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	<title>Ferruccio Tassin &#8211; imagazine.it</title>
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	<title>Ferruccio Tassin &#8211; imagazine.it</title>
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	<item>
		<title>San Valentino oltre ogni confine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ferruccio Tassin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2025 10:16:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<category><![CDATA[innamorati]]></category>
		<category><![CDATA[san valentino]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[tradizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 14 febbraio si celebra la festa degli innamorati. Ma in queste terre in onore del santo sorsero numerose confraternite e che tramandarono la testimonianza</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/02/Valentino-Privano.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/san-valentino-oltre-ogni-confine/">San Valentino oltre ogni confine</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 10pt;"><em>Statua lignea di San Valentino a Privano</em></span></p>
<p>In tempo senza agende, materiale scrittorio a tiro, la rima era ancillare alla memoria.</p>
<p>Ci sovviene, per questo mese, un proverbio friulano, il terribile “<em>Fevrarut, piêz di dut!</em>”. Diminutivo, non vezzeggiativo, per il mese più corto; il freddo, uno dei nemici della povera gente.</p>
<p>San Valentino – ricorre al 14 – ancora è legato al freddo: “<em>A San Valentin, si inglazza al mulin</em>” e anche qui era un guaio: le farine erano base per l’alimentazione. Freddo convinto: “<em>San Valentin, sclapa la glaz cul manarin</em>”.</p>
<p>Sì, adesso è una data topica per gli innamorati, dove il consumismo, insieme con l’affetto, ha la sua parte: la natura si risveglia. Con San Valentin, si rima “<em>…al nass al jeurin</em>”, nasce il leprotto; “<em>… al cjante l’odulìn</em>”, cinguetta l’allodoletto e si allungano i giorni “<em>… al vacjâr al distude il lumin</em>”, il vaccaro spegne il lume.</p>
<p>A Pavia di Udine antica una confraternita del Santo, idem a Clauiano, nella ampia pieve di Trivignano che comprendeva fino al Quattrocento anche le ora “goriziane” Chiopris e Viscone.</p>
<p>Confraternita non da poco a Fiumicello (400 i confratelli!) e nella veneta Cavenzano, poi “goriziana” dal 1818.</p>
<p>Ora, il Santo è universalmente noto per la – non infondata – tradizione che lo vuole protettore degli innamorati, spiegando il fatto con l’uso di donare l’abito da sposa in quel giorno, a Roma, in una chiesa a lui intitolata, o per il risvegliarsi della natura verso la sua festa</p>
<p>Si cita l’antica usanza, in Inghilterra, di scambiarsi biglietti affettuosi tra innamorati…</p>
<p>Nelle nostre terre, evocava aspetti più prosaici della vita, mali tremendi: era invocato contro l’epilessia, in friulano chiamata <em>mâl di Sant Valentin</em>; o <em>mâl dal azident</em> ; si ricorreva a lui, inoltre, in occasione di pestilenze tra uomini e animali i cui destini erano veramente legati.</p>
<p>Difficile dire se l’epilessia fosse più frequente allora (oggi non fa più paura), certo è che la segale, assai coltivata, poteva essere inquinata da segale cornuta e il grano dal loglio. Le farine che ne uscivano provocavano convulsioni, così come altre malattie, per le quali i rimedi erano scarsi; non restava che il Santo.</p>
<p>Ma perché tanta gente, pur vedendo che i mali ritornavano implacabili a tormentare e ad accorciare la vita, o a spegnerla in frequenti epidemie, continuava a rivolgersi ai santi; per un altro verso, è giusto guardare a uomini e donne solo angosciosamente presi da superstizioso terrore?</p>
<p>Si trattava piuttosto di fede disperata, di aggrapparsi a un sostegno nel faticoso, e pur breve viaggio, tra la terra e il cielo.</p>
<p>Forse è così vero questo, che gli antichi fedeli non avevano alcun interesse a discettare se, il Valentino che essi volevano dipinto da mani celebri per le loro chiese e le loro fraterne, fosse il presbitero romano</p>
<p>(forti i dubbi sulla sua esistenza) o il vescovo di Terni, ambedue martirizzati nel terzo secolo (il “nostro” decapitato intorno al 280, a sentire Jacopo da Varagine nella sua <em>Leggenda aurea</em>).</p>
<p>Venerato, proprio <em>ab antiquo</em>, sia nel mondo latino, che in quello tedesco, aveva un forte radicamento dove friulani, italiani e sloveni si incontravano.</p>
<p>Un polo di questa devozione, era, difatti sul San Valentin, accanto Gorizia. Li c’era tutto: una maggiore vicinanza fra la terra e il cielo; la metafora dell’ascesa; il silenzio. Una chiesa c’era, almeno dal Trecento, e accanto un convento.</p>
<p>Nel Cinquecento vi pellegrinavano Lucinico, Mossa, Corona, Mariano.</p>
<p>Quelli di Mariano riconoscevano lo sforzo fisico al loro sacerdote e allargavano di quattro soldi la borsa, in più rispetto alla consueta lira da messa di pellegrinaggio; otto i soldi che andavano a banderaro, “monaco” e crocifero.</p>
<p>Sul San Valentin si andava con la pieve (di Cormons), difatti, nel ritorno, a Lucinico (1567), la Chiesa coronese dispensava ai pellegrini di Mariano e Medea pane vino, companatico impegnativo, adeguato allo sforzo del lungo cammino: carne di manzo, “<em>quartuzze</em>” (carne di quarti d’ agnello e capretto).</p>
<p>Sicché, ci si andava ancora, benché ci fosse già il santuario di Monte Santo.</p>
<p>Nel Settecento, il primo arcivescovo di Gorizia, Carlo Michele d’Attems lo trova ancora attivo, ma in crisi: al parroco di Salcano decreta di riparare una pala d’altare rovinata da un fulmine; di aggiustare il tetto e di dare aria alle suppellettili. Sette anni dopo (1758), il parroco di Sempas, raccontava al presule che andavano in pellegrinaggio sul San Valentin, ma senza mangiar e bere, a prevenire osservazioni restrittive, e l’anno seguente ai Caprivesi, che ci andavano ogni anno, impone di trovare meta più vicina ad evitare scandali.</p>
<p>A Udine, grande festa in Borgo Pracchiuso, con il “<em>pane di San Valentino</em>” e le chiavi di stagno.</p>
<p>Festa di San Valentino a Clauiano e il pane benedetto.</p>
<figure id="attachment_62550" aria-describedby="caption-attachment-62550" style="width: 522px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-large wp-image-62550" src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/02/Biagio-Valentino-Visco-522x1024.jpg" alt="Biagio Valentino Visco" width="522" height="1024" title="San Valentino oltre ogni confine 1" srcset="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/02/Biagio-Valentino-Visco-522x1024.jpg 522w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/02/Biagio-Valentino-Visco-153x300.jpg 153w, https://imagazine.it/wp-content/uploads/2025/02/Biagio-Valentino-Visco.jpg 700w" sizes="(max-width: 522px) 100vw, 522px" /><figcaption id="caption-attachment-62550" class="wp-caption-text">Pala di Sant’Antonio da Padova, San Biagio e San Valentino a Visco</figcaption></figure>
