Marco Petean in posa assieme a suo padre (© Elia Falaschi)
CERVIGNANO DEL FRIULI – Ultima settimana di apertura per la mostra “Dialoghi sulla linea dell’orizzonte. A mio padre, alla mia terra”, dello scultore Marco Petean, allestita nella Biblioteca civica “Giuseppe Zigaina” (clicca qui per tutti i dettagli).
Giovedì 14 maggio (dalle ore 16 alle 18) e sabato 16 maggio (dalle ore 11 alle 13, l’artista sarà presente per delle visite guidate.
Nel frattempo, in questa intervista, ripercorre le emozioni vissute nelle settimane di apertura della sua personale.
Marco, che effetto ha fatto inaugurare questa mostra nella sua città?
«È stato molto emozionante e sono orgoglioso soprattutto del percorso fatto per arrivare a esporre in una mostra personale nella città in cui vivo. La è stata promossa dal Comune di Cervignano del Friuli conseguentemente alla mia aggiudicazione del Premio d’acquisto alla 52ª edizione dello storico e prestigioso Premio Suzzara e l’ingresso della mia opera dal titolo “Siamo noi in fuga” nella collezione permanente del Museo Galleria del Premio di Suzzara (Mantova), a fianco alle opere di grandi artisti del Novecento del panorama nazionale e regionale, come il mio concittadino Giuseppe Zigaina, al quale è intitolata la Biblioteca civica, luogo in cui si tiene la mostra. Zigaina si era aggiudicato il Premio Suzzara nel 1950 e nel 1956, così come altri artisti del calibro di Sergio Altieri, Franco Dugo, Armando Pizzinato, Luigi Spacal. E proprio il Museo Galleria del Premio di Suzzara e il Comune di Suzzara, assieme al Comune di Aquileia e alla Fondazione Società per la conservazione della Basilica di Aquileia, hanno patrocinato la mostra».
Dialoghi sulla linea dell’orizzonte. A mio padre, alla mia terra: come mai questo titolo?
«La mostra è stata concepita come un viaggio attraverso le mie memorie personali e quelle del mio territorio. Idealmente mi sono posto in riflessione di fronte alla linea dell’orizzonte che attraversa la Bassa Friulana, una sorta di confine visivo che al tempo stesso separa e unisce e che nel contempo custodisce le mie memorie. È lungo questa linea che non rappresenta soltanto il paesaggio, ma anche una linea mentale, uno spazio sospeso, che prendono forma i dialoghi citati nel titolo della mostra: dialoghi tra epoche, persone, luoghi e artisti di generazioni diverse. Le dediche a mio padre e alla mia terra non rappresentano un semplice atto formale, ma il cuore pulsante di questo progetto. Sono una dichiarazione d’amore verso le mie radici: ho voluto onorare l’uomo che mi ha tramesso valori importanti, come quelli della tenacia e della resilienza, e la terra che ha dato forma al mio sguardo. Presentare questa mostra nella mia città è stato per me un “ritorno a casa”, un modo per restituire in forma d’arte tutto ciò che questi luoghi ed i miei affetti mi hanno donato nel tempo».
La pineta di San Marco, la spiaggia e la vecchia stazione di Belvedere: perché ha voluto ricreare proprio questi luoghi con le sue sculture in terracotta policroma?
«Perché questi luoghi rappresentano la scenografia del mio racconto. Il viaggio che narro nella mostra raggiunge, dal mio punto di vista, la sua massima intensità proprio alle spalle della vecchia stazione di Belvedere di Aquileia, dove è nato mio padre nel dicembre del 1944: un punto in cui mare, colline, montagne e il cielo del Friuli Venezia Giulia sembrano congiungersi in un unico respiro visivo e simbolico. Ho rappresentato i luoghi dell’infanzia di mio padre e della mia, come luoghi interiori prima che reali, paesaggi dell’anima in cui la memoria familiare, la trasformazione ambientale e la stratificazione storica si fondono in una narrazione unica. La valle di pesca di Belvedere, la collina su cui si erge la chiesa di San Marco, la spiaggia di Belvedere, la vecchia stazione, compongono la mia geografia intima. Quei luoghi un tempo popolati, rumorosi, immersi in una vegetazione vitale, oggi appaiono progressivamente spopolati, immobili, silenziosi, mentre la natura, lentamente si riappropria del proprio spazio, cancellando le tracce della presenza umana, i suoni si rarefanno lasciando il posto al silenzio, ai versi degli animali e ai rumori della natura, creando quasi un palcoscenico teatrale che sembra sospeso, bloccato, in attesa».
