Cantando sulle macerie

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redazione

8 Maggio 2014
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La musica nella Grande Guerra

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La letteratura occidentale nasce con un poema di guerra: l’Iliade. La poesia lirica muove i suoi primi passi a Sparta, in ambito militare, con i versi di Tirteo nel VII secolo a.C.: «È bello, cadendo in prima fila, morire / quando un uomo valoroso lotta per la sua patria». Scultura e pittura raffigurano da sempre battaglie e violenza. Perché l’arte, diceva Pablo Picasso, «è uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico». Una definizione perfetta anche per la musica, che nella Prima Guerra Mondiale ebbe un ruolo decisivo. Da riscoprire oggi, per far risuonare le note della pace.

Note per la patria

«Il Piave mormorava / calmo e placido al passaggio / dei primi fanti, il ventiquattro maggio»: l’incipit della Canzone del Piave è diventato patrimonio nazionale, da Nord a Sud. Il testo, con la sua potente forza evocativa, è un vero capolavoro nel suo genere, fin dai primi movimenti: «L’Esercito marciava / per raggiungere la frontiera, / per far contro il nemico una barriera… // Muti passaron quella notte i fanti: / tacere bisognava, e andar avanti!». C’è l’ardore, il senso del dovere, la suspense che fa ben sperare. Poi, come in ogni romanzo di formazione che si rispetti, arrivano i rovesci tragici: «Ma in una notte trista si parlò di tradimento, / e il Piave udiva l’ira e lo sgomento… / Ahi, quanta gente ha vista / venir giù, lasciare il tetto, / per l’onta consumata a Caporetto!».

Un nome che richiama a una tragedia scolpita nella memoria: come 11 settembre, per Caporetto non c’è bisogno di specificare. E così il canto prosegue, con scene di fuga, sbando generale, pianti. Finché arriva il riscatto: «“No!” disse il Piave, “No!” dissero i fanti, / “Mai più il nemico faccia un passo avanti!” // Si vide il Piave rigonfiar le sponde, / e come i fanti combatteva le onde… / Rosso col sangue del nemico altero, // il Piave comandò: / “Indietro va, straniero!”».

E giù con la rassegna di città ed eroi simbolo dell’Irredentismo: «Indietreggiò il nemico / fino a Trieste, fino a Trento, / e la Vittoria sciolse le ali del vento! Fu sacro il patto antico: / tra le schiere furon visti / risorgere Oberdan, Sauro, Battisti…». Infine, tutto si ricompone: «Sicure l’alpi… Libere le sponde… / e tacque il Piave: si placaron le onde… / Sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi, // la Pace non trovò / né oppressi, né stranieri».

Di questo quadro dove tutto si tiene, però, sfugge sempre un particolare: la canzone, scritta dal maestro Ermete Giovanni Gaeta, è dell’estate del 1918, quando il conflitto sta finendo e occorre far dimenticare gli orrori di quella che, per molti, è la fine della storia umana. Ben altre, invece, sono le parole e le note che per anni si sono levate dai fronti della Grande Guerra.

Censura e clandestinità

È una torrida mattina dei primi di agosto quella che fa da scenario, nel 1916, ai movimenti delle truppe italiane impegnate nei pressi di Gorizia. Dopo lunghi mesi di scontri con le truppe austriache asserragliate fra il Calvario e il Sabotino, il comando italiano decide di sferrare l’attacco finale.

Mitizzata dalla futura propaganda postbellica, la presa della città, fra il 9 e il 10 agosto, costerà la vita a 1.759 ufficiali e 50.000 soldati italiani, nonché a 862 ufficiali e 40.000 soldati austriaci. E il conteggio ufficiale, che distingue fra i detentori di stellette e i militi semplici, non potrebbe spiegare meglio la visione della guerra che allora accomunava i comandi di tutti gli schieramenti. In questo delirante macello di innocenti qualcuno, però, inizia a ribellarsi, dando sfogo alla propria rabbia in un canto intitolato O Gorizia, tu sei maledetta:

La mattina del cinque di agosto / si muovevano le truppe italiane / per Gorizia e le terre lontane / e dolente ognun si partì. // Sotto l’acqua che cadeva a rovescio / grandinavano le palle nemiche; / su quei monti, colline e gran valli / si moriva dicendo così: // “O Gorizia, tu sei maledetta / per ogni cuore che sente coscienza; / dolorosa ci fu la partenza / e il ritorno per molti non fu. // O vigliacchi che voi ve ne state / con le mogli sui letti di lana, / schernitori di noi carne umana, / questa guerra ci insegna a punir. // Voi chiamate il campo d’onore / questa terra di là dai confini; / qui si muore gridando: assassini! / maledetti sarete un dì. // Cara moglie che tu non mi senti, / raccomando ai compagni vicini / di tenermi da conto i bambini, / ché io muoio col suo nome nel cuor. // O Gorizia, tu sei maledetta / per ogni cuore che sente coscienza; / dolorosa ci fu la partenza / e il ritorno per molti non fu”.

