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	<title>Renato Duca e Renato Cosma &#8211; imagazine.it</title>
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	<title>Renato Duca e Renato Cosma &#8211; imagazine.it</title>
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		<title>Il frutto dorato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Renato Duca e Renato Cosma]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Mar 2021 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SOCIETÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'origine del pomodoro</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/38718-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/il-frutto-dorato/">Il frutto dorato</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p> 	Fino a qualche decennio fa in primavera aveva inizio, secondo l’armonico divenire dei cicli della natura, la lunga stagione del <strong>pomodoro</strong>, un prodotto della terra visto inizialmente in Europa con una certa diffidenza.</p>
<p> 	Quell’armonico divenire non è più tale, poiché <em>bypassato </em>dalla ricerca e dalla sperimentazione che, molto attente alla logica globalizzante dei mercati, hanno consentito la produzione e il consumo alimentare del ‘frutto dorato’ <strong>ovunque e praticamente tutto l’anno</strong>. Il pomodoro è una coltura orticola dell’America centromeridionale (Cile, Ecuador, Messico, Perù), coltivata in quegli ambiti ben prima della scoperta del Nuovo Mondo, attualmente diffusa a livello mondiale anche nelle regioni geografiche a clima temperato.</p>
<p> 	Il termine, che individua pianta e frutto, è una parola composta, formata da tre parti che il parlare corrente ha riunito in una – <em>pomodoro</em>, appunto – con abbandono delle forme ‘<em>pomidoro-pomidori</em>’ in uso tra i vecchi botanici. La pianta è una coltura erbacea annuale appartenente alle ‘<em>Solanaceae</em>’, classificata inizialmente dallo svedese <strong>Carl von Linné </strong>(Carlo Linneo) come <em>Solanum lycopersicum </em>(1753), poi come <em>Lycopersicon esculentum </em>dallo scozzese Philip Miller (1768), quindi come <em>Lycopersicon lycopersicum </em>dal tedesco <strong>Hermann Karsten </strong>(1881), per tornare ora alla formulazione linneana di <em>Solanum lycopersicum </em>(<em>lycopersicum </em>è termine greco con significato di <em>pesca dei lupi</em>).</p>
<p> 	Il frutto è chiamato <em>tomate </em>in spagnolo, francese e tedesco; <em>tomato </em>in inglese; <em>pomodeoro </em>in bisiaco; <em>tomat </em>in friulano. La parola ‘<em>tomato</em>’ deriva dall’azteco <em>xitomatl</em>, usata dalle genti messicane precolombiane per indicare taluni frutti ricchi di succo: a quelle popolazioni si deve la nascita della tradizione culinaria della ‘salsa’.</p>
<p> 	Al pomodoro furono attribuiti in passato <strong>effetti afrodisiaci</strong>, da cui alcune definizioni ridondanti: ‘<em>pomme </em><em>d’amour</em>’ in Francia, ‘<em>apples of love</em>’ in Inghilterra, ‘<em>liebesapfel</em>’ in Germania, ‘<em>pùma d’amùri </em>(pomo dell’amore)’ in Sicilia. Gli addetti ai lavori italiani, invece, lo hanno chiamato in vario modo: <em>purpurea </em><em>meraviglia, re dell’orto, simbolo dell’estate, campione della cucina mediterranea</em>.</p>
<p> 	La pianta, coltivata all’aperto, nei climi tropicali produce tutto l’anno, mentre in quelli temperati fruttifica solo nella stagione tardo primaverile-estiva, oppure in serra nel periodo invernale con opportuni accorgimenti. frutti hanno forma, dimensione, colore e tempi di maturazione a seconda della varietà (oltre 1.700, ma solo una sessantina utilizzate per il mercato) e sono dotati di polpa ricca di sali minerali, proteine e vitamine (A, B1, B2, C, K, P, PP). Possono essere raggruppati in quattro grandi categorie: <strong>da tavola, per conserve, per pelati, per salamoia o conservazione al naturale</strong>, cioè da ‘serbo’. In quanto alla forma e dimensione, i pomodori possono essere lunghi, rotondi e grossi, a mo’ di ciliegia riuniti in grappoli e anche piuttosto cavi all’interno, ovvero da riempire. Relativamente al colore, oltre alle varietà di rosso destinate diffusamente al consumo, esistono cultivar di colore bianco, giallo, verde, rosa, arancio ne (molto raro) e marrone-verde scuro (‘nero di Crimea’).</p>
