La spada nel cuore

imagazine vanni veronesi

Vanni Veronesi

29 Settembre 2015
Reading Time: 7 minutes

Fiore dei Liberi

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Una foresta di simboli

Questa storia inizia con una figura carica di simboli e richiami numerologici. Innanzitutto il sette, come i giorni della settimana, i sigilli dell’Apocalisse, i pianeti prima di Galileo, i doni dello Spirito Santo, i Sacramenti, le arti liberali; nella nostra immagine, sette spade centrate sul corpo per raffigurare i colpi fondamentali della scherma, ossia due fendenti (dall’alto al basso), due sottani (dal basso verso l’alto), due mezzani (all’altezza del torso) e la cosiddetta ‘punta’. C’è poi il quattro, come i bracci della croce, gli Evangelisti, le stagioni, gli elementi naturali acqua terra fuoco aria; nella miniatura, quattro animali per rappresentare le virtù dello spadaccino perfetto, accompagnati da un distico poetico. In alto il lovo cervino, il ‘lupo cerviero’, nome medievale della lince, simbolo di quella prudenza (avisamento) che misura ogni cosa con precisione, come con un compasso (sesto): «Meio de mi, lovo cervino, non vede creatura / E a quello meto sempre a sesto e mesura». In basso un elefante che sorregge un castello, a indicare la forteza: «Elefante son e un castello porto per chargo. / E non mi inzinochio né perdo vargo» (posto, ndr).

A sinistra la velocità (presteza) incarnata dalla tigre che regge una freccia: «Io tigro tanto son presto a correr e voltare / che la sagitta del cielo non mi poria avanzare». Infine, a destra, il leone che appoggia la zampa su un cuore, emblema dell’ardimento: «Più de mi Leone non porta core ardito, / però di bataglia fazo a zaschun invito». L’immagine è dunque una sintesi perfetta della scherma, che ai tempi della compilazione della miniatura – inizio del 1400 – era una vera e propria disciplina di guerra. Di cui il massimo interprete fu un friulano destinato a entrare nel mito: Fiore dei Liberi.

Da allievo a maestro

Fiore nasce a Premariacco nel 1340 in una famiglia appartenente alla nobiltà di rango più basso (per l’appunto i milites liberi), tenuta a servire il proprio signore ma già piuttosto emancipata, con il diritto di possedere terreni e di consegnarli in eredità alla prole. Avviato giovanissimo alla pratica della spada, si rivela subito un guerriero in erba, tanto da dover cambiare più di un maestro per trovare qualcuno all’altezza: viaggia dunque in lungo e in largo, trovando in molti casi insegnanti dalle dubbie capacità, invidiosi del suo talento, che lo costringono addirittura al duello per difendere il suo onore. Finché non si imbatte in «Johanne detto Suveno», ossia ‘Svevo’, allievo di «Nicholai de Toblem» della diocesi di Metz: un vero maestro, grazie al quale Fiore affina le sue tecniche e in breve tempo diventa il migliore. Pronto, dunque, per diventare a sua volta insegnante.

Nel 1381, intanto, muore il patriarca di Aquileia Marquardo di Randeg. L’attesa per la nomina del successore è altissima; così, quando papa Urbano VI impone Filippo d’Alençon, con un atto in deroga alla tradizionale indipendenza friulana, una parte  della regione non gradisce. Tanto più che il cardinale si trova subito alle prese con un dissidio profondo fra Cividale e Udine, entrambe in crescita e con mire espansionistiche sulla valle dell’Isonzo, zona strategica per il controllo dei commerci con l’Est e il Nord Europa: l’Alençon, nella lite fra le due città, si schiera con Cividale, così come i Carraresi di Padova e il re d’Ungheria,  in uno scenario diventato internazionale. Gli udinesi allora si ribellano e riescono a cacciare il Patriarca, chiamando alla difesa della città proprio Fiore dei Liberi. A garantire per lui di fronte al Consiglio c’è un protettore d’eccezione: il conte Federico Savorgnan, che riesce a farlo nominare comandante di una truppa e responsabile alle balliste e alle catapulte.

Nonché all’approvvigionamento di polvere da sparo per l’ultimo ritrovato della tecnologia militare: le armi da fuoco. Un incarico, quest’ultimo, che Fiore accetta di malavoglia e per breve tempo: per un maestro di spada, la cui intera vita ruota attorno all’idea del combattimento corpo a corpo, quella invenzione basata sul colpo meccanico a distanza appare senz’altro come una meschina diavoleria, contraria ai principi di onore, valore e coraggio che da sempre muovono il vero guerriero. Forse è anche per questo che le fonti non testimoniano la presenza di Fiore a Udine dopo il 1384, nonostante il protrarsi della guerra con Cividale fino al 1389; un silenzio alimentato da Fiore stesso, che su questa parentesi non fa nemmeno un cenno nel suo Fiore di battaglia.

