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	<title>Andrea Fiore &#8211; imagazine.it</title>
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	<title>Andrea Fiore &#8211; imagazine.it</title>
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	<item>
		<title>Debiti e solitudine: l&#8217;azzardo online tra i giovani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Fiore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Mar 2024 09:37:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<category><![CDATA[azzardo]]></category>
		<category><![CDATA[denaro]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenze]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[smartphone]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sempre più giovanissimi vengono coinvolti nel mondo di giochi e scommesse sul web, illusi da facili guadagni di denaro. Ma la realtà si svela presto tragica</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/03/slots-AidanHowe.jpg" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/debiti-e-solitudine-lazzardo-online-tra-i-giovani/">Debiti e solitudine: l&#8217;azzardo online tra i giovani</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><span style="font-size: 10pt;">(ph. Aidan Howe da Pixabay)</span></em></p>
<p>Azzardo, denaro, solitudine. Sono questi i tre protagonisti di un fenomeno che sta prendendo sempre più piede nelle giovani generazioni, con pesanti ripercussioni psicologiche per i soggetti coinvolti.</p>
<p>In realtà, c’è anche un quarto elemento a cui tutto ruota attorno: lo <em>smartphone</em>. Un <strong>oggetto intimo per i ragazzi</strong>, che a differenza di un computer, il più delle volte non viene controllato dai genitori, per rispetto della <em>privacy </em>e della fiducia da garantire ai propri figli.</p>
<h3>La vergogna di confidarsi</h3>
<p>Così facendo, però, nessun adulto si accorge delle gravi situazioni in cui ragazzi giovanissimi – parliamo di studenti delle scuole medie – si cacciano a loro insaputa, senza avere gli strumenti per poterne uscire.</p>
<p>Questi giovani, infatti, rappresentano il “target facile” di siti e applicazioni online che promuovono il <strong>poker</strong>, le <strong>scommesse su eventi sportivi </strong>e addirittura il <strong><em>trading </em></strong>(acquisto e vendita di titoli come in Borsa). Agli utenti, viene regalato un <em>plafond </em>iniziale di denaro per testare queste “opportunità”.</p>
<p>Ma il regalo iniziale svanisce rapidamente, lasciando spazio a debiti da saldare. E qui entra in gioco il terzo protagonista citato in apertura: la solitudine.</p>
<p>Perché a differenza di quanto accade per altri usi “malsani” dello <em>smartphone </em>tra i giovani, come ad esempio la condivisione di immagini e video a sfondo sessuale, la perdita al gioco <em>online </em>viene vissuta dai ragazzi in modo estremamente riservato, senza alcuna condivisione con gli amici, men che meno con gli adulti di riferimento.</p>
<h3>Un baratro senza fine</h3>
<p>Ecco allora che questi giovanissimi si ritrovano <strong>soli in situazioni più grandi di loro</strong>, dalle quali non sanno come uscirne, se non aumentando giocate e scommesse, incrementando così ulteriormente e drammaticamente le proprie perdite.</p>
<p>In questo modo, le giovani vittime diventano facilmente ricattabili, venendo spinte a pagare “in natura” i loro debiti, o avviati al “<em>dark web</em>”: siti privati collegati tra loro nella galassia di vizi, droghe e altre attività illecite.</p>
<p>In breve tempo, la giovane vittima entra in uno stato di <strong>depressione</strong>, evidenzia <strong>comportamenti aggressivi</strong>, denota <strong>poco impegno scolastico </strong>e <strong>si isola dagli amici</strong>, perché il tempo libero lo deve dedicare a giocare con assiduità nella speranza di ripianare i debiti.</p>
<h3>Accanto ai propri figli</h3>
<p>Ecco perché è importante che i genitori facciano attenzione a tutti questi sintomi: solo accorgendosi del disagio si potrà intervenire e aiutare i propri figli. Nel caso specifico, rivolgendosi subito alla Polizia postale.</p>
<p>E ricordandosi che lo <em>smartphone </em>non è una cosa privata del figlio, ma uno strumento che va monitorato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Andrea Fiore ha lavorato presso l&#8217;Azienda Sanitaria di Gorizia e per quella di Pordenone, dove ha seguito il Servizio per le Dipendenze (SerT) come medico tossicologo, specialista in Psichiatria. Da sempre interessato alla prevenzione delle dipendenze, in particolar modo nei giovani e giovanissimi. “Durante la mia attività – confida – ne ho conosciuti centinaia, al SerT ma anche nelle scuole e nei loro luoghi di divertimento. Credo infatti che bisogna esser presenti in tutti gli ambiti della vita per comprendere le persone e poterle aiutare”. Collaboratore di iMagazine dal 2010, attraverso i suoi articoli cerca di raccontare e condividere le proprie esperienze, offrendo alle famiglie strumenti utili per uno stile di vita più sano.</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Droga di Stato</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/droga-di-stato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Fiore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Dec 2023 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tabacco continua a mietere migliaia di vittime nel nostro Paese. Eppure la sua commercializzazione resta legale. Le sigarette elettroniche sembravano una soluzione, invece…</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/55570-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/droga-di-stato/">Droga di Stato</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	Secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute, si stima che in Italia siano <strong>attribuibili al fumo di tabacco almeno 93.000 morti ogni anno</strong>, oltre a confermarlo fattore di rischio con il maggiore impatto nella formazione dei tumori.</p>