<p>Privano era, ed ancora è, per tutti i paesi dei dintorni la festa del “<em>pan di San Valentin</em>”, che si benediva in quel giorno e si consumava attribuendogli facoltà preventive; prima di mangiarlo si baciava.</p>
<p>Nelle case si confezionavano “<em>pagnocutis</em>” tonde di pane di “<em>sorgturc</em>”, il pane giallo dal colore della farina “<em>pan zâl</em>”. Un tempo era molto apprezzato, perché alternativa alla quotidiana polenta anche nelle famiglie contadine che “<em>l’avevano corta</em>” sotto padrone.</p>
<p>Era festa grande: i giovani preparavano numerosi archi infiascati di verde nei luoghi dove passava la processione; il verde era soprattutto di edera raccolta nelle boschette.</p>
<p>I tre giorni prima della festa c’era un triduo di funzioni. L’unica osteria, quella di Giovanin, in quel giorno faceva faville: il titolare, per una giornata aveva bisogno di aiuti dato il numero degli avventori. Oltre che tanta gente di Joannis e di Strassoldo, numerosi i Palmarini, ospitati per amicizia dalle famiglie perché numerose donne privanesi andavano nella città fortezza a vendere il latte. A loro veniva offerto il pane giallo.</p>
<p>Chiese, statue: chiesa “recente” a Bistrigna; chiesa ottocentesca, ma titolo antico, e statua di Carlo da Carona &#8211; Cinquecento &#8211; a Fiumicello); bei quadri a Visco (primo Settecento), a Romans, tela di Antonio Paroli (Settecento) a Nogaredo al Torre (altare e pala settecentesca).</p>
<p>Processione con statua a Ruttars; Mernicco altare; pane e processione con statua a Cavenzano: devozione antichissima, con folle di fedeli.</p>
<p>Processione istituita nel 1903 da don Giuseppe Parmeggiani, che acquistò una statua dell’onnipresente gardenese Perathoner (Perini); dappertutto bacio delle reliquie.</p>
<p>Era una festa, quella di San Valentino, che superava i confini della diocesi (e, prima della grande guerra, anche di stato), difatti a Privano andava, ad esempio don Giuseppe Marcosig, parroco di Muscoli, che raccontò di una festa andata parzialmente male per la pioggia, nel 1949: la banda di Aiello, non potè suonare. Invece della processione, “<em>predica di 22 minuti dall’altare e coroncina di San Valentino</em>”.</p>
<p>Unica cosa che non era andata male fu il pranzo, del resto “<em>Rimase molto pane per il mancato intervento dei forestieri</em>”.</p>
<p>“Così rifulse maggiormente il lato spirituale della festa”, concluse il popolare Pre Bepo”, che, però, ebbe modo di apprezzare un ottimo desinare offerto dal parroco del luogo e da lui descritto in ogni pietanza.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il cardinale Pironio beatificato il 16 dicembre</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/il-cardinale-pironio-beatificato-il-16-dicembre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ferruccio Tassin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Dec 2023 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nato in Argentina da genitori friulani, ideò le “Giornate della Gioventù. Come spiega l'autore del libro a lui dedicato</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	Per tutti è stato colui che <strong>sostenne e poi realizzò le Giornate Mondiali della Gioventù</strong>, esaudendo un profondo desiderio di Giovanni Paolo II. <strong>Il cardinale argentino Edoardo Francisco Pironio sarà proclamato Beato il 16 dicembre 2023 in Argentina, nel Santuario di Nostra Signora di Luján</strong>. Il Papa ha riconosciuto il miracolo attribuito alla sua intercessione durante l’udienza di mercoledì 8 novembre, al cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi.</p>
<p> 	L’inviato speciale di Papa Francesco sarà il cardinale spagnolo Fernando Vérgez Álzaga, che per 23 anni è stato segretario di Pironio. Il card Álzaga fu in visita in Friuli nel febbraio 2023.</p>
<p> 	<strong>Annuncia Vatican News che </strong>l&#8217;arcivescovo di Mercedes-Luján, mons. Jorge Scheinig, in un videomessaggio “spiega che la cerimonia rappresenta una “gioia immensa&#8221; per tutta l&#8217;Argentina e la sua Chiesa. La celebrazione, presieduta dal cardinale Vérgez Alzaga, per 23 anni segretario personale del futuro Beato”, si svolgerà nello stesso luogo in cui fu battezzato, ricevette l&#8217;ordinazione episcopale e dove, dal 1998, riposano le sue spoglie</p>
<p> 	<strong>Il Card. Eduardo Francisco Pironio </strong>è nato a Nueve de Julio nel 1920. Il Friuli fu la terra del padre (Percoto) e della madre (Camino), Giuseppe Pironio ed Enrichetta Buttazzoni, partiti giovanissimi in Argentina. Il futuro cardinale fu il 22° figlio! Fondatore della Università Cattolica di Buenos Aires, presidente della Conferenza episcopale latino-americana, fu chiamato a Roma da Papa Paolo VI come prefetto della Congregazione dei Religiosi e gli Istituti Secolari. Da Giovanni Paolo II fu nominato Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici; curò le Giornate mondiali della gioventù.</p>
<p> 	Il primo incontro di Eduardo Pironio con la terra di origine fu nel 1958, come ha raccontò Luigi Tami, sagrestano di Percoto, a Silvana Bosco.</p>
<p> 	Allora, aveva 28 anni e, come tanti sacerdoti di tutto il mondo, era venuto a Roma per studiare (nel suo caso, diritto canonico) all’università.</p>
<p> 	Da sempre interessato alla propria storia umana, va a Percoto alla ricerca delle origini della sua gente.</p>
<p> 	Lo indirizzano a Luigi Tami, tuttofare della parrocchia, e una delle memorie storiche del paese, soprattutto su argomenti di vita parrocchiale.</p>
<p> 	Stava cercando la famiglia Piccino: la moglie del Piccino era una Zuliani, sua lontana parente.</p>
<p> 	Non era solo curiosità: a casa sua si parlava sempre della terra oltremare, da cui i genitori erano arrivati, difatti più che sul passato del paese, andato dal parroco don Zossi, si informa sul presente della comunità.</p>
<p> 	A Luigi Tami, il Cardinale appunterà sul petto l’insegna di una onorificenza pontificia (cavalierato dell’Ordine di San Sivestro Papa) e questo non comune personaggio “<em>Cavalîr dal Pape</em>”, alla domanda di cosa desiderasse ancora nella vita, pronunciò, come il vecchio Simeone, il “<em>Nunc dimittis…</em>”, affrettandosi ad aggiungere: “<em>Che Diu mi dei le salût</em> <em>par continuâ a servî el paîs</em>” (che Dio mi doni salute e forza per continuare a servire il mio paese).</p>
<p> 	Che questo attaccamento al Friuli non fosse folcloristico, ma amore, frutto di conoscenza, è testimoniato dal gesto che compì nel 1964.</p>