Premesse di un libro mitico

La storia dell’opera inizia molto prima della sua scrittura, risalente al 1400: comincia con l’abbandono del Friuli da parte di Fiore e il ritorno al suo mestiere di maestro di scherma. Nel proemio l’autore elenca con orgoglio i suoi migliori allievi, ricordandone i duelli vinti. C’è dunque Piero del Verde, futuro signore di Colle Val d’Elsa, vincitore a Perugia nel 1381 contro Pietro Cornuald della Corona; lo segue Nicola von Urslingen, appartenente a una nota casata di mercenari, che prevale a Imola contro un altro Nicola di origine inglese; le vere star, però, arrivano dopo gli anni udinesi. Il primo è Galeazzo Cattaneo dei Grumelli, condottiero lombardo che nel 1395, a Padova, lancia il guanto della sfida al maresciallo francese Jean II Le Maingre, detto “Boucicaut”, colpevole di aver gettato discredito sul valore degli Italiani alla corte di Francia: una vera questione d’onore. Fiore è lì, ad addestrare Galeazzo per battere il più forte guerriero sulla piazza: il duello finisce in parità, ma il risultato è comunque eccellente.

È poi la volta di Lancillotto Beccaria, mercenario, che sotto la supervisione di Fiore batte un tedesco, tal Bartolomeo. Mentre il 24 giugno 1399, a Pavia, va in scena il duello più appassionante, sotto gli occhi del duca milanese Gian Galeazzo Visconti: da una parte il germanico Sirano, dall’altra Giovannino da Baggio, pupillo di Fiore dei Liberi. I due iniziano a fronteggiarsi a cavallo, con le lance, ma dopo pochi passaggi lo scontro si sposta a terra, dove il Baggio riesce a prevalere con «tre colpi di spada e tre colpi di daga».

Piero, Galeazzo, Lancillotto, Giovannino e appunto Fiore sono figure che hanno molti punti in comune: sono tutti ghibellini, ossia sostenitori dell’Imperatore ai danni del Papato; sono uomini che hanno fatto della guerra il loro mestiere; soprattutto, sono il simbolo di un’Italia che sta cambiando rapidamente, dove i Comuni stanno cedendo al dominio di singole famiglie, sempre alla ricerca di soldati al loro servizio per conquistare e difendere il loro potere. E Fiore dei Liberi è l’uomo giusto al momento giusto, tanto da conquistarsi la simpatia di Nicola III d’Este, Marchese di Ferrara, Modena e Parma, che nel 1400 lo chiama alla sua corte.

Proprio qui il maestro ha finalmente il tempo per dedicarsi alla scrittura del Fiore di battaglia, dove per la prima volta vengono elencati punto per punto tutti i movimenti, i trucchi e gli stratagemmi per battere l’avversario nel corpo a corpo, con meravigliosi disegni esplicativi come in un manuale moderno: ed ecco quindi daga, spada a una mano, spada a due mani, spada in arme, lancia in arme, azza (un tipo di arma inastata), spada contro daga, scherma a cavallo, lancia contro cavallo, azioni non convenzionali e tecniche dell’«abraçar» (lotta libera). Il libro avrà un successo enorme in tutta Europa; eppure, la sua redazione è avvolta dal mistero. E dopo Ferrara lo spadaccino friulano scompare per sempre dalle fonti.

I codici di Fiore

Il più completo fra i codici del Fiore di battaglia ci è noto attraverso un facsimile: dopo il 1902, anno della sua edizione ad opera di Francesco Novati, il manoscritto noto come Pisani-Dossi è infatti scomparso in circostanze mai chiarite. Ritenuto per decenni distrutto, nel 2006 è stato invece ritrovato: o meglio, ‘intercettato’ attraverso un’indagine del collezionista Steve Hicks, che però non ha ottenuto l’autorizzazione a divulgare ulteriori notizie da parte della famiglia attualmente proprietaria. Dalla perfetta riproduzione di Novati, tuttavia, possiamo intuire che il Pisani-Dossi era stato pensato come dono a Nicola III d’Este: un libro di parata più che di effettivo uso militare, a giudicare dalle miniature ben poco esplicative rispetto alle didascalie, per altro in versi poetici. Un esemplare di lusso, destinato al Marchese e non all’esercito, era anche il manoscritto siglato Ludwig XV.13, oggi conservato al Getty Museum di Los Angeles, distinto dal Pisani-Dossi per la redazione in prosa anziché in poesia.

Di tutt’altro aspetto il codice M.383, finito alla Morgan Library di New York: la scrittura più veloce, l’apparato decorativo succinto e l’assenza della dedica a Nicola d’Este fanno pensare a un uso militare, confermato dal fatto che i disegni esplicativi delle varie mosse sono molto più chiari e didascalici rispetto agli altri codici. Tutti e tre risalgono comunque all’inizio del Quattrocento: dunque, se non sono gli ‘originali’ (impossibile dirlo), di certo sono esemplari vicinissimi a quanto pensato e realizzato da Fiore stesso attraverso i suoi copisti.

Nel 2008 è la volta di un altro colpo di scena: a Parigi, i ricercatori Fabrice Cognot e Ken Mondschein ritrovano nella Bibliothèque Nationale de France un manoscritto dimenticato. La scoperta è sensazionale: si tratta di un’altra versione del Fiore di battaglia, risalente alla metà del Quattrocento e sontuosamente illustrata. Ma la vera novità è la sua lingua: non più il volgare, bensì il latino, a testimoniare la necessità di una traduzione in una lingua franca per un pubblico internazionale. Il codice è ancora al vaglio degli esperti, ma una cosa è certa: la storia di Fiore dei Liberi è tutt’altro che finita.

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