<p> 	Possibile che ai giorni nostri, quando da decenni si conoscono le problematiche correlate al tabagismo, dobbiamo ancora fare i conti con questi bollettini?</p>
<p> 	Tutti sanno che fumare fa male, la stragrande maggioranza dei fumatori dice di voler smettere di fumare, le istituzioni preposte dicono di voler combattere senza se e senza ma il fenomeno, eppure il tabacco resta la principale droga nel mondo, la cui commercializzazione e assunzione restano perfettamente legali.</p>
<p> 	In queste righe non affronteremo gli aspetti economici legati al fenomeno (i miliardi di euro incassati dallo Stato con le accise sulle sigarette, ma anche i miliardi di costi sanitari per le cure): ci focalizzeremo sulla sua <strong>evoluzione che si interseca con il consumo di altre droghe</strong>.</p>
<p> 	In Italia, dati alla mano, il tabagismo risulta in calo tra gli uomini mentre è in aumento tra le donne, come peraltro confermato dall’incremento dei casi di cancro al seno e ai polmoni proprio nei soggetti di sesso femminile.</p>
<p> 	Ma i dati più preoccupanti riguardano i giovanissimi. Obbligandoci a un ragionamento più ampio. Il tabacco, infatti, non è la sola droga legale in commercio. Ci sono anche l’alcol e, meno considerata perché più leggera, la caffeina. Tutte droghe il cui utilizzo, con contesti diversi, registra i <strong>primi casi anche già nei bambini di quinta elementare</strong>.</p>
<p> 	Se da un lato questo approccio in tenera età apre interrogativi sul perché bambini di 10-11 anni avvertano la necessità di provare queste sostanze, dall’altro impone una riflessione anche sugli adulti che consentono o, quanto meno, non si accorgono di tutto questo, intervenendo per tempo. Perché il ricorso a queste droghe in giovanissima età, purtroppo, è spesso il primo passo verso l’utilizzo di sostanze più pericolose, anche per il contributo involontario di innovazioni discutibili.</p>
<p> 	Negli anni scorsi, ad esempio, la diffusione della sigaretta elettronica venne salutata come una terapia del tabagismo: il fumatore inala uno sbuffo di gas caldo al posto del fumo di tabacco. Se per i tabagisti adulti può risultare un buon metodo per smettere di fumare, per i ragazzini rappresenta l’ingresso in un mondo pericoloso. Molti di loro, infatti, iniziano a utilizzare la sigaretta elettronica motivati dal fatto che faccia meno male di quella tradizionale, salvo poi scoprire che il vaporizzatore presente può essere utilizzato in modi svariati.</p>
<p> 	La <strong>sigaretta elettronica manipolata</strong> può infatti far entrare nel corpo qualsiasi sostanza: <strong>cannabis, cocaina, eroina</strong>. Uno scenario agghiacciante che rischia di sdoganare abitudini pericolose e tossiche.</p>
<p> 	In questo fosco scenario concludiamo con una bella notizia: a breve sarà in commercio un farmaco in grado di eliminare la dipendenza da tabacco. Primo e, per ora, unico caso di trattamento in grado di fornire risultati certi contro una droga.</p>
<p> 	Ma mai come in questi tempi l’antico adagio “<em>Prevenire è meglio che curare</em>”, resta di stretta attualità.</p>
<p> 	 </p>
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			</item>
		<item>
		<title>Do ut des</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/do-ut-des/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Fiore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jun 2023 22:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fare favori per riceverne altri in cambio. L’opposto del dedicare gratuitamente il proprio tempo per il prossimo. Le nuove generazioni di oggi quali strade seguono?</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/53659-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/do-ut-des/">Do ut des</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	Premessa doverosa: quando si parla di tendenze sociologiche riferite a fasce d’età, generalizzare è la soluzione più sbagliata.</p>
<p> 	Per questo, il ragionamento che sto per sviluppare va inteso per una fetta (ahinoi crescente, secondo i dati Istat) della popolazione giovanile e non nella sua interezza.</p>
<p> 	Mi riferisco al <strong>binomio tra giovani e volontariato</strong>. Ovvero dedicare gratuitamente il proprio tempo per attività in favore della società: sia essa intesa come aiuto alle persone fragili o semplicemente partecipazione alla vita associativa o politica senza ottenere in cambio profitti se non un arricchimento personale, per quanto fatto in favore del prossimo.</p>
<p> 	I dati Istat, dicevamo: su 7 milioni di italiani che si dedicano al volontariato, le <strong>fasce d’età meno coinvolte </strong>risultano essere quelle dei <strong>giovani </strong>e dei <strong>pensionati</strong>. Per questioni pratiche e di prospettiva, mi soffermerò sulla prima.</p>
<p> 	Negli ultimi mesi sono partite numerose campagne nazionali di sensibilizzazione verso i giovani per stimolarli a divenire donatori di sangue (ma anche di midollo osseo o altre necessità sanitarie).</p>