<p> 	<strong>Le parti verdi della pianta </strong>(fusto, ramificazioni, foglie) <strong>sono tossiche</strong>, perché contengono ‘solanina’, un alcaloide glicosidico presente in talune <em>Solanaceae</em>, eliminabile solo con la cottura a temperature piuttosto elevate. I semi di pomodoro vennero portati in Europa nel 1540 dal condottiero spagnolo <strong>Hernán Cortés</strong>, conquistatore del Messico e distruttore dell’Impero Azteco (1485-1547), resi produttivi in via sperimentale dal medico e botanico spagnolo <strong>Nicolàs Bautista Monardes Alfaro </strong>(1493-1588), primo scienziato a occuparsi delle piante ‘medicinali’ provenienti dalle Americhe, il quale contribuì a dipanare diffidenze e pregiudizi diffusi sul nuovo singolare ortaggio, perorandone l’utilizzo a scopo farmacologico e gastronomico.</p>
<p> 	Inizialmente, la pianta di pomodoro fu considerata un’essenza velenosa perché accostata alla ‘erba morella’ (<em>Solanum nigrum</em>), un’infestante presente nei raccolti della mietitura, per cui venne destinata a impieghi ornamentali alla stregua della patata, anch’essa proveniente dal Nuovo Mondo.</p>
<p> 	Nel 1544 il medico ed erborista senese <strong>Pietro Andrea Mattioli </strong>(1501-1578), mentre stava operando professionalmente a <strong>Gorizia </strong>(1541-1555), la catalogò tra le specie velenose, pur ammettendo che in alcune zone italiane il frutto era consumato a tavola, fritto in olio. Nel 1548 il pomodoro fu introdotto, come ornamento di case e giardini patrizi, alla corte del Duca di Firenze e Granduca di Toscana <strong>Cosimo I de Medici </strong>(1519-1574), tramite il suocero <strong>Don Pedro Alvarez de Toledo</strong>, viceré spagnolo di Napoli.</p>
<p> 	Verso la fine del Settecento la coltivazione prese avvio a scopo alimentare nei paesi mediterranei, particolarmente in Francia quale pietanza delle classi abbienti, e nell’Italia meridionale, nel napoletano come cibo del popolo, a somiglianza di taluni prodotti (‘spezie’) giunti d’oltreoceano.</p>
<p> 	Ma fu dalla metà dell’Ottocento che essa si diffuse nella nostra Penisola come coltura orticola e a tutto campo, soprattutto in Emilia-Romagna, Puglia, Campania, Calabria e Sicilia, seguita dall’attività di trasformazione e conservazione industriale. Quest’ultima deve il proprio sviluppo alle sperimentazioni e applicazioni nel trentennio 1865-1895 del prof. <strong>Carlo Rognoni </strong>(1829-1904), agronomo e chimico, docente presso il Regio Istituto Tecnico di Parma, ai Laboratori (imprese) parmensi di fine Ottocento di lavorazione del prodotto e all’intraprendenza dell’imprenditore di Nizza Monferrato (Asti) <strong>Francesco Cirio </strong>(1836-1900), che nel 1856 fece costruire a Torino il primo stabilimento conserviero, cui seguirono nei decenni successivi diversi altri impianti nel Mezzogiorno (Castellamare di Stabia, San Giovanni a Teduccio) e in Europa (Berlino, Bruxelles, Londra, Parigi, Vienna).</p>
<p> 	Oggi, i maggiori produttori ed esportatori di pomodoro a livello mondiale sono nell’ordine Stati Uniti, Russia, Italia, Cina e Turchia; in ambito europeo lo è l’Italia (6 milioni ton./anno), cui è stato riconosciuto un ruolo fondamentale nel processo di ‘pomodorizzazione’. La <strong>trasformazione industriale si articola su almeno sei prodotti</strong>: i pelati, la passata, la polpa, il concentrato, il succo di pomodoro e il ‘<em>ketchup</em>’, ovvero ‘<em>kezap</em>’ termine diffuso a Canton (Cina) con significato di salsa.</p>
<p> 	Nella <strong>Contea Principesca di Gorizia e Gradisca </strong>la coltivazione del pomodoro venne introdotta piuttosto tardi, sicuramente dopo la seconda metà dell’Ottocento. Infatti, di essa non si trova menzione negli ‘elaborati d’estimo’ e neanche nei ‘questionari’ (domanda-risposta), redatti dalle pertinenti Commissioni censuarie provinciali del tempo. Non ne parla nemmeno il botanico e naturalista di Ronchi, abate <strong>Leonardo Brumati</strong>, nel lavoro del 1844 intitolato <em>Flora Medico-economica del Territorio di Monfalcone</em>. Ne fa, invece, un cenno il barone <strong>Carlo von Czoernig </strong>nell’opera del 1873 <em>Gorizia, la Nizza Austriaca</em>. Va comunque ricordato che un’efficace azione divulgativa sulla coltura del pomodoro, sulle sue peculiarità alimentari ed economiche venne esercitata dalla benemerita I.R. Società Agraria di Gorizia. Esiste, poi, per i buongustai tradizionalisti, a ricordo di un’epoca ormai scomparsa, la ‘zuppa asburgica di pomodori’: la <em>Tomatencremesuppe</em>, una minestra estiva di crema di pomodori da gustare tiepida, oppure fredda, assieme ad alcune fette di pane.</p>
