma per l’appunto… paura.

Medicina o sociologia?

Quando una persona si presenta dal medico affermando di essere triste e angosciata perché sta per essere licenziata, quali strumenti ha a disposizione il medico per cambiare le cose? Una domanda provocatoria, ma al tempo stesso concreta. Dal punto di vista logico, ancor prima che clinico, nel caso specifico l’angoscia è provocata dal timore di perdere il lavoro. La soluzione più efficace – per restare nel paradosso – sarebbe che il medico potesse convincere il datore di lavoro del paziente a non licenziarlo. Questo per spiegare come, nei contesti di distress, di ansie e paure, continuano ad aumentare verso i medici richieste che poco hanno a che fare con il contesto sanitario, bensì correlate principalmente all’evoluzione sociale. Ma proprio perché l’evoluzione sociale tende a emarginare le persone in difficoltà, quando queste si presentano da noi medici è fondamentale garantire loro ascolto, accoglienza ed empatia. Spesso, rimedi più efficaci di qualsiasi farmaco.

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