<p> 	Il loro effetto? Pressoché nullo.</p>
<p> 	La risposta a questo appello caduto nel vuoto va ricercata nel rapporto che i giovani hanno con la società, percepita come un’entità che non fa nulla per loro. Perché quindi dovrebbero loro fare qualcosa per lei?</p>
<p> 	Un ragionamento frutto di profondo egocentrismo, menefreghismo e disinteresse che, in primis, danneggia proprio i soggetti chiamati in causa.</p>
<p> 	<strong>Fare volontariato</strong>, infatti, è spesso il <strong>primo passo per molti giovani per imparare qualcosa di pratico nella vita sociale</strong>, assumendo responsabilità verso gli altri e operando per raggiungere obiettivi condivisi. Un aspetto fondamentale, perché delinea una <em>forma mentis</em> e un modo di stare al mondo che caratterizzeranno il prosieguo della vita. Perché, come gli indicatori Istat confermano, se non si inizia da giovani difficilmente lo si farà da adulti.</p>
<p> 	Anzi, dati alla mano, più una persona è impegnata – anche con il lavoro – più si dedica ad attività di volontariato. Viceversa, chi non fa nulla il più delle volte non ha interesse a dedicare il proprio tempo in attività non remunerative.</p>
<p> 	Ecco allora che la prospettiva va ampliata: quello di una fetta consistente dei giovani non è solo un disinteresse verso il volontariato, ma un disinteresse generico verso tutto. Le cause? Una, sicuramente, è il <strong>modello prettamente consumistico verso cui sono veicolati</strong>: volere tutto (auto, moto, casa) dandolo per scontato, sentendosi di riflesso infelici se queste cose la società non gliele garantisce. Con buona pace per il <strong>senso del sacrificio</strong>.</p>
<p> 	Fare qualcosa solo se si può ottenere qualcosa in cambio. Pretendere di ottenere tutto subito. Ma nel frattempo restare inerti in attesa che la “società” dia adeguato riconoscimento. Un cortocircuito che non passerà indolore, perché il progressivo tracollo cui è destinata l’attività di volontariato, in particolare tra i giovani, avrà ripercussioni pesanti sul futuro della nostra società.</p>
<p> 	 </p>
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			</item>
		<item>
		<title>Figlie della precocità</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/figlie-della-precocita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Fiore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Apr 2023 22:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La comparsa del primo ciclo mestruale nelle ragazzine è sempre più anticipata, con casi che ormai si verificano già all’età di 9 anni. Cosa fare? Innanzitutto prendere atto della realtà</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/02/52752-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/figlie-della-precocita/">Figlie della precocità</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	I dati che provengono da tutta Europa sono chiari: l’età del primo <strong>menarca tra le ragazzine</strong>, ovvero l’arrivo del ciclo mestruale, si è ulteriormente abbassata, comparendo in molti casi <strong>già a 9 anni</strong>.</p>
<p> 	Se da un lato non ci sono certezze sul perché di questa precocità, dall’altro la sua conferma porta con sé tutta una serie di consequenzialità sanitarie e sociali che, se non affrontate in modo consapevole, potrebbero far insorgere problemi anche nei casi in cui non ci sarebbero.</p>
<p> 	Per questo è importante chiarire da subito la realtà: gli adolescenti scoprono la sessualità in età sempre più precoce e fare finta che ciò non accada sarebbe l’errore più grave che i genitori possono fare. Perché i loro figli hanno bisogno di conoscere determinate dinamiche, per essere consapevoli di tutto ciò che ruota attorno alla sessualità.</p>
<p> 	La stragrande maggioranza di questi adolescenti, infatti, <strong>non usa precauzioni durante i rapporti sessuali. Un fatto confermato dall’aumento delle malattie sessualmente trasmissibili</strong> come sifilide e gonorrea, che si stanno diffondendo anche nei giovanissimi con serie ripercussioni sulla loro salute.</p>
<p> 	Una altro dato statistico che balza all’occhio è il divario che interessa maschi e femmine proprio in tema di precocità. Mentre il menarca femminile tende a presentarsi già verso i 9 anni, sul semenarca (ovvero la prima eiaculazione maschile) non ci sono indicazioni statistiche in merito a una precocità, anzi: alcuni dati segnalerebbero addirittura un lieve aumento dell’età in cui si presenta.</p>
<p> 	Questa precocità femminile obbliga a diverse considerazioni. La prima è che un numero crescente di ragazzine di 12-13 anni oggi hanno un atteggiamento fisico e mentale paragonabile a quello delle ragazze di 18-20 anni di qualche tempo fa: fanno regolarmente sesso e, talvolta, lo portano all’estremo anche con l’utilizzo delle nuove tecnologie. Dalle riprese video dei propri rapporti agli ammiccamenti online che possono portare anche a spiacevoli incontri.</p>
<p> 	Un’altra considerazione è di carattere giuridico. L’ordinamento italiano fissa a 14 anni l’età del consenso per un rapporto sessuale con un minorenne, che può scendere a 13 nei casi in cui il rapporto sia consumato tra due persone con differenza di età non superiore ai 3 anni.</p>
<p> 	Basta fare alcuni semplici conti per capire che la precocità sessuale può portare con sé anche pesanti ripercussioni legali, per esempio per maschietti adolescenti di 16/17 anni: un rapporto sessuale consenziente con una ragazzina all’apparenza già molto matura ma che in realtà ha solo 12/13 anni di età diventerebbe automaticamente un reato, con pesanti implicazioni.</p>
