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Paolo Tavian

Figli di uno sport minore
02 ottobre 2012

Spianare il cammino

 di Michele D'Urso
Da sciatore agonistico a guida per atleti non vedenti.
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Paolo Tavian, 52 anni, vive a Ronchi dei Legionari
Figli di uno sport minore
02 ottobre 2012 di 
Michele D'Urso

Hanta yo! ‘Spiana il cammino’ in lingua Lakota. È una frase rituale con la quale l’arciere si rivolgeva alla freccia mentre questa veniva scagliata dal suo arco. Spiana il cammino, come a dire apri la pista, portami verso la realizzazione del mio destino. Capita, talvolta, che qualcuno di noi, per destino e per talento, si ritrovi a spianare il cammino per il resto del genere umano. In tutti i campi.

Così è per Paolo Tavian, classe 1960, campione e maestro di sci, oltre che imprenditore di successo (gestisce un avviato studio di progettazione e realizzazione di macchine industriali), il quale, prima da sportivo puro e poi nel ruolo di ‘Guida’ per atleti non vedenti, o ipovedenti, ha portato all’Italia un numero considerevole di medaglie olimpiche e non solo. Ho conosciuto Paolo per caso al Rifugio Gilberti di Sella Nevea; dividere il tavolo anche se fra sconosciuti è stato un gesto naturale ed istintivo. Scoprire poi di abitare nello stesso paese (Ronchi dei Legionari) è sembrato uno scherzo del destino.

Paolo, quando è cominciato il tutto?

«Avevo cinque anni, ero andato in Germania da parenti ed aveva nevicato; i cugini avevano un paio di sci inutilizzati buttati in cantina. Senza dire niente a nessuno li ho inforcati e sono andato sulla montagna più alta del circondario. Lì è nato il mio amore per lo sci».

Un bambino di cinque anni solo su una montagna? Ma quanto era alta?

«Al massimo cinque metri… era un dosso innevato del parco giochi. Penso di essere andato su e giù mille volte, tanto che il giorno dopo convinsi mio zio a portarmi con lui a sciare. Ormai mi sentivo padrone della tecnica, e quando lo zio, perplesso, mi chiese se avevo già sciato in precedenza, dissi di sì».

Metodo stile Schwarzkopf (il comandante delle truppe americane nella prima Guerra del Golfo): o diventi un campione o non metti mai più gli sci ai piedi...

«Andò proprio così. Anche se l’adrenalina di quella sera con lo zio la porto ancora oggi nelle vene».

Sera?!

«Andammo a sciare di notte; era il 1965, ma in Germania già esistevano piste illuminate. Per lo zio era naturale uscire dal lavoro a notte fatta e poi andare a farsi una bella sciata. Altra cultura».

E poi via in un crescendo che ti ha portato ad essere un atleta di livello internazionale. Come sei diventato guida per atleti non vedenti?

«Ho fatto il brevetto di maestro nel 1984 e la mia avventura di guida cominciò con Sergio Cechet, rimasto cieco per un incidente, il quale un bel giorno mi telefona e mi dice: “Paolo, voglio andare a sciare”. Io, non sapendo del suo handicap, risposi: “Chi ti trattiene?”».

E lui?

«Mi disse: “Ho un problema; sono cieco”. E così, eccomi qua. Sono stato un po’ di anni in coppia con Sergio e altri atleti fino ad arrivare a Bruno Oberhammer, con il quale ho poi colto successi olimpici».

Una grande emozione ma anche una grande responsabilità fare da ‘spotter’ per atleti che sciano sul serio e non per scherzo.

«Sono grandi atleti che non sciano per scherzare; questi, vedenti o no, quando scendono vanno giù senza paura; sono degli atleti eccezionali. Non è un gioco far loro da guida ma ti danno anche una forza che fa superare tutte le paure».

Avete conquistato podi in Olimpiadi e diverse competizioni internazionali… Dalla prima esperienza dei Mondiali americani in Colorado del 1990, alle Olimpiadi di Albertville, Lillehammer, Nagano, ne avete passate tante…

«Ci sono due episodi che ricordo con particolare piacere. Il primo a Lillehammer nel ’94: la federazione ci aveva riempito di qualsiasi ben di Dio, da tute a guanti di ogni sorta, ma si era dimenticata di fornirci gli sci da Discesa, e andare giù con quelli da Super G o da Slalom gigante non è proprio il massimo. Vidi che la nazionale francese, invece, ne aveva anche per usarli da pantofole e mandai Bruno a chiederne in prestito un paio almeno per lui. Il nostro rivale, tale Sass, prima di prestare gli sci si informò delle nostre prestazioni e quando vide che eravamo oltre il ventesimo piazzamento si affrettò a darne un paio anche a me. Non fu né borioso né scortese, ma aveva l’espressione del buon samaritano che dà via un mantello sgualcito sapendo di avere una pelliccia di visone nuova in armadio. Però non aveva tenuto conto del fatto che io, per abitudine, tendo a dividere il tracciato in settori ed a provarli singolarmente prima di legarli in una unica strategia di gara. Perciò il giorno della gara, anche per dimostrare al tipo di che pasta fossimo, dissi a Bruno: “Stai giù fino al traguardo e diamoci dentro”. Corremmo più di un rischio, ma alla fine il boato degli oltre cinquemila spettatori mi fece capire che avevamo fatto un tempo eccellente. Secondi! I francesi arrivarono quarti, buttati giù dal podio per ‘colpa’ nostra. Sass mi ha perdonato solo recentemente dello ‘sgarro’».

E l’altro?

«Eravamo a Lech, in Austria, per una Discesa dove l’idolo di casa si era preparato appositamente per quella gara, rifiutando di partecipare ad altre. Anche qui, scatto d’orgoglio; dico a Bruno: “Mettiti giù o sono cavoli tuoi”. E vinciamo la medaglia d’oro! Tutti soddisfatti torniamo nelle nostre stanze; dopo la doccia mi accorgo che sul letto c’è un invito. L’albergo che ci ospita vuole che andiamo a festeggiare la medaglia in sala ristorante. Pensiamo ad una cosa informale e scendiamo giù in tuta. Sorpresa delle sorprese, è stata organizzata per noi una serata di gala!».

Ha gli occhi felici di chi ha vissuto splendide emozioni. E così scopro che ha sciato nei Paesi Baschi con l’Infanta di Spagna, che lui aveva chiamato ‘erroneamente’ principessa; che ha mangiato salsicce e birra con Alberto Tomba nell’intervallo fra la prima la seconda manche dello slalom di Kraniska Gora; ed ancora di quando ha corso, per ben due volte (ma in moto), il Rally dei Faraoni al fianco di Edi Orioli, favorito dal fatto che suo cognato è Dino Orioli, fratello del famoso campione.

Paolo, domanda finale: la montagna che ti è piaciuta di più?

«Quelle americane senz’altro; da Salt Lake City nello Utah a Calgary in Canada, le Montagne Rocciose mi hanno affascinato. Con tutto il rispetto per le altre…».

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