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Pietro Comelli racconta Almerigo Grilz

Cultura e Spettacolo
05 maggio 2017

Testimone del mondo

di Margherita Reguitti
A trent’anni dalla scomparsa su un campo di battaglia in Mozambico, Trieste ricorda uno dei suoi giornalisti più carismatici. Come conferma il curatore della mostra realizzata in suo onore
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Almerigo Grilz inviato in Afghanistan (ph. Archivio A. Grilz)
Cultura e Spettacolo
05 maggio 2017 di Margherita Reguitti Image

Il progetto “I mondi di Almerigo” è una narrazione per immagini e diari di un uomo che ha vissuto e testimoniato la storia dagli anni ’60 a Trieste, fino agli anni ’80 nel mondo. Il protagonista di questo racconto è Almerigo Grilz (Trieste 11 aprile 1953 – Mozambico 19 maggio 1987), abile disegnatore, viaggiatore, politico, giornalista free lance, inviato di guerra. A trent’anni dalla morte il progetto, realizzato dall’associazione Spazio InAttuale per la cura di Pietro Comelli e Andrea Vezzà e il sostegno del Comune di Trieste, articolato in una mostra e una corposa pubblicazione, racconta per la prima volta Almerigo Grilz nella sua complessità. Sullo sfondo gli anni ‘70 degli scontri anche violenti in piazza e nelle università, delle aspre contrapposizioni politiche, degli atti terroristici.

Il percorso in 60 pannelli prende l’avvio dai disegni del bambino dotato di grande capacità e sensibilità artistica, tanto che Diego de Henriquez gli commissionò, quando era poco più che fanciullo, delle tavole con soggetti bellici della Grande Guerra, conservate nel museo triestino. Lungo e accurato è stato il lavoro di ricerca e di studio dei curatori per ricomporre l’archivio, che lui stesso aveva raccolto e strutturato in modo preciso. Documenti, fotografie, filmati, diari e testi oggi conservati da amici.

Pietro Comelli, qual è il filo conduttore del progetto?

«Rispetto ad altre esposizioni che gli furono dedicate, abbiamo inteso raccontare l’uomo, iniziando dal bambino-adolescente, studente contestatore anche duro in università, politico per 10 anni a destra fino all’ultimo giorno, quando una pallottola  vagante mise fine al suo viaggio. Il percorso è cronologico ma lineare, senza suddivisioni in capitoli. Il filo rosso che lo percorre è la sua voglia di raccontare quanto accadeva attorno a lui disegnando, fotografando, scrivendo diari, articoli per testate italiane e straniere di diversi orientamenti politici, e facendo riprese che furono poi diffuse dalla Rai ma anche da televisioni internazionali. Da questo obiettivo deriva il titolo, che riassume la sua capacità di cogliere e raccontare con linguaggi differenti gli eventi nei quali era immerso».

Tra quelle esposte, quali sono le immagini più sorprendenti?

«Abbiamo esposto molte inedite. Certamente sorprendenti sono le immagini in bianco e nero che scattò nel 1966, a soli 13 anni, degli scontri fra cantierini e polizia, avvenuti a seguito della chiusura degli stabilimenti San Marco a Trieste. Appassionato del mondo anglosassone e nordico, nel 1981 fece un reportage del matrimonio di Carlo e Diana. Abbiamo scatti di viaggi in autostop nei paesi dell’Europa del Nord assieme a gruppi hippy e immagini come reporter di guerra. Scelse di abbandonare la politica attiva da consigliere comunale di Trieste per il MSI per fare il giornalista, guardando ai fatti del mondo con uno sguardo ampio, conservando le proprie idee senza però farsene condizionare. Filmò l’invasione israeliana del Libano, la lotta dei mujaheddin afghani contro l’armata sovietica, la guerriglia comunista nelle Filippine che portò alla cacciata di Marcos e il conflitto cambogiano fra i khmer rossi e le truppe governative. Raccontò le guerre mescolandosi con le parti per capirne le motivazioni e farne reportage di fatti oggettivi».

Quale era lo stile nel raccontare i conflitti?

«Molto interessanti sono i suoi diari nei quali il racconto scritto è accompagnato dal disegno; una duplice modalità espressiva che mai abbandonò. Oltre a ciò aveva due modi di raccontare i conflitti: da una parte in modo tecnico, con molta attenzione ai dettagli, dall’altra mettendo in evidenza l’aspetto umano. In alcune pagine descrisse con grande forza narrativa le lunghe marce in Etiopia, trasportando pesanti attrezzature di ripresa, a 40 gradi di temperatura, nel costante pericolo di autocombustione. Assetato, descrisse l’incontro con una donna che gli diede da bere, il cibo consumato con i mujaheddin, la fame di guerriglieri che, dopo un assalto a una caserma, fecero razzia di frutta sugli alberi per placare il digiuno di giorni. I suoi diari hanno forza, leggendoli sembra di vivere il racconto».

Il suo nome è ricordato in Normandia.

«L’associazione Reporters sans frontières ha voluto dedicare a tutti i reporter uccisi nel mondo dal 1944 un monumento a Bayeur, prima città francese della Normandia a essere liberata il giorno dopo il D-Day. Il suo nome è ricordato fra giornalisti e cineoperatori caduti durante lo svolgimento del proprio lavoro».

Quanto ha pesato essere nato a Trieste nelle sue scelte professionali?

«Trieste è una città che possiede il gene della spinta al viaggio, per andare a vedere, capire e documentare. Non è casuale che abbia pagato un tributo così alto di vite; nel gennaio 1994 a Mostar Marco Luchetta, Alessandro Ota e Dario D’Angelo, a marzo dello stesso anno Miran Hrovatin a Mogadiscio con Ilaria Alpi. Credo che questa febbre di girare il mondo derivi dal fatto che, vivendo una realtà di confine, è connaturato il desiderio di capire quanto accade più in là, per vedere e comprendere oltre e di più».

Qual è l’attualità della figura di Grilz?

«Fu certamente un leader dotato di grande carisma e capacità di utilizzare strumenti diversi per raccontare i fatti. In un certo senso anticipò la multimedialità; seppe infatti utilizzare differenti modalità di comunicazione: dai fumetti ai volantini, dal disegno con tecniche diverse alla scrittura, dalla macchina fotografica al linguaggio radiofonico e del reportage televisivo. Fu innovatore quando fondò a Trieste il Centro nazionale audiovisivo e l’agenzia Albatros Press Agency».

Come morì?

«Fu colpito da una pallottola vagante il 19 maggio 1987 in Mozambico, mentre riprendeva una battaglia fra i miliziani anticomunisti e i fedeli al governo in carica. Fu sepolto nel luogo dove trovò la morte».

Questa mostra viaggerà?

«Prima ancora dell’inaugurazione lo scorso 11 aprile, erano già arrivate delle richieste da parte di associazioni in Veneto e in altre regioni italiane. Visto l’interesse - è già stata visitata da migliaia di persone - e la tipologia di allestimento, credo proprio che il progetto sia destinato a viaggiare».

 

La mostra “I mondi di Almerigo” resterà aperta con ingresso libero fino all’11 maggio nella sala Veruda di palazzo Costanzi in piazza Piccola 2 a Trieste con orario, tutti i giorni, 10- 13/17-20. Il catalogo, edito da Spazio InAttuale, costo 25 euro, è in vendita nel circuito librario e nel book shop on line dell’associazione www.spazioinattuale.com.

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