<p> 	Vescovo ausiliare di La Plata: andò in visita a Tolmezzo e, accompagnato dal presidente della Comunità Carnica prof. Michele Gortani, e dai dirigenti dell’Ente Friuli nel Mondo, volle andare il cimitero in “un pellegrinaggio di ricordanza e di pietà […] sulle tombe dei familiari dei nostri emigrati in Argentina”.</p>
<p> 	Dopo quella volta, i suoi viaggi in Friuli si ripeterono da vescovo e da cardinale.</p>
<p> 	Per quelli che considerava ormai i suoi compaesani, aveva, più che attenzione, sincera amicizia, così fu presente per le grandi feste del paese: la secolare festa di San Giuseppe, la Madonna del Rosario, anniversari del parroco e anniversari dei suoi coetanei della classe 1920, ricevuti dallo stesso Pontefice Giovanni Paolo II.</p>
<p> 	Ci teneva così tanto alle persone di Percoto il Card. Pironio che trascorse più volte brevi vacanze a Ravascletto, ospite della Famiglia Damiani con altri amici del Gruppo</p>
<p> 	Si è detto di un profondo legame culturale con il Friuli, sostanziato dalla sua partecipazione a momenti importanti per il paese di Percoto, come la presentazione del libro di Albero Picotti “Emigrazione Significato di un Ricordo” (edito dal Comune di Pavia di Udine).</p>
<p> 	Ci teneva a “riaffermare l’appartenenza e l’identità alla terra e al luogo d’origine della sua famiglia”, ebbe a sottolineare l’allora sindaco di Pavia di Udine Marino Ermacora.</p>
<p> 	D’altra parte, il coinvolgimento della comunità di Percoto nell’affetto per il Cardinale fu a 360 gradi, e vide la partecipazione delle associazioni; un esempio per tutti, quello delle felicitazioni che gli furono rivolte per il 50° di sacerdozio, insieme ad una offerta per una istituzione che in Bolivia si prendeva cura delle bambine in difficoltà.</p>
<p> 	Ma il punto più alto, intenso e sentito di comunanza spirituale e materiale con la terra di appartenenza avvenne per il terremoto in Friuli del 1976. Ecco come ricordò quelle circostanze l’arcivescovo emerito di Udine Mons. Alfredo Battisti, quando, in quell’anno andò a Roma per incontrarsi col cardinale (era Prefetto della Congregazione dei Religiosi e degli Istituti Secolari).</p>
<p> 	L’Arcivescovo emerito raccontò della sua amicizia con il porporato, nel corso di un convegno al castello di Tricesimo, propiziato dalla Parrocchia di Percoto (l’invito era a firma del parroco don Giordano Simeoni) e dal Gruppo “Amici del card. E. F. Pironio di Percoto”. Moderato da mons. Guido Genero.</p>
<p> 	Oltre alla relazione di mons. Battisti, l’incontro vide quelle del segretario del Cardinale, p. Fernando Vérgez e di p. Giuseppe Tamburino OSB, postulatore della causa di beatificazione.</p>
<p> 	Allora, raccontò mons. Battisti, “il Cardinale ha calorosamente appoggiato la mia richiesta di inviare in Friuli delle suore per un periodo di due anni, allo scopo di stare vicine alle famiglie colpite.</p>
<p> 	La risposta è stata veramente generosa. Alle religiose già presenti nella diocesi di Udine, si sono aggiunte 90 Suore, si sono poste accanto alle persone terremotate, discrete ma intuitive; hanno necessità e bisogni che le persone, specie le donne anziane, non avevano il coraggio di manifestare. Hanno dimostrato una sensibilità un coraggio, una forza, una dedizione meravigliose. Chi era abituato a vedere, a pensare la religiosa come persona fuori dal mondo, è rimasto stupito, sconvolto nel veder esplodere da queste donne una carica di umanità, una pienezza di femminilità, che ha meritato la stima, l’affetto, la gratitudine di tutti …”.</p>
<p> 	Altri momenti significativi della presenza in Friuli del Cardinale sono stati ricordati dall’arcivescovo Battisti; la più ricca di patos è il pellegrinaggio, a piedi, al santuario di Castelmonte, l’8 settembre del 1978.</p>
<p> 	Nell’omelia, Pironio ricordò che la madre gli aveva insegnato le preghiere prima in friulano e poi in spagnolo, e poi, che un giorno, quando l’andò a trovare, lei gli disse: “Frut, tu âs di confessami”, e continuò: “O ài di sbrocami par furlan”.</p>
<p> 	Altra presenza fu quella di Udine nel 1992, fianco di Giovanni Paolo II, in piazza I Maggio, nell’incontro con 20.000 giovani.</p>
<p> 	Perfino nell’ultimo saluto al Cardinale, per i suoi funerali a Roma (9 febbraio 1998), fu presente una nutrita rappresentanza friulana e di Percoto, per essergli vicini un’ ultima volta e per restare accanto alla sorella Zulema, la sola vivente dei figli.</p>
<p> 	Insieme con il vicario generale della arcidiocesi di Udine, mons. Marco Del Fabbro, c’erano il parroco di Percoto don Angelo Del Zotto, il sindaco Silvano Moschione e un gruppo consistente di amici friulani, che, come ricorda Rino Lestuzzi, all’uscita del feretro dalla basilica di San Pietro, intonarono “Ave Vergine, us saludi” (ave o Vergine, vi saluto).</p>
<p> 	Fu l’ultimo atto della componente friulana di una grande anima cattolica, perciò universale, ma ben insediata nella terra natale argentina e nella terra di origine friulana, un bell’esempio di identità aperta all’umanità e alla storia.</p>
<p> 	 </p>
<p> 	<strong>Perché ho scritto una biografia del Cardinale</strong></p>
<p> 	Come i 3 re magi, 9 anni or sono, Rino Lestuzzi, Franco Damiani e Fausto de Sabbata, animatori del Gruppo “Amici del Card. Pironio, mi capitarono carichi di faldoni, con centinaia di articoli, opuscoli, giornali, lettere, libri, foto. Spettacolo stupire financo un ottimista. Colpo finale, l’annuncio che, per arrivare al libro, lo spazio di tempo era di un mese o poco più, stampa e rilegatura comprese!</p>
<p> 	Dissi di sì par farmi perdonare dall’anima del Cardinale di non essermi interessato di lui (lo avevo conosciuto di sfuggita in un pranzo a Percoto). Nel frenetico compulsare documentazione e testimonianze, mi resi conto di che personaggio avessi davanti, ancora palpitante in carte, lettere, discorsi, e foto, documenti capaci di parlare.</p>
<p> 	Mi feci dare carta bianca, e via, a cominciare dalla copertina: la foto di una processione a Percoto, non foto esteticamente superba, ma parlante, con la vita che emergeva nelle componenti (se uno non solo la vede, ma la guarda, capirà). La processione ha una forte simbologia: è vita, il cammino di donne e uomini; la Chiesa in cammino; l’uomo nel tempo, nello spazio. Ho ribadito il concetto con la medesima foto, attenuata, in quarta di copertina, per far comprendere che si viene da lontano.</p>
<p> 	Una copertina non può essere banale: anticipa i contenuti. In breve, lo scopo del gruppo, interpretato (spero) da me, era far conoscere, in sintesi non estrema, un così grande personaggio: grande per la Chiesa, per l’Argentina e per la terra delle origini, il Friuli. Allora biografia, e testimonianze di uomini e donne di Chiesa, e di chi gli è stato vicino, soprattutto a Roma, nella prima parte, un passaggio sul suo essere “Friulano”, testimonianze locali (non localistiche); conclusione con una splendida omelia del Card. Jorge Mario Bergoglio sull’amicizia; splendida perché intensa, raccolta, essenziale, senza sprecare parole.</p>