Il suo sguardo verso il passato è più nostalgico o di gratitudine?
«Entrambe le cose: la nostalgia riguarda i luoghi che sono cambiati, modificati, scomparsi, o abbandonati, come nel caso della stazione di Belvedere di Aquileia, che è stata abitata dalla famiglia di mio padre dal 1944 fino alla fine degli anni Ottanta, alla quale ho dedicato un’opera dal titolo “Punto di partenza. La stazione dei ricordi offuscati” e le persone che non ci sono più, mi mancano le loro voci, i loro racconti, i loro gesti affettuosi; la gratitudine invece, riguarda sia i luoghi che le persone, per quello che mi hanno saputo dare, in termini di valori, di sentimenti, di insegnamenti. Dal mio punto di vista, le opere che raccolgono meglio al loro interno entrambi questi sguardi, di nostalgia e di gratitudine, sono quelle intitolate “L’ultimo guardiano della valle”, che rappresenta la valle di pesca di Belvedere, come oggi non la si può più vedere, con il capanno, la barca e la bicicletta del suo “ultimo guardiano”, mio zio, e “Il custode dell’orizzonte”, che rappresenta la collina su cui si erge la chiesa e il cimitero di San Marco, il mio luogo dell’anima, nel quale mi sono sposato, ma nel quale riposano anche i miei cari».
Cos’ha significato suo padre nel suo percorso artistico?
«Il rapporto con mio padre rappresenta il vero motore del mio percorso artistico. È quella forza propulsiva che mi spinge a scavare nella memoria sua e della nostra famiglia, e a trasformare il ricordo in materia e a dargli forma. Senza il confronto con la sua storia, i suoi silenzi e i suoi racconti, la mia mano non avrebbe preso la stessa direzione. Ogni scultura presentata nella mostra di Cervignano, è nata da questa spinta interiore, un’energia che mi ha aiutato a trasformare l’affetto e i sentimenti in opere, in atti creativi. Inoltre, nel momento in cui ho cominciato a progettare e a ideare l’ultima esposizione, mi sono immediatamente emersi i temi a me più cari e ha preso forma il viaggio attraverso le mie memorie personali. Il rapporto con mio padre è risultato essere centrale nel racconto: la sua storia, che parte dall’infanzia, i suoi ricordi, sono stati la base di partenza per ideare le opere presentate, così come una domanda che gli avevo posto pochi mesi prima “quali sono stati gli anni più belli e felici della tua vita?”».
Una parte della mostra è dedicata proprio a lui: alla sua infanzia in seminario e al suo ultra trentennale servizio all’interno della Basilica di Aquileia. Come mai questa scelta?
«I miei teatrini in terracotta, in questa mostra, sono diventati il medium privilegiato per dare forma a un atto d’amore, di restituzione e riparazione nei confronti del territorio e della figura di mio padre. In essi ho creato e custodito i frammenti di vita e di racconti lontani, restituendo colore a immagini sbiadite e nuova presenza a luoghi e a persone care. Il mio ha voluto essere anche un atto di preservazione della memoria degli individui comuni, come appunto mio padre, quelli che la storia tende a dimenticare. Ho voluto – tramite le sue fotografie e i suoi racconti – creare un nuovo legame, ancora più profondo, ricostruendo la sua esperienza di bambino che nella metà degli anni Cinquanta lascia il paese nativo e la famiglia per intraprendere la strada del seminario; a questa fase della sua vita ho dedicato un’installazione fotografica, con vecchie foto di famiglia e dei brevi scritti, dal titolo “Il tempo del distacco”. In mostra ho inoltre presentato tre sculture in terracotta policroma dedicate a mio padre, una che lo raffigura nei panni del chierichetto nella chiesa del paese, negli anni precedenti alla partenza per il seminario, dal titolo “L’anticamera del silenzio” e poi due dedicate alla sua lunga esperienza come sacrestano presso la Basilica di Aquileia, che ho intitolato “Il servizio silenzioso. La cura del rito” e “I passi del sacrestano. L’eco della Basilica”; hanno voluto rappresentare delle “piccole memorie” scolpite nell’argilla, a creare una sorta di archivio dell’anima, delle reliquie, un punto di contatto eterno tra padre e figlio».
