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PMI e territori

L'analisi
11 settembre 2014

Quali politiche di sviluppo?

di Paolo Marizza
Affinché le nostre imprese possano competere nel mercato del futuro non è più sufficiente trovare risorse da investire: diventa fondamentale sapere cosa fare e come farlo.
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Le scelte strategiche future devono tener conto che ogni regione presenta contesti diversi (ph. bassairpinia.it)
L'analisi
11 settembre 2014 di Paolo Marizza Image

Ignorare o sottovalutare le differenze nelle caratteristiche strutturali delle economie territoriali può condurre a politiche industriali che, basandosi su assunzioni non appropriate, falliscono nell’abilitare percorsi di sviluppo.

Disegnare politiche industriali efficaci è un esercizio particolarmente complesso in contesti, come quello italiano, in cui le differenze territoriali sono importanti anche all’interno delle singole regioni, in presenza di un tessuto economico frammentato.

In un recente articolo sostenevo che forse è maturo il tempo di introdurre delle “politiche industriali soft”, ovvero dal “basso”, basate su approcci cooperativi in cui governi locali, industria, finanza e organizzazioni private e pubbliche ai vari livelli possano collaborare per intervenire direttamente sulle criticità di natura industriale e finanziaria che mantengono una bassa produttività nei settori maturi o una bassa crescita in quelli innovativi.

In tal modo si potrebbero costruire programmi e finanziamenti per i cluster (raggruppamenti) territoriali, migliorando l’allocazione delle risorse pubbliche, aumentando l’offerta di lavoratori qualificati, incoraggiando l’adozione di tecnologie e migliorando regolamentazione e infrastrutture.

Far funzionare le “politiche industriali soft” è compito più difficile rispetto agli approcci tradizionali. Il loro successo dipende dalla qualità del “software sociale” che può fare la differenza nel rinnovare le capacità locali di rispondere ai cambiamenti e quindi la capacità innovativa e la flessibilità strategica dei sistemi territoriali.

Ma su quali basi si possono riorientare le politiche economiche regionali e territoriali? E quali sono i soggetti che possono essere i catalizzatori protagonisti di tale cambiamento di prospettiva?

Cicli di vita e gap tecnologico

Anche le economie territoriali hanno un loro ciclo di vita. Le politiche di sviluppo regionale dovrebbero riconoscere, come si fa per le singole imprese, lo stadio del ciclo di vita prevalente delle filiere produttive e dei cluster industriali territoriali, onde coglierne le caratteristiche e i bisogni specifici.

Infatti è cogliendo tali caratteristiche che si possono meglio tarare pacchetti di stimolo e rilancio. I cicli di vita delle economie territoriali si sviluppano secondo modalità circolari: da una prima fase imprenditiva a una seconda fase di consolidamento e specializzazione, per poi passare a una terza fase imprenditiva e quindi di maturità. Queste quattro fasi si differenziano in particolare per le modalità di diffusione dell’esperienza e di generazione e condivisione della conoscenza.

La prima fase è tipicamente caratterizzata dalla presenza di diversi cluster territoriali la cui varietà e dinamica generano esternalità e ricadute positive in termini di diffusione dell’innovazione tra i diversi settori (inter industry spillovers). In sostanza l’innovazione di prodotto e di processo si diffonde attraverso l’ibridazione di idee e progettualità che danno luogo a start up e spin off (di fatto nuove aziende).

La fase successiva vede emergere alcune imprese di riferimento o dominanti in cui la ricerca e l’innovazione diventano più focalizzate, dando luogo ad agglomerati e filiere verticali specializzate. Le imprese più grandi internalizzano le attività innovative per appropriarsi del valore incorporato.

In questo stadio si possono creare le condizioni per una nuova fase imprenditiva caratterizzata dal formarsi di produttori specializzati in mercati di nicchia, tipicamente lungo le catene di fornitura e subfornitura.

Sono nuove imprese che nascono all’interno di rispettivi raggruppamenti per fornire prodotti e servizi sofisticati e personalizzati.

La quarta fase è un momento di consolidamento del modello di business per sfruttare appieno l’esperienza e le economie di scala e di processo accumulate. È una fase in cui l’innovazione è di tipo incrementale ed è orientata all’aumento della produttività.

Usualmente non è in grado di gettare le fondamenta per nuove piattaforme di business competitive e sostenibili. L’esperienza e il know how accumulati devono essere integrati e rivitalizzati con l’innesto di nuove tecnologie (di prodotto / processo / organizzative) per iniziare a “saltare” su un nuovo ciclo di vita.

L’opinione di chi scrive, supportata da un’estesa letteratura al riguardo, è che la maggior parte delle nostre Piccole Medie Imprese (PMI) e quindi dei relativi territori si collochino tra il terzo e quarto stadio del ciclo di vita sopra indicato.