<p> 	 </p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Un uomo della Bassa</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/un-uomo-della-bassa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ferruccio Tassin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Dec 2021 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Celestino Cocolin (1926 – 2003)</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	Il termine “popolare”, nel significato, spazia come la spera di un amperometro. Nonostante il rischio, in questo caso, vale la pena di definire così l’impegno di vita che mostrò un personaggio della Bassa scomparso dopo più di novant’anni trascorsi su questa terra. Nove i decenni, tre gli anni, di <strong>Celestino Cocolin</strong>, che, alla fine del suo tempo, si è presentato nella parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo a <strong>Saciletto</strong>, come nei momenti topici della vita.</p>
<p> 	Oltre che per le braccia aperte di Dio, la chiesa è un vero abbraccio, di rara eleganza, in un barocco unitario e parlante con le sue espressioni di provenienza veneta. A partecipare alla messa e alle esequie, celebrate dal parroco <strong>don Giampiero Facchinetti</strong>, quel giorno, c’era gente del paese e di fuori. A fine del rito, dopo canti e preghiere, semplici e intense parole di saluto del presidente dell’ANPI <strong>Bernardino Spanghero</strong>: ha ricordato l’impegno d’una vita (fra lotta, comunità e lavoro) di “<em>Zelestin</em>”, l’ultimo partigiano del Comune di Ruda.</p>
<p> 	Nei nostri paesi, si potevano contare sulle dita di una mano monca, tra le persone di estrazione popolare (qui significa dalla parte dei “meno”), chi arrivava a galleggiare nella scuola oltre le elementari. Se privi di mezzi, unico modo per emergere era di essere bravi, capaci di sopportare, o amare, i sacrifici. Lui fu uno di essi, anche se non fra gli “ultimi”.  Avviamento a Cervignano (scuola, l’avviamento, sognata ancora da chi non vi avrebbe mandato mai i propri figli …), poi la Scuola Agraria di Pozzuolo.</p>
<p> 	Chi scrive ha avuto il desiderio di conoscerlo, dopo aver letto le sue poche (e di poche manciate di versi) poesie in friulano e anche friulane per contenuti, alieni da verbosità o sentimentalismo. Erano state pubblicate su di un geniale ciclostilato cui diede l’anima mons. Onofrio Burgnich (1926-2003), uno dei non pochi preti “sociali” di Ruda. Lo aveva creato guardando in avanti, per non perdere l’esperienza dei vecchi e per non far perdere le opportunità ai giovani. Ai primi di ricordare, ai secondi di partecipare e di esprimersi senza timori. Un provarci per tutti, poi sarebbero stati tempo e intelligenza a vagliare.</p>
<p> 	Vennero fuori palpitanti note di vita, pensieri, riflessioni, racconti… Tanti provarono anche con la poesia. Uno che si segnalò fu Celeste Cocolin: si capiva che, in non numerose parole, aveva molto da dire, per esperienze di vita e capacità di riflessione.</p>
<p> 	Abitava in una casa moderna fuori dal serpeggiare (con rami interni) dell’abitato di Saciletto, un paese che si può ancora immaginare antico, anche se la frenesia del nuovo ne ha cancellato numerosi segni. Un castello diventato una villa incastellata, un paio di ponti sulla roggia Brischis incorniciano scampoli di poesia della Bassa.</p>
<p> 	Forse l’avevo già visto, <em>Zelestin</em>, ma lo conobbi a tu per tu in una giornata di quelle che ti invitano a stare dentro e a pensare. Cadevano le foglie; il tempo era crudo; piovigginava. Lui era in una poltrona, già sofferente, ma spirito lucido, memoria integra, ancora grinta da vendere. Era assistito da un sollecito figlio, Carlo.</p>
<p> 	Non era uno qualunque nel paese<em>, Zelestin</em>; tra quelli dei suoi tempi, era stato l’unico a raggiungere un diploma. Lo aveva messo a frutto lavorando nell’agraria, in zuccherificio e nella sua braida <em>extra moenia</em>. Il padre, Guerrino, era “uno di chiesa”; lui, pareva di capire, no, ma da un <em>argumentum ex silentio</em>, al cugino prete ci teneva, perché, dalle foto ricordo, si vedeva quando era coi cantori (anche se non era del coro) a far festa il giorno della prima messa di don “Rino”, il cugino che sarebbe diventato arcivescovo di Gorizia, e che gli battezzò il figlio.</p>
<p> 	Suo padre aveva fatto da padrino a mezzo paese e, all’arrivo dell’Italia nella grande guerra, insieme al parroco, don Rodolfo Dilena, aveva consumato le particole restanti del tabernacolo, in quei tempi confusi e convulsi. Uomo di pace anche il padre che, nonostante il nome, aveva schivato gran parte della guerra attraversando la Russia per riportare la pelle a casa e, contrariamente alla gente del popolo di allora, nessuna simpatia gli ispirava Francesco Giuseppe: sosteneva che, se avesse voluto, la guerra avrebbe potuto evitarla.</p>
<p> 	Era uno che leggeva Zelestin; confidò che Manzoni gli era piaciuto più di Victor Hugo, che aveva consumato l’opera di Jack London e che aveva letto perfino <em>Il Paradiso perduto</em> di Milton. Ma si capiva che il suo interesse non veniva dal niente: già suo nonno Celeste aveva letto <em>Genoveffa di Brabante</em>, e <em>Il Guerin Meschino</em>…</p>
<p> 	Impegno civile: una costante nella vita di Zelestin, a cominciare dalla lotta partigiana, fra 1944 e 1945, nel battaglione Mazzini, della divisione Garibaldi Natisone. L’aveva presa dal padre l’avversione al fascismo. Durante il ventennio, quando dalle nostre parti arrivava qualche papavero del regime, i carabinieri venivano a prendere suo padre, per ficcarlo in prigione. Erano i Carabinieri di Villa Vicentina a eseguire l’operazione. In una di quelle occasioni, quando è venuto il brigadiere della stazione di Villa, la sorella e Celeste, bambini, abbracciarono, disperatamente piangendo, le ginocchia del padre. Il brigadiere, allora, non lo portò via, gli raccomandò soltanto di non uscire di casa.</p>
<p> 	Quando seppe che il carabiniere galantuomo era morto, Celeste, in bicicletta, è andato fin nel cimitero di San Vito di Fagagna a portargli un mazzo di rose.</p>
<p> 	Era, il Nostro, un contadino competente, e per conto suo: guardava, osservava e, in base a conoscenza e osservazione, sperimentava, in modo da non appestare le piante con veleni. Da apicoltore, era un esperto del settore; voleva bene alle api, tanto da non volerle mai sfruttare fino “<em>sul crust</em>”.</p>
<p> 	Il nome di battaglia, da partigiano, era “Dardo”, ma nel lavoro era un riflessivo, non uno “<em>sbracon</em>”. Amava il suo mestiere ed era in sintonia con la natura; gli piaceva lavorare la terra, di più quando il vento fischiava, per ascoltare il vento. Era, come ha osservato Bernardino Spanghero, “<em>un uomo di terra e di acqua</em>”. Proprio la perfezione per uno della Bassa, una terra che vive fra terra e acqua. Proprio proprio ricordava, quand’era con la Garibaldi, fra Collio e Bassa, le fatiche col cuore in mano, spesso con l’acqua perfino nelle ossa.</p>