Alcune opere in mostra raffigurano grandi artisti regionali che hanno avuto in qualche modo un legame con il suo percorso artistico.
«I dialoghi evocati nel titolo della mostra si riferiscono anche agli incontri che ho avuto con grandi artisti regionali, soprattutto all’interno dei loro studi; i loro racconti, i loro insegnamenti, hanno rappresentato per me un’eredità culturale molto forte. In particolare, in occasione di questa mostra, ho presentato delle opere che raffigurano il mio concittadino Giuseppe Zigaina che non ho avuto modo di conoscere personalmente, ma che ho conosciuto tramite le sue opere, dipinti e incisioni, nonché attraverso i suoi libri; Sergio Altieri che ho avuto modo più volte di incontrare nel suo studio di Capriva del Friuli e che con me e Zigaina ha in comune la partecipazione al Premio Suzzara, e Giorgio Celiberti al quale ho avuto modo di mostrare più volte il mio lavoro in occasione delle mie mostre personali, che mi ha sempre sorpreso per la sua capacità di lasciarsi emozionare e coinvolgere dal lavoro di un’artista di una generazione diversa, ma che ha in comune con lui l’amore per la scultura e il racconto delle emozioni».
Oltre che sua moglie, Diana Cerne è anche curatrice di questa mostra così come di altre precedenti. Che ruolo riveste Diana nella produzione artistica di Marco Petean?
«Il ruolo di Diana è fondamentale e va ben oltre la curatela. Essendo lei stessa un’artista della ceramica, possiede una sensibilità rara e una conoscenza profonda della materia. In tutto il processo creativo, rappresenta per me un interlocutore imprescindibile ed è la prima persona con cui mi confronto. In occasione di questa mostra, la sua presenza come curatrice ha garantito una coerenza artistica che nasce da una condivisione quotidiana di intenti e di linguaggi. Conoscendo la mia storia e quella di mio padre, inoltre, mi ha aiutato a filtrare le idee e i sentimenti e a dare struttura formale alla mia creatività, sapendo anche tradurre le mie intenzioni in un percorso espositivo e in un racconto che il pubblico ha potuto abitare e condividere».
Dopo l’inaugurazione della mostra qual è stato il complimento che le ha fatto più piacere ricevere?
«Non è stato a parole, ma negli occhi delle persone: molti sono venuti da me visibilmente emozionati e commossi subito dopo la presentazione, prima ancora di aver visto le mie opere. Ma ciò che mi ha segnato profondamente sono stati i pensieri lasciati sul libro delle dediche, leggere che la mia mostra ha rievocato il ricordo di affetti cari ormai scomparsi o lontani, mi ha fatto capire di avere raggiunto l’obiettivo più alto e questa cosa mi ha emozionato molto. In quel momento, il mio racconto personale si è trasformato in un racconto collettivo, una memoria condivisa che appartiene a tutti. Inoltre, dopo aver effettuato numerose visite guidate alla mostra e averla spiegata a tante persone, mi sono reso conto che quella che ho raccontato tramite le mie sculture in terracotta policroma e con un’installazione di vecchie foto di famiglia, rimaste nei cassetti per decenni, non è più solo la storia di mio padre o la mia storia, ma un racconto, dove ogni spettatore ha potuto ritrovare un pezzo della propria vita».




