<p> 	Tutte queste sfaccettature impongono al mondo degli adulti di attivarsi in modo consapevole, partendo da un fatto assodato: la <strong>sessualità tra bambini e ragazzini esiste</strong>. Per questo bisogna iniziare a parlarne con termini e modalità corretti. L’errore più grave sarebbe fare finta di nulla.</p>
<p> 	Ecco perché oltre a un approccio realistico in famiglia, è sempre più impellente che l’<strong>educazione</strong> <strong>sessuale</strong> entri a far parte del percorso scolastico.</p>
<p> 	 </p>
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		<title>Cambiamenti irreversibili</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/cambiamenti-irreversibili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Fiore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Mar 2021 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=38076</guid>

					<description><![CDATA[<p>Lockdown e dipendenze</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> 	<strong>Q</strong><strong>uando </strong>– ci auguriamo in un futuro non troppo lontano – la pandemia da Covid-19 sarà conclusa, quanti di noi torneranno a stretto contatto con persone che non conoscono?</p>
<p> 	Questo interrogativo provocatorio può aiutarci ad analizzare gli stravolgimenti che l’attuale condizione che stiamo vivendo ha introdotto nelle nostre esistenze, con una rapidità e una prepotenza senza precedenti nella storia dell’uomo.</p>
<p> 	L’attuale modello di vita, tra restrizioni più o meno rigide, dura ormai da un anno è ha stravolto la nostra quotidianità. Di colpo abbiamo dovuto intraprendere <strong>comportamenti destinati ad avere effetti a lungo   termine</strong>. Col rischio di creare nuove e pericolose dipendenze. Tra queste, quella legata all’<strong>abuso del web</strong>. Fino a un anno fa invitavamo le giovani generazioni a staccarsi dagli strumenti digitali con cui trascorrevano troppo tempo, spingendoli a prediligere una socialità diretta con i coetanei, possibilmente uscendo all’aria aperta e facendo attività sportive.</p>
<p> 	Di punto in bianco, chiediamo loro di non uscire di casa, di passare le giornate on line per seguire lezioni a distanza o per organizzare ricerche con i compagni di scuola. Senza minimamente pensare se questa permanenza reiterata dietro ai monitor, non solo possa provocare ricadute per il sovraccarico di immagini e onde cerebrali, ma possa innescare una vera e propria dipendenza.</p>
<p> 	La conferma che <strong>i nostri parametri di riferimento sono completamente saltati</strong>.</p>
<p> 	Solo un anno fa se i nostri figli fossero stati 6 ore davanti al computer non lo avremmo mai accettato. Perché starci davanti per svago non va bene, mentre per studio sì?</p>
<p> 	Attualmente non ci sono risposte certe per capire le conseguenze che questo uso incrementale del web avrà sui giovani e sulla loro crescita, perché siamo all’inizio di un percorso che porterà cambiamenti epocali nella nostra società, smontando pezzo per pezzo tutti i parametri di riferimento avuti finora.</p>
<p> 	Mai nella storia dell’uomo le abitudini delle persone erano cambiate in modo così repentino, sedimentandosi inevitabilmente con il trascorrere dei mesi. Senza accorgercene, le nostre abitudini sono mutate: <strong>i nuovi comportamenti stanno diventando nuova normalità</strong>. Stabilizzandosi nel nostro modo di essere, anche nel nostro inconscio.</p>
<p> 	Stiamo cambiando in maniera irreversibile, senza rendercene conto.</p>
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		<title>Il mondo in una stanza</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/il-mondo-in-una-stanza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Fiore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Oct 2019 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=30180</guid>

					<description><![CDATA[<p>Hikikomori</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/31265-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/il-mondo-in-una-stanza/">Il mondo in una stanza</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ritirarsi dalla vita sociale. Questo il significato del termine giapponese <strong><em>hikikomori</em></strong>, coniato per descrivere un fenomeno sviluppatosi nella seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso proprio nel paese del Sol Levante.</p>
<p>Un periodo nel quale la società nipponica fu scossa da una crisi sociale e generazionale che colpì proprio le giovani generazioni, mentre al contempo nello stesso Giappone la diffusione dei computer raggiungeva i massimi livelli. Un mix che diede vita al fenomeno dell’<em>hikikomori</em>, con adolescenti che si isolavano nella propria stanza, in alcuni casi senza nemmeno scendere dal proprio letto, comunicando con il resto del mondo esclusivamente tramite il computer.</p>
<p><strong>Trent’anni dopo tocca a noi</strong></p>
<p>Quello che all’epoca sembrava un fenomeno proprio della società giapponese, ai giorni nostri sta diventando una questione che interessa l’intero mondo occidentale. Anche in Europa e in Italia sono realtà casi di adolescenti che si isolano gradualmente dal mondo reale, praticamente senza rendersene conto, trascorrendo il loro tempo chiusi nella propria stanza dietro a un monitor. Una sorta di eremitaggio fisico, perché i diretti interessati, in realtà, non si sentono isolati, anzi. Grazie a internet vivono rapporti virtuali con coetanei in tutto il pianeta, instaurando amicizie o relazioni virtuali con persone che non hanno mai conosciuto fisicamente e che mai conosceranno.</p>
