Il narratore senza tempo

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redazione

14 Luglio 2016
Reading Time: 6 minutes

Maurizio Mattiuzza

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Maurizio Mattiuzza e la poesia: come si è sviluppato questo rapporto?

«È qualcosa che mi accompagna ormai da oltre 30 anni. Ho sempre amato la lettura. I libri e la musica mi circondano praticamente da sempre. Come autore ho iniziato a metà degli anni ’80, scrivendo testi per la mia band, un gruppo al confine tra il punk e la poesia. Da lì ho proseguito come poeta, prima dentro alla grande officina creativa e politica della rivista Usmis e poi in quel movimento culturale che ne è stato in qualche modo conseguenza. Credo sia stata una primogenitura che ha segnato tutto, dandomi la fortuna di una dimensione condivisa. Molte delle cose che ho pubblicato, infatti, in qualche modo spesso si sono messe in cammino da sé. Altri autori ne hanno fatto video art o canzoni, chiudendo quel cerchio che è anche il mio inizio».

Il suo lavoro unisce spesso poesia e musica: nell’era delle nuove tecnologie, qual è lo stato di salute del rapporto tra queste due arti?

«Dal mio osservatorio posso dire che il rapporto è molto buono fino a quando si è in grado di fonderle in una possibilità espressiva entro la quale niente è come prima. Se poesia e musica diventano una nuova pozione magica, allora ecco che nasce un’altra emozione, una visione delle cose diversa da quella che ciascuna di queste due arti aprirebbe magari da sola».

Agli artisti che interpretano e suonano le sue opere lei cosa chiede in particolare?

«Più che chiedere ho un grazie da dare, da dire. Essere scelti per un progetto che nasce altrove, ha una magia tutta sua. Una magia che, per funzionare, ha bisogno di sincerità e attenzione reciproca. Insomma c’è da “volersi bene” a vicenda, come capita da anni, ad esempio, con Lino Straulino, con Renzo Stefanutti e, recentemente, con la band dei Luna e un Quarto. Sono stato fortunato perché tutti gli attori, i musicisti con cui ho collaborato o che mi hanno sottoposto un brano già finito, sono artisti di grande levatura e sensibilità. Gente che recita e scrive canzoni in un modo che io ammiro profondamente».

Attraverso questa miscellanea di musica e poesia è nato un quartetto che porta in scena Cantata per la donna del chiosco sul Po: qual è il significato di questo recital?

«Al centro di questo progetto, che vede insieme a me il cantautore Renzo Stefanutti, l’attrice Stefania Carlotta Del Bianco e Susan Franzil al violoncello, c’è un desiderio condiviso. La voglia, che abbiamo tutti e quattro, di dare ancora al verbo cantare quel senso civile e poetico che fa di tante canzoni popolari dei veri capolavori. È un omaggio alla terra, alle cose che sa dire con la nebbia, l’afa, l’inverno. Così, tutti assieme, abbiamo deciso di mettere sul palco un piccolo canzoniere contemporaneo dedicato a quell’Italia operaia e contadina che sta giusto mezzo passo dietro a noi. Un recital che mescola melodie friulane e storie della pianura, emigrazione di ieri e di oggi. Che inquadra case di ringhiera e parti di periferia fino ad arrivare alla figura che dà il titolo a tutto. Quella donna, che dal suo chiosco sul Po, sognava la certezza della fabbrica. Una certezza rivelatasi troppo spesso effimera».

La sua opera narra le reazioni di uomini e donne di fronte al tempo che prelude un mutamento sociale. All’epoca, il passaggio dal mondo agricolo a quello industriale. Oggi giorno siamo di fronte a un nuovo cambiamento?

«Ogni cambiamento, per essere compreso, diventare materia narrativa, necessita di tempo. Di un tratto di vita capace di farci percepire la distanza che separa il vissuto dal presente. Se ora è più facile comprendere il passaggio dal mondo agricolo a quello industriale, non è quindi altrettanto agile focalizzare quanto ci accade nel quotidiano. Inoltre noi ora viviamo forse un processo peculiare, tipico della nostra era. Una sorta di disabitudine a pensarci Storia che di certo non aiuta a comprendere il presente».

Nel recital emerge che negli anni ’70 le persone sognavano le tappe di un avvenire migliore; nel 2016 secondo lei si guarda ancora al futuro sognando o prevale la paura?

«Di motivi per avere paura, io credo e un po’ ricordo, ce n’erano anche allora. La guerra fredda, il nucleare, tanto per dirne alcuni di globali; per noi in Italia, ne ho memoria diretta, spesso anche il timore a salire su un treno, perché quelli erano tempi in cui si poteva saltare in aria per le bombe anche in una piccola stazione dell’Appennino, oppure a Bologna, a Brescia. Se si sognava, penso lo si facesse sulla base di una speranza, di una narrazione capace di evocare futuro. La paura, quando prevale, si nutre di vuoto. Cresce in quella solitudine che può coglierci anche in mezzo a una moltitudine».

