Sport professionistico e diritti, novità per il calcio femminile

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redazione

20 Maggio 2022
Reading Time: 3 minutes

Dopo la decisione della FIGC

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“Non deve passare in sordina una grande rivoluzione per tutto il mondo dello sport: la Federazione Italiana Calcio ha approvato l’accesso al professionismo delle donne calciatrici di serie A”, esulta la Consigliera Regionale di Parità, Anna Limpido.

In cosa consiste la rivoluzione? Anche alle donne dal primo di luglio si estenderanno tutte le tutele riservate ai professionisti maschi: contributive, di livello salariale, previdenziali oltreché la dignità di chiamarsi calciatrici “di professione” e non solo come, sinora, semplicemente “dilettanti” (a cui poi di conseguenza derivava economicamente un mero rimborso spese e zero diritti).

“Il professionismo nel calcio femminile italiano è un passo fondamentale per la crescita del movimento sportivo femminile tutto – afferma il presidente del Coni Fvg, Giorgio Brandolin – l’augurio è che questo possa davvero permettere al calcio femminile di raggiungere i numeri di partecipazione e visibilità mediatica raggiunti in altri paesi come U.S.A., Inghilterra e i Paesi del Nord Europa”.

Che qualcosa stava cambiando era già nell’aria: sempre più squadre e sempre più Regioni già da anni hanno iniziato a fare capolino nei campionati di più alto livello.

“Il calcio femminile è stato a lungo considerato un costo per l’industria calcistica e probabilmente solamente di recente ci si è accorti che, al contrario, è una risorsa preziosa per lo sport e per la società, in grado di guidare il settore in una direzione positiva e sostenibile”, sottolinea Cristiana Ferrari, preparatrice atletica di una squadra di calcio femminile in Emilia Romagna, regione che vanta il maggior numero di squadre femminili impegnate nei campionati di più alta categoria.

In Friuli Venezia Giulia a svettare come unica squadra femminile nella serie B è il Tavagnacco Femminile, con oltre 20 anni di storia alle spalle sempre sotto l’egida dell’imprenditore Roberto Moroso e, da quasi un decennio, con il vicepresidente Domenico Bonanni che su questa novità del professionismo non ha dubbi: “Il riconoscimento di diritti è sempre un passo importante e condivisibile ma non fa i conti con le reali possibilità delle società sportive femminili. Di fatto, per quanto ci riguarda, ci hanno spezzato il sogno di tendere alla serie A perché, a parità di ricavi, non potremmo permetterci di sostenere i costi aggiuntivi che da ciò deriveranno. Se il professionismo per le donne era il fine voluto, questo doveva essere un percorso da accompagnare con la nascita di fondi adeguati dedicati mentre oggi, nella loro esiguità, questa scelta temo che falcerà la maggior parte delle società favorendo solo le élite del calcio femminile”.

Di fatto il dibattito sul punto è acceso da anni e, a fronte della costituzione di un fondo triennale per sostenere l’inclusione femminile nel professionismo, la FIGC è sinora l’unica federazione sportiva ad aver compiuto questo passo dal quale non si potrà tornare più indietro.

Ma quali dovranno essere i prossimi passi da percorrere?

“Chi come me si occupa di parità – conclude la Consigliera di Parità Regionale, Anna Limpido – non può che plaudere alla rivoluzione della FIGC, ma questa deve andare a braccetto con il sistema: soffocarlo avrebbe l’effetto controproducente non solo per le donne, ma anche per lo sport tutto, trascinandosi i nuovi diritti acquisiti. Per tale ragione è doveroso sostenere questo processo di riequilibrio ridisegnando equilibri finanziari che reggano l’intero sistema al fine di incoraggiare uno stato di tutela esteso anche alle categorie inferiori e agli altri sport. Il grido di aiuto delle società sportive deve essere ascoltato così come l’insopportabile precarietà degli sportivi – donne ma spesso anche uomini – che fino alla fine della loro carriera professionale (più o meno ai 40 anni) sono totalmente sconosciuti all’Inps. Non dobbiamo cadere nell’equivoco di pensare che i diritti possano essere riconosciuti dal datore solo là dove ci siano i soldi perché questo, oltre a dare al datore stesso un ingiustificato imperius, significherebbe inquinare la nostra società con l’idea che i diritti fondamentali dipendano dall’economia”.

Sul punto Gabriele Nicolella, già avvocato esperto di sport business, è però ottimista: “Si tratta di una valorizzazione dell’intero movimento a cui, sono certo, seguiranno sponsor e televisioni”.

 

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