<p><strong>Una dipendenza diversa dalle altre</strong></p>
<p>In base alle statistiche a disposizione – ancora poche trattandosi di un fenomeno recente – i soggetti coinvolti sono in gran parte adolescenti e giovani tra i 15 e i 20 anni, con una maggiore diffusione tra i maschi, solitamente tutti dotati di buona cultura e di buone conoscenze. Persone all’apparenza normali, ma che sembrano attirati da un buco nero in cui tutte le cose passano esclusivamente attraverso il computer. Aspetto questo che rende il fenomeno difficile da affrontare, non limitandolo a una semplice dipendenza da internet. A differenza di quanto accade nei casi di altri tipi di dipendenze, infatti, dove solitamente si interviene sull’oggetto della dipendenza, eliminandolo, in queste situazioni la problematicità è più complessa. A giovani già isolati dal resto del mondo circostante, togliere l’unico strumento di contatto con l’altro potrebbe provocare un effetto deleterio, aggravando ulteriormente un isolamento già pericoloso.</p>
<p><strong>Le famiglie e i segnali non visti</strong></p>
<p>Possibile che questi giovani si ritrovino da un giorno all’altro isolati da tutto e tutti senza alcun segnale premonitore? Almeno in questo abbiamo la certezza che la risposta sia negativa. E chiama in ballo tutti i componenti della famiglia, genitori in primis, che tendono a sottovalutare determinati segnali, come ad esempio l’allontanamento progressivo dalle amicizie fisiche e da altre relazioni, lo scarso interesse per la valutazione della scuola piuttosto che delle attività sportive, fino all’isolamento dagli amici più stretti e dai fratelli. Una mancanza di attenzione talvolta dovuta a un ragionamento inconscio di madri e padri che preferiscono i propri figli al sicuro nella loro stanza, piuttosto che fuori di casa tra i pericoli. Una giustificazione che non li fa accorgere di altre serie problematicità cui i loro ragazzi rischiano di andare incontro.</p>
<p><strong>Come uscirne?</strong></p>
<p>Il totale isolamento dal resto del mondo fa perdere a questi giovani – solitamente ragazzi che non fanno uso di sostanze – l’interesse per qualsiasi attività fisica, compresa quella sessuale. Un distacco dalla realtà che necessita interventi di carattere residenziale, come avviene nei casi di disturbi del comportamento alimentare. Se infatti si lascia invariato il contesto, è arduo immaginare di poter correggere determinati comportamenti: serve una  residenzialità al di fuori della propria famiglia per consentire una correzione continua di determinate situazioni.</p>
<p>Farlo è fondamentale, anche perché in base alla casistica finora disponibile, se curati correttamente questi soggetti possono tornare a una vita normale.</p>
<p> </p>
<p>Per saperne di più: <u><a href="http://www.hikikomoriitalia.it" target="_blank" rel="noopener">www.hikikomoriitalia.it</a></u></p>
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		<title>Il ritorno nel silenzio</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/il-ritorno-nel-silenzio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Fiore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Apr 2019 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=29217</guid>

					<description><![CDATA[<p>Giovani ed eroina</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Droga e disagio sociale vanno spesso a braccetto. Accadeva negli anni ’70-’80, quando il post ’68 e la crisi di un’epoca erano stati lo scenario della diffusione dell’<strong>eroina</strong>, assunta per endovena, con annessa epidemia di <strong>AIDS</strong>. Uno scenario che spinse le istituzioni mediche e politiche a promuovere massive campagne informative che, col tempo, portarono a una netta diminuzione del fenomeno. Spingendo inconsciamente le autorità preposte a ritenere ormai sotto controllo il problema, valutando non più determinante investire sull’informazione preventiva.</p>
<p><strong>Strada spianata</strong></p>
<p>Può sembrare paradossale, ma se a un giovane nato dalla seconda metà degli anni ’90 in poi provassimo a chiedere cos’è l’AIDS, nella grande maggioranza dei casi riceveremmo risposte vaghe o addirittura l’ammissione di non sapere di cosa si stia parlando. Una mancanza di conoscenza che diventa esplosiva in un contesto sociale come quello attuale, dove il disagio è palpabile in molti strati della popolazione, raggiungendo picchi estremamente alti proprio tra i giovani. Una generazione i cui interpreti, in sempre più casi, oggi non vedono prospettive nel futuro, con oggettive difficoltà a sentirsi adulti. E così, per agguantare la felicità che non trovano nella realtà, in numero crescente scelgono di puntare sull’utilizzo di sostanze.</p>
<p><strong>La droga per eccellenza</strong></p>
<p>L’eroina è considerata la droga con la D maiuscola. La più buona, la più potente: quando si vuole il massimo si punta su di lei. Oggi ancor di più che in passato. Mentre un tempo veniva infatti assunta per endovena, oggi viene assunta in molti modi diversi: inalata, fumata, con la lingua. Tutte modalità che facilitano la sua diffusione – complice peraltro la facilità con cui viene reperita dai pusher – ma che non escludono a priori anche l’assunzione tramite endovena: i casi sono in aumento, tant’è vero che nei servizi sta riapparendo tra i pazienti la figura del “tossico”, che sembrava ormai scomparsa.</p>
