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6 maggio 1976 - 6 maggio 2016

Attualità
06 maggio 2016

La forza di ricominciare

di Andrea Zuttion
40 anni fa il terremoto che devastò il Friuli. Una catastrofe che non piegò un popolo unito, determinato a ricostruire il proprio avvenire. Un esempio di cui abbiamo bisogno
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La distruzione dopo il sisma del 6 maggio 1976 (ph. wikipedia)
Attualità
06 maggio 2016 di Andrea Zuttion Image

Il mio pensiero volge al passato, con un salto temporale di quarant’anni: 6 maggio 1976. Una data che per la nostra regione rappresenta un momento di lutto e, al tempo stesso, un momento di rinascita.

Perché il terribile terremoto che portò con sé morte e distruzione piegò duramente il popolo friulano, ma non lo spezzò. Anzi. Proprio da quella catastrofe la nostra regione seppe ripartire con dignità e determinazione, divenendo un esempio nazionale per la gestione della ricostruzione dei comuni distrutti, sviluppando un sistema di protezione civile all’avanguardia, divenuto fiore all’occhiello del panorama italiano. La prova concreta e tangibile che anche dalle macerie è possibile ripartire.

E in questo periodo giustamente dedicato alla commemorazione di quanto accaduto, è proprio su tale aspetto che desidero soffermarmi. Dal giorno dopo la tragedia, un intero popolo – nel suo dignitoso dolore – ha saputo unirsi nella solidarietà e nella voglia di rimettere tutto a posto.

Per comprendere meglio il mio pensiero, sarebbe sufficiente prendere ad esempio il duomo di Gemona del Friuli, territorio che fu epicentro del sisma. Il luogo di culto e i portici sembrano esattamente come prima dell’arrivo dell’Orcolat che sgretolò tutto. Questo perché i gemonesi e i volontari giunti da tutta la regione raccolsero pietra dopo pietra ogni pezzo andato in frantumi, numerandole con accuratezza, per consentirne la ricollocazione originaria. Tecnicamente, il procedimento si definisce “anastilosi”; concretamente, fu una delle tante opere virtuose ancora oggi prese a esempio, come l’impeccabile gestione  dei fondi pubblici destinati alla ricostruzione: nemmeno un soldo venne sprecato o mal gestito.

Ripercorrere questi fatti nell’Italia di oggi equivale quasi ad aprire il libro delle favole. Perché a quarant’anni di distanza la gestione di ogni calamità è ormai divenuta terra di conquista per le infiltrazioni del malaffare e della criminalità. Un esempio su tutti: lo scorso aprile ricorrevano i sette anni dal terremoto dell’Aquila, il cui centro storico è ancora oggi off limits e dove 13.000 persone sono tuttora senza una casa. A Gemona, a sette anni dal sisma, la ricostruzione era invece già sulla via del completamento.

Com’è possibile?

Per cercare una risposta difficile da trovare, ritorno al 1976 con le parole dell’allora vescovo di Udine, monsignor Alfredo Battisti. Mentre raggiungeva i luoghi devastati dal terremoto scorse un lenzuolo bianco esposto con la scritta “Dov’è Dio?”. Quando giunse tra le macerie e vide soccorritori volontari provenienti da ogni dove prodigarsi per portare aiuto ai superstiti, offrendo loro ciò che possedevano, disse di aver trovato la risposta a quella invocazione.

Ecco perché, al di là dei riferimenti religiosi, l’eredità più importante che il dramma del 1976 ci lascia è propria questa: un popolo unito per il bene comune può trovare dentro di sé la forza per costruire un avvenire migliore.

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