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Roberta Demartin

Società
21 luglio 2017

Il futuro è donna

di Margherita Reguitti
Per vent’anni si è impegnata in politica. Poi la necessità di riprendere in mano la propria vita. Fino alla nuova sfida nella Fondazione Carigo: da affrontare con un vertice tutto al femminile
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(© Luigi Vitale)
Società
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La friulana Roberta Demartin è la prima donna in regione, fra le poche in Italia, alla guida di una fondazione bancaria. Dallo scorso maggio è presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia. È laureata in scienze politiche con indirizzo di psicologia del lavoro con una tesi da 110 e lode su “La soggettività nello stress lavorativo”, nella quale ha trattato la sindrome del burn-out (esaurimento emotivo), anticipandone le problematiche oggi così attuali . Entrata nel mondo del lavoro nel 1993, dagli inizi degli anni ’90 al 2011 si è dedicata alla politica, iniziando dal gradino più basso di consigliera nel Comune di Moraro, dove è stata anche sindaco dal 1995 al 1999: tempi nei quali di quote rosa neppure si parlava. Dal 2003 nella

Giunta provinciale di Gorizia a guida Ulivo, è stata prima assessore poi vicepresidente. Nel 2011 la scelta di ritirarsi tornando all’attività di funzionario dell’Arpa, ruolo che ricopre a tutt’oggi.

Roberta Demartin, quali sono gli obiettivi della sua presidenza?

«In accordo con il consiglio di amministrazione e di indirizzo, abbiamo assunto come obiettivo prioritario lo sviluppo di una progettualità propria dell’ente, senza tralasciare di sostenere le iniziative proposte dai Comuni e dalle associazioni del territorio. Una filosofia operativa che possiamo riassumere con lo slogan: “diamo vita a una progettualità vera, basta con le funzioni di mero bancomat”. Quello che abbiamo in mente è di individuare e sostenere progetti rilevanti per la comunità, senza essere al traino di altri soggetti, allargando la partecipazione a una platea la più ampia possibile di attori che condividano gli stessi obiettivi di sviluppo dell’area goriziana e isontina. Certamente questo non significa sostituirci agli enti pubblici e privati già presenti sul territorio e che da sempre svolgono un’azione positiva, ma al contrario puntiamo a mettere assieme le energie positive e dinamiche che ci sono e vanno potenziate».

Dunque una filosofia operativa di rete…

«Direi proprio mettere in rete, vale a dire cercare di coinvolgere, motivare e proporre modalità operative che valorizzino i ruoli e le specificità di esperienza maturata, condividendo fini comuni e ambiziosi di crescita nei diversi settori».

Quali sono i futuri compagni nella sua cordata ideale?

«Certamente i Comuni e le tante associazioni che già svolgono una specifica attività che la fondazione sostiene. Credo che la svolta per un cambio di passo stia nel creare un metodo di analisi e scelta di un’idea madre di progetto da cui partire. Una proposta forte e condivisa, nata all’interno di una singola realtà, talvolta muore per mancanza di struttura operativa o di energie sufficienti per prendere il via e crescere».

Serve dunque un cambiamento culturale alla progettazione di sviluppo?

«Alla base di questo nuovo modo di operare è necessario vi sia sempre un pensiero che precede l’azione, sviluppando potenzialità da punti di vista diversi, sollecitando le energie migliori attraverso la messa a sistema di quanto già esiste. Non servono idee bizzarre, è sufficiente scegliere e puntare con forza e convinzione sul nostro patrimonio».

Ci può fare un esempio concreto?

«Più che di un esempio possiamo parlare di un tema da sviluppare: e subito mi viene in mente il patrimonio acqua, declinato in senso culturale, scientifico, turistico e ambientale. Penso anche alla creazione di una massa critica di vari portatori e sviluppatori di interesse da proporre come identificativo dell’Isontino. Nel nostro dna ci sono le potenzialità della storia e della multiculturalità, delle bellezze naturalistiche e ambientali, delle diversità geografiche e architettoniche. Sul territorio  abbiamo varie possibilità di location per sport tradizionali e nuovi. Abbiamo dunque vari elementi caratterizzanti e di collegamento fra realtà diverse, nazionali e internazionali, che sono il nostro patrimonio di partenza per concretizzare progetti nuovi di apertura e sviluppo. E qui voglio sottolineare che tutto ciò deve diventare uno stimolo delle migliori intelligenze dei giovani, ai quali possiamo così dare la possibilità di mettere a frutto i loro talenti, stimolandone l’attaccamento al territorio, risolvendo la piaga della fuga verso altre mete».

L’alto numero di associazioni sul territorio è una ricchezza o uno spreco di energie in rivoli di attività non incisive?

«La ricchezza umana del mondo delle associazioni è fuori di dubbio, di contro alcune realtà sono anacronistiche e concorrenziali fra loro. Nel metodo di cui parlavo prima includo anche l’impegno a fornire un supporto nell’attuare un cambiamento, superando la frammentazione e l’autoreferenzialità, pur mantenendo i propri tratti identificativi e caratterizzanti».

Quale sarà il primo banco di prova?

«La prima sfida operativa saranno i cento anni dalla fine della Grande Guerra. Nel tempo la fondazione ha creato una grande banca dati delle diverse realtà isontine; si può partire da lì, dall’analizzare e mettere assieme le proposte che arrivano per creare un calendario di manifestazioni che possano essere promosse su vasta scala in modo congiunto. Questo stesso  patrimonio di dati può servire per ottimizzare gli interventi anche nel settore del sociale, degli investimenti e di sostegno alle nuove povertà».

Il calo dei rendimenti derivanti dagli investimenti condizionerà la vostra attività?

«Fin qui abbiamo avuto un’ottima gestione, attenta a evitare investimenti a rischio. Il mercato finanziario globale è cambiato radicalmente, il rischio zero non esiste più e bisogna essere consapevoli che i soldi vanno spesi bene».

Una carriera politica ventennale e poi la scelta di prendersi una lunga pausa, perché?

«Per fare quello che la gente chiede ai politici e pochi mettono in atto: tornare a lavorare. Io ho iniziato dalla gavetta. Ogni esperienza, anche la più amara, mi ha rafforzata nel credere nel senso alto della politica, intesa come servizio alla polis. Avevo anche la necessità di riprendere in mano la mia vita e capire chi mi apprezzava sul serio al netto del ruolo».

La sua nomina è stata una rivoluzione rosa dell’ente…

«È vero. Per la prima volta vi sono tre donne nei ruoli di vertice; sono infatti affiancata da una direttore generale e da una presidente del collegio dei revisori, oltre a una buona presenza negli organi collegiali. Credo siamo fra le prime in Italia. Un cambiamento attuato: lo ritengo un buon auspicio». 

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