<p> 	Rimane il ricordo di Celestino e queste note sono perché il contesto non si perda. A ricordarlo degnamente, le sue poesie: intense, con la parola succosa e scabra, e una sintesi che racconta più di quanto non mostri.</p>
<p> 	 </p>
<p> 	<strong>Note</strong></p>
<p> 	Testimonianze orali di Bernardino Spanghero, Danilo Tassin, e Adriana Miceu, alla quale va un grazie anche per la documentazione fotografica.</p>
<p> 	“<em>Sassîl, Soviet</em>”, si tratta della evocazione di un importante avvenimento nella Saciletto dopo la grande guerra. Il sindacalista Giovanni Minut (1895-1967) vi fondò il primo soviet nella Bassa Friulana Orientale (ex Contea di Gorizia e Gradisca).</p>
<p> 	 </p>
<p> 	 </p>
<p> 	<strong>Al part</strong></p>
<p> 	“Selest je ora”.</p>
<p> 	Mi svea cun la vôs</p>
<p> 	di simpri.</p>
<p> 	La roba je pronta</p>
<p> 	in ordin.</p>
<p> 	La corsa ta gnot.</p>
<p> 	Un lamp di dolôr</p>
<p> 	gi passa tai voi.</p>
<p> 	La so man si poia calma</p>
<p> 	su lis mês che guidin</p>
<p> 	gnarvosis.</p>
<p> 	Un nûl di fumata</p>
<p> 	mi plata la strada,</p>
<p> 	ma al puest lu cognossi,</p>
<p> 	par chì eri za passât:</p>
<p> 	al zaino sglonf di plastik,</p>
<p> 	lì mi eri sigurât</p>
<p> 	da bomba a man tignuda</p>
<p> 	pa l’ “Ultima Ocasiòn”.</p>
<p> 	La muart mi era compagna!</p>
<p> 	Cumò mi è compagna</p>
<p> 	la vita!</p>
<h1> 	 </h1>
<p> 	<strong>Estât 1921 &#8211; “Aghis”</strong></p>
<p> 	<em>(A Berta Tomasina che, al timp dal “Soviet”, </em></p>
<p> 	<em>à partât in salv me pari, svignût sot li’</em></p>
<p> 	<em>scoreadis dai fasisc’)</em></p>
<p> 	 </p>
<p> 	Vaî Sassîl, agnul ribel butât</p>
<p> 	tal infiàr dal Chaco e da Patagonia.</p>
<p> 	Sassîl, Soviet!! Rabia e speranza,</p>
<p> 	puìn alzât, sfida ai parôns.</p>
<p> 	Sassîl, aghis claris vaiudis</p>
<p> 	tal torgul dal Paranà e da Garonne.</p>
<p> 	Sassîl, ciamps verts pansâts cun amôr</p>
<p> 	sui palàz fats su a Toronto.</p>
<p> 	Sassîl, paradîs piardût,</p>
<p> 	a larc e lontan simpri vaiût.</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Visco, 25 aprile online per salvare il campo di concentramento</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/visco-25-aprile-online-per-salvare-il-campo-di-concentramento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ferruccio Tassin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Apr 2021 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=38691</guid>

					<description><![CDATA[<p>L'altra Festa della Liberazione</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	Ancora malamente conosciuti in Italia, i campi di concentramento fascisti per gli Jugoslavi, dopo la occupazione fascista della Jugoslavia (iniziata il 6 aprile 1941), attirano l’attenzione di un sempre maggior numero di studiosi.</p>
<p> 	È una pagina che la pubblicistica ha indagato in ritardo e, spesso, in maniera reticente: dell’esistenza dei campi non parla alcun manuale di storia per le scuole.</p>
<p> 	A <strong>Visco</strong> si conserva, nei suoi tratti essenziali, uno di questi luoghi di vergogna e dolore: l’ex caserma “Luigi Sbaiz” di Borgo Piave. Più di 4.000 persone, compresi bambini, vecchi e donne (i morti furono 25), vennero rinchiusi, in tende, baracche e padiglioni in muratura, dal febbraio al settembre 1943. Circondato da filo spinato, questo terribile emblema della detenzione dominava tutti i reparti del campo.</p>
<p> 	<strong>L’Associazione “Terre sul Confine” di Visco rivolge così un invito a chi appoggia l’idea di valorizzarlo, per ritrovarsi insieme nella data significativa del 25 aprile, sul sito internet del campo: <u><a href="http://campoconcentramentovisco.altervista.org" target="_blank" rel="noopener"><span style="color:#0000ff;">campoconcentramentovisco.altervista.org</span></a></u> </strong></p>
<p> 	La presenza in questa data sarà il segno di solidarietà per la salvezza e la valorizzazione del campo<strong>. </strong></p>
<p> 	Il significato del luogo non è sostanziato solo dall’avere quasi intatta l’ossatura del campo, ma anche dal custodire la memoria di essere stato, nella Grande Guerra, l’ospedale attendato più grande d’Italia, con oltre 1.000 posti letto in tenda. Vi morirono più di 500 soldati italiani e austroungarici e una quarantina di civili della Contea di Gorizia e Gradisca.</p>
<p> 	Dal 1917 al 1923, fu campo profughi per gli sfollati dai paesi lungo la linea del Piave.</p>
<p> 	Tra il ’43 e il ’44 fu deposito della Wehrmacht (oggetto di una spettacolare azione partigiana della GAP); nel 1947 vi furono stanziati i carabinieri e i finanzieri che andarono a riprendere possesso di Gorizia; poi, fino al 1996, fu caserma che vide prestare il servizio militare oltre 30.000 giovani di tutta l’Italia.</p>
<p> 	La caserma sorge nell’ex terra di nessuno sul confine per secoli e secoli tra Venezia e il mondo slavo tedesco e ungherese, poi, dal 1866 al 1915, tra il regno d’Italia e l’impero austroungarico. Ora, vincolato dalla Soprintendenza, nel suo cuore logistico, per il suo alto e significativo valore storico, è lasciato cadere e non sono ancora stati usati i 20.000 euro stanziati dalla Regione Friuli Venezia Giulia (sia da quella di centrosinistra sia dalla attuale) per un concorso di idee volto alla sua valorizzazione.</p>
<p> 	 </p>
<p> 	<em>Ferruccio Tassin è Coordinatore della Associazione Internazionale “Terre sul Confine” di Visco </em></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Santa &#8220;Gnesa&#8221; a Joannis, un legame lungo 700 anni</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/santa-gnesa-a-joannis-un-legame-lungo-700-anni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ferruccio Tassin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jan 2021 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=37627</guid>

					<description><![CDATA[<p>Oggi ricorre il patrono</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/37930-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/santa-gnesa-a-joannis-un-legame-lungo-700-anni/">Santa &#8220;Gnesa&#8221; a Joannis, un legame lungo 700 anni</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La strada era ghiaiosa, di un colore marron chiaro e bianca di sassi. Le pozzanghere erano ghiacciate, in gennaio, e davano uno scricchiolio vetroso sotto i nostri passi anche se eravamo leggeri come piume, tutti asciutti, levrieri. Non c’era uno che avesse la “trippa”: la dieta, sufficiente, non ci mitragliava calorie.</p>
