Enrico Brun: l’unicità della musica
Tempo di lettura: 6 minuti
Il musicista di San Vito al Tagliamento ha diretto l’Orchestra di Sanremo per Mara Sattei ed Enrico Nigiotti all’ultimo Festival. Compositore, produttore e ingegnere del suono, da anni lavora a Milano per Sony Music Italy, collaborando con artisti come Måneskin e Pinguini Tattici Nucleari. «Per essere creativi e lucidi bisogna saper usare bene il proprio tempo»
Enrico Brun
Classe 1985, Enrico Brun ha la musica nel sangue e quella luce negli occhi di chi è riuscito a trasformare la passione nella strada della propria realizzazione professionale.
Molto legato al suo Friuli, da anni vive a Milano dove – tra i diversi impegni e risvolti professionali – è studio manager alla RCA Recording Studio di Sony Music Italy.
Direttore d’orchestra, produttore, ingegnere del suono, autore, studio manager, compositore: Enrico Brun come si descriverebbe?
«Mi ritengo prima di tutto un musicista. Con il tempo e con le esperienze vissute ho trovato la mia strada come produttore, però non sono un fan dei Job Titles e penso che la vera marcia in più di ogni addetto ai lavori del music business sia l’unicità. Quindi mi piace essere a servizio degli artisti in base alle loro necessità, che variano inevitabilmente da artista ad artista».
Il denominatore comune è la musica: cosa rappresenta per lei?
«È una passione che dà un senso alle giornate, che nel nostro lavoro sono sempre diverse. È poi uno strumento di comunicazione e un mezzo che permette di esprimermi e soprattutto amplificare quello che vogliono esprimere gli artisti con cui lavoro».
A 9 anni era già entrato in Conservatorio a Udine: questa esperienza quanto ha influito nella sua carriera professionale?
«Il percorso accademico ha rappresentato una fetta molto importante in quello che poi mi è capitato di fare dopo; non solo il Conservatorio ma anche la laurea in Ingegneria Informatica (che apparentemente non ho utilizzato) è stata fondamentale per la formazione della forma mentis, come poi lo sono state tutte le esperienze successive, come aver suonato molti generi diversi in formazioni differenti in qualità di musicista. Successivamente sono state importanti anche le esperienze televisive con X-Factor».
Dal Friuli a Milano: com’è stato lo sbarco alla RCA Recording Studio di Sony Music Italy?
«Graduale. Prima che l’RCA fosse costruita ero già a Milano: da relativamente poco facevo parte di un team di produzione presso l’Isola Studio di Eros Ramazzotti, dove ero giunto dopo l’esperienza televisiva di X-Factor Italia nel 2016. In quel contesto avevo conosciuto l’allora direttore musicale Fabrizio Ferraguzzo, attuale manager dei Måneskin: facevo parte della “resident band” nella fase degli Home Visit, come tastierista e programmatore. Poche settimane dopo lo stesso Ferraguzzo mi propose di entrare nel team dell’Isola dove ho iniziato per la prima volta a lavorare a tempo pieno in un vero studio di registrazione».
Un cambiamento radicale.
«Prima era stata un’attività sempre parallela ai live, ma che avevo sviluppato molto di più nei precedenti quattro anni, creando il mio studio di registrazione a San Vito al Tagliamento, il mio paese di nascita. Dopo meno di due anni all’Isola, Sony ci propose di prendere parte al progetto di RCA (idea concepita inizialmente da Andrea Rosi, attuale CEO di Sony Music Italia, e dal compianto Maestro Roberto Rossi). Affiancando l’architetto Dario Paini e il team di costruzione di Claudio Nordio abbiamo seguito passo passo tutte le scelte che hanno reso l’RCA Recording Studio quello che è diventato oggi».
Lei ha collaborato e collabora con grandi artisti della scena musicale italiana: c’è qualcuno di loro a cui è particolarmente legato?