In passato, di fronte alle grandi crisi, l’uomo ha riscoperto il valore dell’arte e della cultura come caposaldo cui attraccare i propri ideali. Vale ancora così in questi tempi?

«Crisi e arte stanno spesso insieme. Si confrontano, si intersecano, si fronteggiano. Si sfidano in un rapporto che ruota attorno a un etimo. Perché se crisi deriva da cambiamento, l’arte, di quel cambiamento, può essere sia conseguenza che anticipo, destino dato prima. Un destino narrato. Intravisto, sublimato. Oggi, guardando a questo rapporto, a quanto può significare in termini di valori o idealità, c’è però da fare parecchia attenzione alla lente del mercato, a quanto va formando e deformando la cultura».

Qualsiasi opera ha un destinatario a cui desidera trasmettere un messaggio, un’emozione: com’è il rapporto di Maurizio Mattiuzza con il pubblico?

«Un rapporto di profondo rispetto. Il pubblico è il principio di ogni cosa, la prova che si sta insieme su una base comune. Molte delle cose che scrivo e racconto sono materia di tutti. Io, pur facendo il poeta e lo scrittore, spesso mi sento un cantastorie. Uno che impara dalla vita e racconta con la scrittura ciò che vede o che non vede più».

I suoi testi sono tradotti in diverse lingue europee e lei stesso scrive in italiano, friulano e nel dialetto della Valsugana: nell’epoca dei messaggi abbreviati e degli emoticons, qual è lo stato di salute della “lingua”?

«La lingua friulana, per molti aspetti, sta meglio di trent’anni fa. Peggio sta, forse, l’italiano, quanto meno in termini di qualità media, soprattutto in tv, alla radio. Sul friulano, poi, ci sarebbe molto da dire, anche perché, pur stando in salute, rimane sempre una lingua che ha davvero bisogno dell’affetto di chi la parla. Un affetto mai venuto meno e che va trasmesso alle nuove generazioni attraverso dei percorsi didattici ma pure comunicativi, artistici».

Fare arte in Friuli Venezia Giulia è più semplice o più complicato rispetto che in altri luoghi d’Italia?

«Entrambe le cose. La nostra posizione geografica, la nostra storia plurilingue, questo essere mare e terra che siamo, sono una materia potentissima. Per certi aspetti unica. Una materia che dà grandi risultati. Poi c’è l’altro aspetto, quel venir visti, soprattutto nelle grandi capitali della cultura italiana, come gente che sta in un posto freddo dove non capita mai nulla. Una percezione errata e che di certo non ci giova».

Finale con sguardo al futuro: quali sono i prossimi progetti in cantiere?

«Nell’attesa che esca un album di canzoni firmate assieme a Renzo Stefanutti, sto lavorando a diverse cose, soprattutto di narrativa».

 

Maurizio Mattiuzza, vincitore, con “La donna del chiosco sul Po” (La Vita Felice, 2015), della sezione Poesia XIII edizione «InediTO – Premio Colline di Torino» 2014, è una delle voce più significative della letteratura friulana contemporanea. Attivo già dalla seconda metà degli anni ’80 con la rivista Usmis, ha pubblicato diverse raccolte di poesia con note critiche di Gabriela Fantato, Luciano Morandini e del cantautore Claudio Lolli. Premio nazionale «Laurentum» 2009 per la poesia, lavora da diversi anni come spoken poet e paroliere accanto a Lino Straulino, col quale ha realizzato l’album Tiere nere e diversi altri brani. È autore, assieme a Renzo Stefanutti, di una delle canzoni finaliste del Festival di Poesia di Genova.

Ha da poco firmato con Jacopo Casadio e la band dei Luna e un Quarto “Oggi è Sabato sera – Ballata per Primo Carnera” disco da cui è stato tratto il concerto recital omonimo con regia di Stefania Carlotta Del Bianco e gli interventi di sand art di Massimo Racozzi e Fabio Babich. È il direttore artistico della sezione letteratura del festival Suns Europe. Conta traduzioni in inglese, sloveno, greco e altre lingue europee con partecipazioni a numerosi festival internazionali di letteratura. Scrive in lingua italiana, friulana e nel dialetto della Valsugana. È uno degli autori de “ La notte che il Friuli andò giù”, libro di narrativa dedicato ai giorni del maggio ’76. Nelle scorse settimane ha conquistato il “Premio Carlo Levi 2016 – Sezione Poesia, con la lirica Qualcosa di Sud.

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