<p>Dopo un paio di chilometri, non lineari, da <strong>Visco</strong> si entrava “<em>in Uaniz</em>” e non “<em>a Uaniz</em>”. Non ci si accorgeva più del perché di questa bizzarria linguistica friulana. Secoli e secoli prima, sì, perché si entrava nella centa o, nel caso di <strong>Joannis</strong>, nelle cente, muraglioni, muraglie, torri e case forti erette per sbarrare la strada a gente che voleva schiacciare il prossimo, per prendergli tutto: roba, libertà, perfino la vita. Come oggi, per avere di più, esibire ricchezza a costo di lasciare gli altri nella miseria. Per fare in modo che non succeda, necessario è Dio, necessari i santi, esempi di vita che accorciano, quasi annullano, la distanza, molto grande, fra noi e Dio. Siamo fatti a “immagine e somiglianza” di Lui, come recitava il catechismo, ma sfido chi è capace di parlare a tu per tu con Dio, se non per chiedergli qualcosa, più che trattare con Lui <em>vis a vi</em>, come i santi.</p>
<p>Erano una manciata di centinaia di metri fra Visco e Joannis, a noi sembrava molto, per il tempo e per la fatica, se non altro per passare il confine, segnato da due grandi cipressi, che tagliavano, sulla sinistra, la strada che, come una biscia ci portava da una curva all’altra nella Bassa Friulana. Scuri, belli, come due gladiatori.</p>
<p>I corami del portafoglio si toccavano, nelle nostre tasche; anzi, non arrivavano neanche a toccarsi, per via che il “taccuino” era qualcosa degli altri; che, da mistero, poteva diventare reale solo un domani, non si sapeva quando…</p>
<p>Santa Agnese, popolarmente, con affetto e friulana sintesi, chiamata “<em>Gnesa</em>”, visibile quasi non era: non c’era tivù, quasi non si poteva immaginare per radio, merce rara; solo qualche santino…</p>
<p>Martire era, Lei, e per noi era una parola insanguinata. O il martire era pieno di sangue e coperto di piaghe e ferite o, per noi, era qualcosa d’altro, non un martire. Agnese era giovane, e aveva accanto un agnello. Occhi volti al cielo; palma del martirio in mano o vicina (gente “studiata” ha avuto il coraggio, la “capacità” di chiamare la palma piuma, proprio così, descritta, “Santa con piuma”).</p>
<p>E dopo, se non era abbastanza, ci pensava il predicatore a dare il la col “<em>Panegirico del santo</em>”, che sarebbe il lodare chi ha avuto il coraggio di perdere la vita per il Signore.</p>
<p>Allora, la festa, per noi, era un qualcosa di molto esterno, roba di fuori. La festa laica s’intende, quella di comprare cose e dare soddisfazione a palato e “canale della minestra”, con gazzose, vino, <em>passarette</em> o qualcosa da masticare. Forse qualcuno poteva, ma per noi era solo nel regno della fantasia. Non avevamo un soldo che fosse uno, niente di niente. Puliti. Neanche guardare le cose, per non dover tirare la gola. Sicché la nostra pietà popolare era intatta e non si corrompeva col mondo; ma non per virtù, bensì per dovere da soldo negato.</p>
<p>Festa, gente, tanta; banda, canto; preti vestiti a festa; gente ben vestita; Gidio sagrestano con la gabbana di gran gala; cantori; la statua della Santa come video, poi nulla.</p>
<p>Qualche volta, l’extra di ragazzi che si azzuffavano arrivando perfino a legnate, per via che un pochi erano di Visco, e un pochi di Joannis, e si sa che il primo comandava, un tempo, e l’altro era sottomesso e allora, per vendicare la “storia”, darsele, che dopo si stava meglio, o così si pensava.</p>
<p>Antichissima la figura di Santa Agnese: perfino due dipinti del IV secolo: una dorata, in un resto di piatto di vetro, a Roma, con due colombe, una per parte. Un’altra, affresco elementare che sembra un dipinto moderno di Roualt, con l’agnellino.</p>
<p>L’agnello, non solo pel nome Agnese, da<em> agna</em>, agnella; anzi, per essere più precisi, deriva dal greco <em>agnè</em>, che vuol dire purezza, castità; quella dell’agnello è venuta fuori per via che, otto giorni dopo morta, Agnese sarebbe comparsa ai suoi di casa, in mezzo a un coro di fanciulle, vestita d’oro, con un agnello per parte, ad annunciare che non serviva si preoccupassero per lei: era andata dritta dritta con Dio.</p>
<p>Patrona: già la parola racconta la sua importanza. Donna, anzi, poco più che fanciulla (martire a 12 anni, <em>matura martyrio fuit/ non dum matura nuptiis</em>, canta Sant’Ambrogio nell’inno <em>Agnes Beatae Virginis</em>), eppure patrona, una funzione che era laica, e del maschio, che proteggeva il cliente, come a lei sarebbe toccato di guardare ai suoi fedeli.</p>
<p>Proviamo a pensare: dopo quelli della famiglia di Gesù (Maria, “La” Santa, più che “una” Santa e San Giuseppe), San Giovanni il Battezzatore, e gli apostoli furono patroni, soprattutto Pietro e Paolo. San Lorenzo e, dopo di lui, la più nominata è Santa Agnese.</p>
<p>Papa Damaso (366-384) canta di lei “<em>castitatem protexit, salutem cum immortalitate commutavit</em>”, protesse la santità e scambiò la salvezza fisica con l’immortalità”! E questo Papa esordisce con un “<em>fama refert</em>”: si sente dire, raccontavano di lei.</p>
<p>Poco si sa della sua vita e del suo martirio. Solo si racconta dell’occasione della sua morte, perché era bella e un giovane voleva averla a tutti i costi. Ma lei si era promessa al Signore. E allora le hanno fatto di tutto: portata in un bordello, l’hanno denudata; ma i suoi capelli fitti fitti l’hanno vestita. Hanno tentato di ammazzarla col fuoco, ma le fiamme si sono spalancate per non lambirla: miracoli su miracoli, forse, anche leggende. Ma sta di fatto che nella basilica di Santa Agnese, fuori le mura a Roma, hanno trovato il suo corpo e anche quello di Santa Emerenziana (festa due giorni dopo di lei), sua sorella, uccisa perché difendeva il suo corpo. E il corpo era quello di una fanciulla, con le ossa piccole e non toccate dal fuoco; il capo non c’era, la reliquia si trova in un’altra chiesa di Piazza Navona. Dunque ci sono tanti indizi che battono, e si accordano con la sua vita, anzi, soprattutto con la sua morte: decapitata, spiccata la testa o giugulata, scannata, in poche parole.</p>
<p>E i miracoli della patrona si aspettavano anche quelli di Joannis. Glieli chiedevano; la supplicavano che muovesse il Signore ad aiutarli. Anche ottenevano, quelli di Joannis, basta osservare l’ex voto del 1820, un piccolo quadro, pieno di vita, custodito in sacrestia.</p>
<p>Sappiamo il perché abbiano dato alla chiesa il nome di Sant’Agnese? Antico il titolo? Di sicuro c’era già dall’anno 1334, nominato nel testamento del conte Bernardo di Strassoldo, che lascia qualcosa alla chiesa di Sant’Agnese in Joannis. Ma quello che emerge dai resti di là, di quella chiesa, racconta di tempi assai più antichi (scavi del m.o Augusto Geat). Gli “Joannizesi” hanno voluto così bene a quella chiesa che, verso la fine del Quattrocento, quando i Turchi l’hanno incendiata, la ricostruirono. Hanno cominciato a staccarsi quelli di Joannis pian piano, dall’inizio del Cinquecento, per via del confine sia verso <strong>Privano</strong> che verso <strong>Strassoldo</strong> (fra l’Austria e Venezia), il paese non si sviluppa, si ritira più a est, verso la “villa” (il corpo principale dell’abitato). Dov’era già un’altra centa, innalzano una chiesa col titolo dell’Immacolata, nel Seicento, vedendo che il viaggio verso Sant’Agnese era gravido di pericoli, con pioggia, freddo e neve: con un buon colpo di freddo, allora, nel deserto di cure, si rischiava di andare con Dio.</p>