«Con ognuno di loro si è creato un rapporto per forza di cose anche personale. La musica è un mezzo di condivisione umana e per creare o amplificare la creatività degli altri la componente empatica è da curare al pari della parte tecnico musicale, se non di più. Ci sono legami che con il tempo sono diventati più forti e che mi hanno lasciato tanto e continuano a farlo, come con Enrico Nigiotti: abbiamo condiviso entrambi una “prima volta”, perché il suo brano “L’Amore è” è stato il primo Disco di Platino della nostra vita (per lui come artista e autore e per me come produttore). Ho inoltre diretto l’Orchestra di Sanremo per il suo brano in gara quest’anno – “Ogni volta che non so volare” – e per il secondo anno consecutivo mi sono occupato della direzione musicale del suo tour live».
Non l’unico legame speciale.
«Un altro legame che considero molto forte è con Riccardo Zanotti dei Pinguini Tattici Nucleari, artista e autore incredibilmente talentuoso ma soprattutto una grande persona con la quale ho imparato molto sia musicalmente che umanamente. Per ultima, ma non meno importante, mi permetto di citare Giorgia; quando sono arrivato a Milano, nel 2016, era l’artista con la quale mi sarebbe piaciuto di più lavorare ed è successo appena 9 anni dopo: un altro sogno diventato realtà».
C’è invece un artista con cui non ha mai collaborato ma con il quale vorrebbe incrociare la strada professionale?
«Come produttore penso che la soddisfazione più grande non sia solo lavorare con un artista già noto ma prendere parte a un progetto ancora poco conosciuto e portarlo con le giuste scelte a un pubblico più vasto. Nell’ultimo anno ho iniziato a collaborare con una band che ha anche partecipato all’ultima edizione del concerto del Primo Maggio a Roma, i Santamarea, e ci vedo un grande potenziale di crescita».
Dirigere un’orchestra e curare la registrazione di brani in studio sono esperienze molto diverse: che emozioni le regalano?
«La produzione è sicuramente la parte più viva e creativa, dopo la scrittura, del processo che porta un brano dalla nascita alla pubblicazione, ed è la cosa che prediligo. La direzione orchestrale per me è stata semplicemente una conseguenza di questo, soprattutto bilanciando quanto fedele deve essere la riproduzione dell’orchestra rispetto al brano creato in studio, tenendo conto del valore aggiunto che può dare un organico così vasto in un’esibizione dal vivo».
Enrico Brun allo scorso Festival di Sanremo
La musica significa studio e dedizione continui. Lei come riesce a conciliare i tempi di tutte le sue sfaccettature professionali?
«La gestione del tempo è un “mestiere” a sé, che si impara solo col tempo stesso, ed è strettamente legata al benessere mentale. Per essere creativi e lucidi serve non andare in sovraccarico. Per fare questo bisogna essere proprietari del proprio tempo e saperlo usare con cura, soprattutto con la consapevolezza di quando è il caso di dire “no”. Quando si parla di scrittura è importante “vivere” e dire qualcosa di autentico, quindi avere il tempo di dedicarsi alla vita è fondamentale. Se non si è autentici e non si parla di esperienze vere ma surrogate poi il risultato si sente».
Come vive un friulano a Milano?
«Non è stato semplice all’inizio ma ho trovato il modo di trovare un buon equilibrio, ho mantenuto molte amicizie con tanti colleghi che condividevano con me il palco. Ma ho molti amici che fanno un lavoro completamente diverso ed è una sorta di “salvavita” sociale: non si può sempre parlare solo di musica».
Quanto torna nella nostra regione quali sono i luoghi che predilige frequentare?
«Dipende dai periodi dell’anno, ma in media cerco di tornarci almeno una volta al mese. Sono molto legato a San Vito al Tagliamento, dove ancora vivono i miei genitori, e sono altrettanto legato ai luoghi che ho frequentato in passato quando vivevo in Friuli, come Udine, Lignano e Torviscosa».