Su scala locale sono presenti numerose strozzature che possono impedire lo sviluppo o la rivitalizzazione di circoli virtuosi di crescita. Molte imprese e agglomerati industriali sono posizionati nello stadio di maturità e necessitano di accesso a nuove tecnologie per fertilizzare il know how esistente (ad esempio nel tessile nuove tecnologie per produrre tessuti per l’industria aerospaziale).

Questo posizionamento è imputabile principalmente alla crescente incapacità di sviluppare e incorporare all’interno dei sistemi produttivi nazionali e territoriali le innovazioni tecnologiche necessarie a mantenere una posizione di rilievo sul mercato domestico e internazionale.

Nel corso degli ultimi due decenni l’incremento degli investimenti privati si è tradotto, in larga prevalenza, in un incremento delle importazioni. In altri termini queste condizioni di ritardo tecnologico, laddove si potessero realizzare politiche espansive sul lato della domanda, rappresenterebbero dei vincoli e non si tradurrebbero automaticamente in opportunità di crescita. Un generico aumento degli investimenti potrebbe risultare controproducente. Al contrario è l’evoluzione qualitativa dei beni di investimento che è diventata sempre più importante.

Ogni cambiamento nella composizione dei beni strumentali, indotto ad esempio dall’evoluzione tecnologica, ha conseguenze sui processi produttivi in cui essi sono impiegati. Tali innovazioni, peraltro sempre più frequenti nella vita dell’impresa, possono essere incorporate nei nuovi beni di investimento dai fornitori di macchinari oppure, ed è il caso dei settori manifatturieri che utilizzano tecnologie diverse e complesse, è la stessa impresa utilizzatrice che ha le competenze per integrare e combinare varie tecniche acquisite da fornitori specializzati. Sempre più spesso sono queste capacità a generare vantaggi competitivi, piuttosto che quelle di adottare tout court nuove tecnologie.

Lo sviluppo di nuove aree di vantaggio comparato o semplicemente la rivitalizzazione degli agglomerati esistenti possono essere perseguiti incentivando integrazioni orizzontali, la condivisione di asset lungo la catena logistica, produttiva e commerciale e il superamento di modalità di coordinamento interaziendale che ne limitano lo sviluppo e la crescita.

Ma politiche industriali che non tengono in debito conto le specifiche caratteristiche dei cluster territoriali nei rispettivi cicli di vita e che influenzano la recettività e condizionano l’efficacia degli interventi (politiche per promuovere l’innovazione, la concorrenza, l’attrazione di investimenti, il commercio internazionale) risultano essere armi spuntate, in quanto non efficaci a sviluppare i settori e le filiere dove c’è ancora un vantaggio comparato e le relative ricadute in termini di esternalità positive per il territorio.

Implicazioni L’esigenza di politiche industriali differenziate su base regionale/territoriale suggerisce che gli interventi di policy siano disegnati in base alle specificità e al posizionamento degli agglomerati industriali lungo il ciclo di vita. Ciò implicherebbe che tali politiche vengano disegnate con e da chi opera e conosce approfonditamente i sistemi locali piuttosto che da entità sovraordinate. D’altra parte considerata la natura particolare della crisi italiana e regionale, una richiesta di sostegno indiscriminato agli investimenti risulterebbe controproducente anche alla luce del ciclo di vita e di sviluppo in cui si collocano in prevalenza i diversi cluster industriali.

Si tratta invece di comprendere la dinamica strutturale del sistema e di riprogrammare la struttura produttiva. Occorre entrare nel merito di cosa produrre, di come farlo e per chi, sollecitando una modifica della specializzazione produttiva verso settori a più alta intensità di ricerca e sviluppo. Solo la produzione di beni innovativi in grado di indirizzare un cambiamento tecnologico che vada oltre i confini nazionali può contribuire al rilancio delle economie territoriali.

Questo è ciò che si dovrebbe intendere per politica industriale. La sfida tuttavia non concerne soltanto gli ambiti del “che cosa fare”, ma anche e forse soprattutto il “come fare” per realizzare una nuova politica industriale. La rinnovata centralità delle PMI ha sì bisogno di nuove visioni e di politiche di sviluppo industriale e territoriale, ma nella fase di attuazione necessita soprattutto di meccanismi organizzativi dotati di flessibilità ed elevata capacità di mobilitazione, in grado di svolgere un ruolo di interfaccia tra sistemi e imprese locali da un lato e centri di competenza e ambienti esterni, sia pubblici che privati, dall’altro. È questo un aspetto rilevante che richiede di far evolvere il modo di interagire tra gli operatori, le politiche e gli strumenti di intervento nel territorio.

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