<p>Per capire quanto ci tenessero a Joannis, a Santa Agnese, la loro Santa, hanno sovrapposto il suo titolo a quello dell’Immacolata! Subito danno l’incarico di preparare dei dipinti con la sua immagine (si trova in una pala dell’abside), al Bainville, un pittore di Palmanova di origine francese. Non è una gran cosa, forse lavoro di un allievo di bottega. Un altro a un pittore (siamo nel Settecento), di rango, il Lichtenreiter (attribuzione), dipinto di grandi dimensioni che orna il soffitto della navata. Non è impresa da poco dopo aver costruito una nuova chiesa: era un popolo che si schiaffeggiava la bocca per dare onore alla Santa.</p>
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<p>La sua festa era sempre celebrata con solennità: nel Seicento venivano il pievano di Aiello i cappellani di Visco e di <strong>San Vito al Torre</strong> e <strong>Crauglio</strong>, il vicario di <strong>Romans</strong>, e dalla Repubblica di Venezia, i cappellani di Strassoldo e Privano. All’epoca, si cantavano i vesperi; dopo la processione, messa e predica.</p>
<p>Sebbene ci fosse la nuova chiesa, quella vecchia non veniva ancora trascurata, tanto che l’altare fa trasloco ai primi dell’Ottocento. Per essere precisi, la chiesa nuova si chiama di Santa Agnese dal 1772, quando si parla che è quasi vuota, perché “<em>de novo constructa</em>” e quella vecchia la chiamano di Santa Maria Maddalena (là, oltre che quella di Santa Lucia, c’era un’ancona dedicata a questa Santa).</p>
<p>E il nome Agnese aveva fortuna nel paese? Poca: una bambina nel 1621 è battezzata con questo nome; dopo, niente di niente, finché non torna a prender piede con il progredire della chiesa nuova. Anche nell’Ottocento la festa patronale ha la sua importanza: basta vedere ciò che davano a chi faceva qualcosa per quella solennità: 20 “pagnocche” e 20 boccali di vino ai 10 cantori; al pievano, 4 e 4; I e II cappellano mezza tariffa, come al sagrestano e ai due chierichetti; 1 e 1 ai 6 che portavano le croci; 2 e 2 ai camerari (amministratori della Chiesa); 1 al fante per l’ordine pubblico nella processione; 2 al cappellano di Visco e 1 al sagrestano.</p>
<p>Nell’Ottocento vengono battezzate otto Agnesi, tre della <strong>famiglia Vrech</strong>, quella dei sagrestani. Arriviamo al Novecento; proprio si accende il culto della Santa e lievita fino al 1925. Di quest’anno e di Santa Agnese, a suo tempo, andai a farmi raccontare dai <strong>Deluisa</strong>, osti per tradizione già dalla loro osteria “Al Gambero rosso” nel Settecento. Mi sembrava di andar a trovare dei parenti quando andavo da loro: accoglienza a cuore spalancato. L’osteria era già chiusa, ma l’impianto era sempre lo stesso. Siamo andati “dilà”, nella “stanzia” dove le donne cucivano. Gigi (ex operaio al Cantier di Monfalcone e direttore del coro di chiesa) e le donne (Antonia e Onorina) raccontavano, e di rinforzo è arrivata Lisuta, la sorella di Gigi: era la cronista del paese, con tanto di memorie scritte.</p>
<p>Nel 1925, in paese avevano deciso di far scolpire la statua della Santa. L’artista prescelto era di Visco: <strong>Rodolfo Del Mestri</strong> (detto Batelane). Ordina come incollare insieme tavoloni di abete, e fare la sagoma ad <strong>Augusto e Cesare Deluisa</strong>, e a <strong>Egidio Vrech</strong>; dentro hanno rinchiuso una carta con i nomi degli artisti (in friulano<em>, artist</em> è polivalente, per artigiano e artista). Il baldacchino, regalato dalla gente, fu opera di <strong>Cesare Vrech</strong> e dei due figli. Del Mestri ha scolpito la statua nel suo laboratorio di Visco.</p>
<p>Non è bella come la Madonna di Medana (ora in Slovenia) creata nel 1896 da questo artista sfortunato: forse “<em>Dolfo</em>” aveva perso la mano, o forse non aveva lo stesso spirito o, ancora forse, il materiale era di dozzina, non quello giusto di prima qualità. Però un fatto è certo: questa come qualche altra sua opera, ha un valore politico. Lui era socialista (la conversione a Sidney, in Australia, ancora prima del Novecento) e dopo comunista.</p>
<p>Ha lavorato soprattutto per chiese, e sul pomo della <em>bagolina</em>, il bastone da passeggio, aveva intagliato la testa di Lenin. Era una persona onesta: ha saggiato la fortezza di Lubiana, da parte austriaca (la sua patria) e l’internamento in Sicilia, catturato a Palma nova dagli Italiani mentre distribuiva giornali che parlavano contro la guerra: tutto per via che aveva fatto propaganda di qua e di là del confine, per la pace, perché non si entrasse nella Prima guerra mondiale.</p>
<p>Bene, questa statua grida al cielo, chiede perché ci possano essere tante guerre e tante sciagure in questa terra.</p>
<p>Il colore della statua, per il giorno della festa era canchero per asciugarsi, tanto che Rodolfo dovette ritoccarla mentre era già nel baldacchino in mezzo alla chiesa.</p>
<p>In quel giorno, festa straordinaria a Joannis e lasagne ad asciugare sulle palizzate e i bastoni delle finestre; lasagne <em>sine fine dicentes</em>, poi nelle pentole; i pollai hanno tremato i giorni prima della festa. Quelli di Joannis, non per niente, oltre che “<em>Gambarei</em>”, gamberi, sono soprannominati “<em>Lasagnots</em>”, lasagnari, mangia lasagne.</p>
<p>“<em>Pistuns</em>” in bollitura quei giorni, dolci che già solo la vista rende lo stomaco satollo, e poi frittate con la “<em>martundela</em>” (salume fatto con le interiora del suino) nelle osterie, e vino a piena canna.</p>
<p>Archi infrascati di verde; banda (Gigi vi suonava il clarino) aiellese di Lorenzo Tosorat e inni di don Visintin, il parroco. In quell’anno, il 12 gennaio, è stata battezzata Agnese Peressutti.</p>
<p>Nella cronaca della festa, sul giornale cattolico, neanche il nome dell’artista, tanta era la lotta. A Joannis hanno cominciato a chiamarla <em>Santa Gnesa dal cuel lung</em> , Sant’Agnese dal collo lungo, e nel 1947 l’hanno cambiata con un nuovo arrivo gardenese (parroco don Mantelli). Fermiamoci qui, ma spiegando che la Chiesa ha sempre insegnato che è Dio a salvare, tanto che sono entrate nella lingua popolare le espressioni “ogni santo aiuta” nel viaggio della vita, ma l’ultima tappa è chiamata “andare con Dio”.</p>
<p>Santa Agnese, una fanciulla dodicenne, insegna a grandi e piccoli come imboccare la via e proseguire senza andar fuori strada.</p>
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		<item>