<p><strong>Il meglio e subito</strong></p>
<p>Privi di una memoria storica sugli effetti dell’eroina, giovani e giovanissimi si avvicinano senza titubanze a questa droga. Mentre in passato si assisteva a un percorso graduale, con l’avvicinamento a droghe leggere e, successivamente, il passaggio a quelle pesanti, oggi giorno i ragazzi decidono di puntare fin da subito al consumo di eroina. Con rischi enormi per la loro salute.</p>
<p>A differenza di altre sostanze, l’eroina non perdona. Assumerla non è come fumare marijuana: già la prima assunzione potrebbe rivelarsi letale o comportare problemi di salute molto seri. Se poi, come sta già avvenendo, a farne ricorso sono anche giovani in età di scuola media, gli effetti sul loro cervello in via di sviluppo rischiano di lasciare strascichi permanenti. Non essendoci parametri pregressi a cui fare riferimento – mai in passato l’avvicinamento all’eroina era avvenuto a così giovane età – è impossibile fare delle previsioni a lungo termine sulle conseguenze psicofisiche, sebbene già oggi non si possa essere ottimisti a riguardo.</p>
<p><strong>Informare e fare rete</strong></p>
<p>Per comprendere quanto una corretta informazione e una corretta prevenzione risultino indispensabili per affrontare la questione, è sufficiente segnalare che perfino le Questure regionali hanno diffuso un report in cui sottolineano la necessità di calibrare le informazioni rivolte ai giovani, con l’ausilio di persone esperte. Per farlo serve sviluppare una maggior interazione tra gli adulti di riferimento: genitori, insegnanti, educatori. Tutti vanno formati per aiutarli a riconoscere i casi di disagio, che molto spesso nascono per svariati motivi in ambito familiare.</p>
<p>Solo se le istituzioni che si occupano delle persone si metteranno concretamente in rete, condividendo un percorso comune, la risposta potrà essere efficace. Anche perché la sfida si annuncia improba: i dati di tutti gli studi mondiali condotti sul tema concordano sul fatto che la diffusione delle droghe continuerà ad aumentare in futuro. Restare passivamente in silenzio sarebbe un errore imperdonabile.</p>
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		<item>
		<title>Mi annoio? Faccio sesso</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/mi-annoio-faccio-sesso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Fiore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Feb 2019 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=28865</guid>

					<description><![CDATA[<p>Giovani e sessualità</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/28308-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/mi-annoio-faccio-sesso/">Mi annoio? Faccio sesso</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle scorse settimane ha fatto molto scalpore la notizia ripresa da diverse testate nazionali dell’aumento dei casi di ragazzine che concedevano il proprio corpo a compagni di scuola in cambio di ricariche telefoniche o, addirittura, ripetizione scolastiche. Una situazione che, tuttavia, non sorprende noi operatori dei servizi e tutti coloro che operano a stretto contatto con il mondo adolescenziale.</p>
<p><strong>Il sesso come il videogame</strong></p>
<p>A balzare subito all’occhio, oltre alla precocità dei rapporti sempre più diffusi tra i quattordicenni, è la totale banalizzazione dell’atto in sé. Nella grande maggioranza dei casi il rapporto sessuale tra adolescenti non è la conseguenza di un rapporto sentimentale: invece di trascorrere il tempo facendo altro, lo trascorrono facendo sesso. Con estrema superficialità, quasi con disattenzione. Scordiamoci qualsiasi senso etico, nella loro visione del mondo e delle cose la sessualità perde ogni valore morale. Diventa semplicemente un passatempo per allontanare la noia, da praticare senza particolare attenzione.</p>
<p><strong>I rischi? Quelli sono reali…</strong></p>
<p>La disattenzione nei rapporti coinvolge anche la salute. Perché per i giovanissimi che si avvicinano al sesso, le precauzioni rappresentano quanto di più sconosciuto. Ecco allora che il rischio di una nuova stagione per le malattie sessualmente trasmissibili diventa una delle problematiche che la nostra società dovrà mettere in conto nel prossimo futuro. L’assenza di cultura preventiva si evidenzia anche nella scarsa attenzione alla vaccinazione contro il <em>papilloma virus</em>, che sta tornando in auge tra le giovani donne. Proprio le ragazze, infatti, risultano le più precoci in ambito sessuale: tendendo a relazionarsi con ragazzi più grandi, già a 14-15 anni praticano regolarmente il sesso, spesso con partner diversi e quasi sempre senza precauzioni. Con conseguenze talvolta pericolose per la salute della cervice uterina.</p>
<p>Senza scordare gli impatti psicologici e sociali che la precocità sessuale porta con sé, a iniziare dalla rapida adultizzazione degli adolescenti, ponendoli fin da giovanissimi a confronto con nuove problematiche che non sempre sono pronti ad affrontare.</p>
<p><strong>Social e voyerismo</strong></p>