Censurato con il pugno di ferro dalle gerarchie, diventerà il simbolo di una coscienza pacifista, cantato in clandestinità per non correre il rischio di provvedimenti disciplinari durissimi, quando non della fucilazione.

Il morale delle truppe

Giuseppe Ungaretti, Ernest Hemingway, Scipio Slataper, Giani e Carlo Stuparich, Clemente Rebora, Rudyard Kipling, Arthur Conan Doyle, H.G. Wells, Corrado Alvaro, Gabriele D’Annunzio, Carlo Emilio Gadda, Camillo Sbarbaro, Aligi Sassu: sul fronte del Friuli Venezia Giulia, durante la Grande Guerra, è come se la grande letteratura italiana e occidentale si sia data appuntamento. Ne sono nati romanzi, racconti e poesie che oggi sono patrimonio stabile della cultura moderna.

Eppure, esistono pagine altrettanto toccanti di cui non conosceremo mai gli autori: piccole canzoni nate dal dolore che, a distanza di un secolo, ci fanno ripiombare nel fango delle trincee.

A Piedimonte, in quello che per tutti diventa il «Calvario d’Italia», un’anima malinconica compone un breve canto fra lo strepitare delle mitragliatrici: «Ho perso la voce / sul Podgora… // Ho perso la voce / a fare l’amore / con un castagno secco / sull’aurora…». Chissà dov’è nata, invece, la triste elegia di Furlans: «Di chel sanc che àn menât vie / dal Lusinz al mâr lontan, / un rìu lunc par qualchi mie, / l’è sanc nestri, sanc furlan. // O furlan, fra tantis penis, / pe famèe, pal tet piardut, / mièz il sanc das nestris venis / i gravòns nus àn bevut» («Di quel sangue che hanno portato via, / dall’Isonzo al mare lontano, / un fiume lungo diverse miglia, / è sangue nostro, sangue friulano. / O friulano, fra tante pene, / per la famiglia, per il tetto perduto, / mezzo del sangue delle nostre vene / i letti ghiaiosi hanno bevuto»). Spaccati di vita che testimoniano un morale piuttosto basso fra le truppe: agli ufficiali più illuminati appare evidente che è arrivato il momento di fare qualcosa.

L’idea del generale Antonio Cascino è affascinante e geniale: chiamare sul fronte goriziano l’amico Arturo Toscanini, il più grande direttore d’orchestra di tutti i tempi. Ed è il Maestro stesso a raccontare i fatti al figlio Walter, milite sul Carso giuliano, in una lettera del 31 agosto 1917: «Venerdì 24 fui chiamato dal generale Cascino di portarmi la mattina seguente sul Monte Santo fresco conquistato… e così feci. Vi rimasi quattro giorni. Abbiamo suonato in faccia agli Austriaci e cantato gli inni nazionali – ho assistito a diversi attacchi al San Gabriele e sono sceso a Quisca scontento di non aver visto effettuare anche quest’altra conquista»

Toscanini aveva fatto in tempo a conoscere Giuseppe Verdi e a suonare per lui, era amico di Wagner e Puccini, ma era soprattutto colui che, a soli diciannove anni, da semplice violoncellista aveva sostituito il fischiatissimo direttore d’orchestra durante l’esecuzione dell’Aida a Rio de Janeiro, il 30 giugno 1886, chiudendo lo spartito e conducendo l’intera opera a memoria: un mito in carne e ossa. Ora, eccolo sul fronte a dirigere una banda militare per dare nuovo slancio ai soldati italiani: qualcosa che oggi non riusciamo neanche a immaginare. Non basterà, purtroppo.

Caporetto, il 24 ottobre 1917, porta con sé ben altra musica: l’Italia è allo sbando. Toscanini, in quei giorni a Cormòns, congeda la sua orchestra e ripara a Mestre, portandosi dietro il figlio Walter, convalescente a causa di una ferita. Eppure, la sua attività non si interrompe: il tour sui fronti di guerra, condotto in assoluta beneficienza, lo porta anzi a dilapidare quasi tutto il suo patrimonio. La notizia della fine del conflitto, nel novembre 1918, lo raggiunge alla Scala di Milano durante le prove per il Mefistofele di Arrigo Boito e gli regala uno squarcio di felicità. Non poteva sapere che, solo ventuno anni dopo, il mondo sarebbe precitato in una follia ancora più terribile.

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