		<title>Il cuore della Bassa friulana pulsa nel &#8220;Lunari&#8221;</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/il-cuore-della-bassa-friulana-pulsa-nel-lunari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ferruccio Tassin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Dec 2020 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>"I paîs sot al tôr di Aquilea”</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Esce anche in tempo di pandemia il “<strong><em>Lunari 2021 I paîs sot al tôr di Aquilea</em></strong>”, pubblicazione sorta nel 1990, ideata e curata da <strong>Giorgio Milocco</strong>, <strong>Maurizio Puntin</strong> e <strong>Alessandro Pian</strong>, con la Grafica e stampa di Grigiomedio.</p>
<p>Vi pulsa il cuore della Bassa friulana un tempo nella Contea di Gorizia e Gradisca. In questo strano anno che si allontana, l’opera tiene fede alla promessa di continuità e sciorina tutto il suo patrimonio sapienziale, il suo carico di memoria, la sua garbata ironia, la galleria di fatti e personaggi, gli scampoli di storia. Si tratta di un insieme ben miscelato, prevalentemente in lingua friulana, che offre sempre spunti di curiosità ad una cultura popolare di rara sincerità.</p>
<p>Gli autori degli scritti per ogni mese sono ormai collaudati e sono attivi anche in numerosi altri ambiti culturali. La copertina mostra una foto che ritrae la squadra dell’U.S. Alba di Terzo nel campionato 1955/56. Dev’essere stata realizzata da un bravo fotografo. Si respira la gioventù, ma anche un senso estetico nella armonica distribuzione dei calciatori. Da ulteriori informazioni in loco (Giorgio Milocco), si sa che la squadra è stata frutto di quella contrapposizione ruggente che imperversò nella Bassa dopo la Seconda guerra mondiale.</p>
<p><a href="http://imagazinevideotruck.it/outlet/relink.html" target="_top" rel="noopener"><img decoding="async" align="LEFT" height="250" src="http://imagazinevideotruck.it/outlet/outlet30.gif" width="300" alt="outlet30" title="Il cuore della Bassa friulana pulsa nel &quot;Lunari&quot; 3"></a></p>
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<p>Fondata da <strong>don Giosuè Salomone</strong>, l’Alba rappresentava la parte “bianca” che si appoggiava alla parrocchia, specularmente opposta a quella “rossa” con a capo l’ENAL. Durò tre anni, la bianca, e non vinse mai con la rossa negli scontri diretti. L’anno che ci lascia ricorda il centenario della nascita di “don Ge”, straordinaria figura di sacerdote, uomo di fede, di cultura scientifica, di appassionato amore per il popolo che faceva di tutto per portare a Dio.</p>
<p>Chiude il <em>Lunari</em>, prima della quarta di copertina, un poetico disegno del celebre fumettista <strong>Alessandro D’Osualdo</strong>: vi si respira una scintilla di preistoria, illustra un traghetto in piroga accanto a Fiumicello. Viene commentato dallo studioso di toponomastica Maurizio Puntin, che spiega la origine della parola “zop”, friulana, che significa traghetto; guarda al passato, ma è speranza per il futuro, in attesa che il tempo e gli uomini trasportino il fluire della vita in ambienti migliori.</p>
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		<item>
		<title>Società Filologica Friulana, congresso a Fiumicello</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/societa-filologica-friulana-congresso-a-fiumicello/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ferruccio Tassin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Sep 2020 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=34604</guid>

					<description><![CDATA[<p>Domenica 4 ottobre</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/36227-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/societa-filologica-friulana-congresso-a-fiumicello/">Società Filologica Friulana, congresso a Fiumicello</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sette più dei numeri della tombola, tre meno del secolo: numeri significativi per il XCVII Congresso sociale della Società Filologica Friulana.</p>
<p>L’onore è toccato al Comune di Fiumicello Villa Vicentina, un Comune nuovo di zecca, che ha messo insieme le forze per avere possibilità di sviluppo.</p>
<p>Un insieme di paesi, un tempo sede di più parrocchie, che si sono ridotte a due, con un cospicuo patrimonio artistico e di memorie.</p>
<p>Anteprima, venerdì 2 ottobre, alle 20.30, nella sala “Bison” di Fiumicello: la proiezione del documentario “L’Atlante della memoria”, del regista <strong>Dorino Minigutti</strong>, che tratta della vita e dell’opera di Ugo Pellis, linguista, glottologo e antropologo di fama mondiale, nato a Fiumicello.</p>
<p>Il Congresso si svolgerà domenica 4 ottobre; inizio con la messa in friulano nella chiesa di San Valentino (alle 9), poi accoglienza dei congressisti in Piazzale dei Tigli da parte della banda “Tita Michelas” diretta dal m.o <strong>Giorgio Cannistrà</strong>.</p>
<p>Mezz’ora dopo, nella sala “Bison” (via Gramsci, 6), benvenuto da parte del Gruppo Corale “Lorenzo Perosi”, diretto dal m.o <strong>Fulvia Miniussi</strong>. Poi, il via ai lavori, con i saluti di rappresentanti della gente e dirigenti della Filologica, e le relazioni di <strong>Nedi Tonzar</strong>, che parlerà dell’ambiente; di Dorino Minigutti, che illustrerà il suo lavoro su Ugo Pellis, e di <strong>Ferrucio Tassin</strong>, che presenterà, brevemente, il numero unico “Flumisel La Vila”.</p>
<p>Il volume, in 550 pagine (una quarantina di contributi da parte di una trentina di autori), si propone di gettare luce sulla storia, l’onomastica e la storia dell’arte dei paesi che formano il Comune, per poi soffermarsi su alcuni momenti.</p>
<p>Sono come delle lenti di ingrandimento nel raccontare del tempo.</p>
<p>Stesso spirito, per la sezione che riguarda luoghi e personaggi, e per la sezione che riguarda l’economia e…il futuro.</p>
<p>Dunque, tutto su Flumisel e La Vila?</p>
<p>No, la storia, e la cultura, a 360°, si fa per addizioni: c’è un futuro, e ci sono maree di argomenti, e personaggi, che aspettano di essere studiati…</p>
<p>Il numero unico sarà presentato anche in maniera più analitica: a Fiumicello, martedì 6 ottobre, alle 20.30, nella sala “Bison”, e a La Vila, martedì 13, alla stessa ora, nella sala polifunzionale di Piazza Colpo, 2.</p>
<p>Si capisce che, dato il momento, bisogna prenotarsi per tutto e si arriva a partecipare fino all’esaurimento dei posti.</p>
<p>Alla sicurezza di sempre, ora si aggiunge un motivo in più per tutelare la incolumità di ogni persona. Difatti, il congresso vuol dire “insieme”, ma ogni persona è un patrimonio, con la propria cultura e la propria lingua (nel nostro caso, friulana), che non vuole imporsi agli altri, ma vivere “insieme”.</p>
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