<p>Nella sua banalizzazione assoluta, il sesso viene visto da molti adolescenti come una merce di scambio: si concede un rapporto in cambio di qualcosa, non per forza denaro. Ecco allora che il proprio corpo diventa uno strumento di persuasione per raggiungere determinati obiettivi. E affinché questo strumento sia efficace, deve essere promosso attraverso i mezzi di comunicazione che le nuove generazioni sanno utilizzare con estrema semplicità. Così dai social network alle chat sugli smartphone la diffusione e condivisione di foto e video espliciti del proprio corpo diventa un’abitudine comune, trascinata anche dai modelli culturali impartiti dalla nostra società, dove divi e personaggi famosi si comportano esattamente così. Un adolescente, tuttavia, non sempre ha la percezione della reale portata delle proprie azioni. Pensa che inviare un’immagine a una singola persona escluda che possa essere successivamente condivisa da questa con altri. Invece accade più spesso di quanto si pensi, scatenando attacchi alla reputazione individuale che i soggetti più fragili non sono in grado di sopportare.</p>
<p><strong>Cambiare le cose? Utopia…</strong></p>
<p>I casi fin qui descritti, in base alle esperienze sul campo, sembrano destinati ad aumentare ancora nel prossimo futuro. A invertire la tendenza potrebbe essere solo un fattore esterno imprevedibile. La storia ci insegna che ciclicamente, quando si raggiungono degli estremi, si sviluppano fattori che portano le persone a cambiare drasticamente i propri atteggiamenti. In passato, nei comportamenti sessuali, questi fattori si sono rivelati le gravi malattie. Oggi sono state in parte debellate o arginate, ma nulla può escludere che in futuro possano svilupparsi nuove patologie finora sconosciute.</p>
<p>Contrariamente, la precocità delle esperienze con il sesso da parte dei nostri giovani continuerà a essere una realtà. E se perfino gli ambienti religiosi, come ad esempio la Chiesa cattolica, stanno allentando le proprie rigidità in materia con concezioni meno assolutiste sui rapporti prematrimoniali, invertire la rotta al momento appare inimmaginabile.</p>
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		<title>Paura. Ma di cosa?</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/paura-ma-di-cosa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Fiore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Mar 2018 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nuove ansie</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/24697-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/paura-ma-di-cosa/">Paura. Ma di cosa?</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Per affrontare il nostro ragionamento questa volta dobbiamo partire dalla chiarezza terminologica e, conseguentemente, dei significati. Condizione che, come vedremo, è spesso assai nebulosa tra i soggetti interessati.</p>
<p>La parola chiave da cui iniziare è <em>distress</em>, termine che rappresenta l’aspetto negativo dello stress: una sorta di stato avversivo in cui la persona coinvolta non è in grado di adattarsi completamente ai fattori di stress, mostrando comportamenti disadattivi. E in una società sempre più competitiva, dall’evoluzione rapida e caotica come la nostra, il fenomeno sopra descritto apre scenari complessi e di non semplice soluzione.</p>
<p><strong>Sto male e so perché. Ma…</strong></p>
<p>La richiesta di prestazioni sempre più intense nei diversi ambiti della vita, da quello lavorativo a quello famigliare, sta provocando un aumento vertiginoso dei casi di ansia tra le persone, in particolare adulti e anziani, mentre i  giovani sembrano evidenziare maggiori capacità di adattamento. Mobbing, reazioni di panico, disturbi postraumatici da stress: le nuove forme di patologie variano in conseguenza ai casi, ma sono tutte di carattere secondario. In pratica, sono provocate da altri fattori, il più delle volte – e qui risiede il paradosso – già conosciuti dalle persone che ne soffrono.</p>
<p>In molti, infatti, si presentano da medici e specialisti spiegando quale secondo loro sia la causa del proprio malessere e chiedendo una soluzione. Quasi ritenendo il dottore uno shamano con la bacchetta magica (o, meglio, con il farmaco magico) per risolvere in pochi giorni tutti i loro problemi.</p>
<p><strong>Il rapporto umano prima di tutto</strong></p>
<p>Trovarsi di fronte un paziente che, in breve sintesi, afferma “so che sto male ma non posso farci niente” è uno dei contesti più complicati per qualsiasi specialista, perché riduce l’efficacia del proprio campo di azione. Se poi la gran parte delle depressioni secondarie sono legate a determinati eventi o situazioni non modificabili, anche l’eventuale ricorso ai farmaci per affrontare il problema sarebbe scarsamente efficace. Un esempio può aiutarci a chiarire: se lo stato di ansia di una persona è provocato da episodi di mobbing sul posto di lavoro, finché non cambierà quella situazione sarà molto difficile intervenire in maniera proficua.</p>
<p>Ecco che allora la parola di un medico può essere più importante e positiva dell’effetto di un farmaco. Un aspetto talvolta non preso in adeguata considerazione dagli specialisti: scrivere al computer, rispondere al telefono o addirittura sbadigliare mentre un paziente in difficoltà comunica il suo disagio sono atteggiamenti da evitare assolutamente. Anche perché di fronte, più che una persona ammalata, potrebbe trovarsi una persona spaventata.</p>
<p><strong>Ansia o paura?</strong></p>
<p>Come avvenuto in apertura, torniamo a ragionare sul significato dei termini. Se è vero che il farmaco più usato al mondo è l’ansiolitico e, conseguentemente, l’ansia è uno dei principali mali che colpisce le persone della nostra società, cosa si intende per ansia? In estrema sintesi è la paura senza oggetto, ovvero non so di cosa ho paura, ma ho paura. Tuttavia, nei casi descritti in precedenza e argomento della nostra riflessione le persone sono ben consce di cosa hanno paura. Possiamo ancora quindi definirla ansia? La risposta è no perché, molto più semplicemente, se so di cosa ho paura, la mia non è ansia ma per l’appunto… paura.</p>
<p><strong>Medicina o sociologia?</strong></p>
<p>Quando una persona si presenta dal medico affermando di essere triste e angosciata perché sta per essere licenziata, quali strumenti ha a disposizione il medico per cambiare le cose? Una domanda provocatoria, ma al tempo stesso concreta. Dal punto di vista logico, ancor prima che clinico, nel caso specifico l’angoscia è provocata dal timore di perdere il lavoro. La soluzione più efficace – per restare nel paradosso – sarebbe che il medico potesse convincere il datore di lavoro del paziente a non licenziarlo. Questo per spiegare come, nei contesti di <em>distress</em>, di ansie e paure, continuano ad aumentare verso i medici richieste che poco hanno a che fare con il contesto sanitario, bensì correlate principalmente all’evoluzione sociale. Ma proprio perché l’evoluzione sociale tende a emarginare le persone in difficoltà, quando queste si presentano da noi medici è fondamentale garantire loro ascolto, accoglienza ed empatia. Spesso, rimedi più efficaci di qualsiasi farmaco.</p>
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		<title>Un silenzio assordante</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/un-silenzio-assordante/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Fiore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jan 2018 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=25854</guid>

					<description><![CDATA[<p>Soprusi e denunce</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/23109-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/un-silenzio-assordante/">Un silenzio assordante</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle ultime settimane si sono moltiplicati i casi di attrici e di altre donne dello spettacolo che hanno denunciato di essere state molestate in passato da colleghi di lavoro o altre persone. Questi avvenimenti, pur nelle loro diverse sfaccettature, diventano improvvisamente cassa di risonanza di un fenomeno ben più ampio e complesso: quello dell’incapacità spesso delle vittime di violenza di riuscire a denunciare quanto subito.</p>
<p><strong>È colpa sua. O forse no?</strong></p>
<p>Nella ricerca di una spiegazione a tale comportamento si scopre che i motivi che spingono a questo genere di reazioni sono diversi e coinvolgono alla stessa maniera sia soggetti giovani che adulti. Il grande punto dolente è rappresentato dalla vergogna, collegata al senso di colpa: per quanto possa sembrare incomprensibile, infatti, nella vittima talvolta si insinua l’idea di aver causato o in qualche modo provocato la violenza. Da un punto di vista meramente tecnico, infatti, in questo drammatico contesto ci sono in gioco due attori: chi perpetra la violenza e chi la subisce. E quest’ultimo soggetto tende ad attivare dentro di sé un percorso di riflessione molto doloroso sul perché il fatto sia accaduto. Scatta così un meccanismo psicologico che spinge la mente a indagare su atteggiamenti che possano aver stimolato o contribuito al sopruso, dando il la a un marasma di sentimenti che segnano profondamente l’animo della vittima.</p>
<p><strong>Outing liberatorio</strong></p>
<p>Proprio per questo motivo, riuscire a raccontare quanto subito ha un effetto liberatorio nella psiche della vittima. In questi casi diventa indispensabile l’avvio di un percorso psicoterapeutico: l’aiuto e il sostegno di professionisti sanitari è fondamentale per evitare che la vittima sprofondi in pericolose depressioni con pesanti sbalzi di umore nella quotidianità. In base all’esperienza sanitaria, è infatti confermato che le vittime incapaci di denunciare i soprusi subiti avranno serie difficoltà a raggiungere la piena realizzazione fisica di sé: si tratti di piacere sessuale o semplicemente di serenità e divertimento nel vivere la propria esistenza.</p>
<p>In altre parole, se la vittima non riesce ad affrontare il problema e raccontare l’accaduto, dentro di lei resterà per sempre una cicatrice indelebile impossibile da rimarginare.</p>
<p><strong>Dramma senza fine?</strong></p>
<p>L’importanza di trovare la forza di esprimere il proprio dolore e di avviare un percorso psicoterapeutico diventa ancor più fondamentale analizzando un altro genere di dati. Quelli che spiegano come le vittime di soprusi possano a loro volta trasformarsi in carnefici.</p>
<p>Una conseguenza che trova una facilitazione involontaria anche dal mancato senso di giustizia provato dalla vittima. Un esempio concreto è rappresentato dai casi un cui la vittima, dopo aver trovato la forza di denunciare  l’accaduto alle autorità giudiziarie, non riceve invece una reale giustizia nelle sentenze dei tribunali o nello sconto della pena del proprio carnefice.</p>
<p>Ecco perché di fronte ai casi di soprusi è indispensabili che l’intero sistema (sanitario, giuridico, sociale) operi in maniera coerente ed efficiente. Perché in mancanza di risposte verso le sofferenze dei soggetti fragili, la loro reazione non potrà che essere un silenzio assordante. Con tutte le conseguenze che abbiamo analizzato.</p>
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