<p> 	In chiusura. Molti si chiedono se i pomodori sono ‘frutta‘ o ‘verdura’. La risposta è duplice: questo e quella. Infatti: botanicamente essi sono considerati frutti di una pianta da fiore; dal punto di vista culinario, invece, sono verdure, anche per il loro basso contenuto di zuccheri rispetto alla frutta tradizionale. Tale doppia collocazione, che li qualifica pure come ‘frutto ambiguo’, ha portato addirittura nel 1893 a un pronunciamento della Corte Suprema degli Stati Uniti a favore del pomodoro quale ‘frutto’. Circa un secolo dopo, sul dilemma ‘frutto o verdura’ ha tagliato corto il giornalista inglese <strong>Miles Beresford Kington </strong>(1941-2008) con un’arguta riflessione: “<em>La conoscenza è sapere che un pomodoro è un frutto, la saggezza sta nel non metterlo in una macedonia</em>”.</p>
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		<item>
		<title>Venezia e il Patriarcato rivivono a Monfalcone</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/venezia-e-il-patriarcato-rivivono-a-monfalcone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Duca e Renato Cosma]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2020 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Carlevaris, Canaletto, Guardi e le grandi Edizioni</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ho avuto l&#39;opportunità di visitare la mostra “Venezia e il Patriarcato” accompagnato da una guida speciale, <strong>Lucio Gregoretti</strong>, curatore della stessa assieme a Marino De Grassi, e dal collaboratore di <em>iMagazine</em> <strong>Claudio Pizzin</strong>. </p>
<p>La riflessione preliminare è che Venezia e tutto ciò che la riguarda destano sempre vivo interesse e curiosità, perchè la Città dogale è un capolavoro del genio umano, dove natura, perseveranza, ingegno, arte e spiritualità hanno creato un insieme unico e irripetibile. Di quell&#39;insieme Monfalcone ha fatto orgogliosamente parte col proprio Territorio per 377 anni, dal 1420 al 1797, beneficiando di una lungimirante tradizione in termini militari, sociali, economico-commerciali e culturali, <em>avamposto e vedetta </em>veneti sul limitare tra Oriente ed Occidente.</p>
<p>Poichè la caduta di Venezia non ha appannato il forte legame della nostra città con la Repubblica del Leone, il significato di tale fiera appartenenza trova oggi, allo scadere di un arco temporale di ben sei secoli, puntuale riscontro nella mostra <u><a href="https://www.comune.monfalcone.go.it/-/venezia-e-il-patriarcato" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>Venezia e il Patriarcato</em></strong>, promossa dal Comune e allestita nella Galleria d&#39;Arte Contemporanea di Piazza Cavour, aperta fino al 18 ottobre</a></u>.</p>
<p>Tra l&#39;altro, in occasione di  questo evento celebrativo appare quanto mai pertinente, per rimarcare il senso di un legame e di un&#39;appartenenza, il richiamo all&#39;accorato omaggio rivolto alla Serenissima da Giuseppe Viscovich (Perasto, 23 agosto 1797): &#8220;&#8230; <em>Par trecentosettantasette anni le nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vite le xe stade sempre per Ti, o San Marco; e felicissimi sempre se semo reputà Ti co nu, nu co Ti; e sempre co Ti sul mar nu semo stai illustri e vittoriosi &#8230;&#8221; </em>.</p>
<p>Il percorso della mostra è caratterizzato dall&#39;esposizione di atti, documenti (per esempio, gli Statuti Monfalconesi, anche nell&#39;edizione volgarizzata del testo latino del 1625), provvedimenti vari, libri antichi, nonchè da una sequenza di dipinti, incisioni e disegni di artisti udinesi operanti a Venezia o legati artisticamente alla tradizione veneziana (L. Carlevaris, Canaletto, S. Bombelli, N. Grassi, F. Pavona, G. e G. Tiepolo, G. Guardi, J. Leonardis). Inoltre, acquerelli di Pietro Nobile relativi ai fari di Trieste, Salvore e Capo Promontore. Splendida la Pala d&#39;altare di Gian Antonio Guardi, raffigurante la <em>Madonna del Rosario con il Bambino </em>ed alcuni Santi, originariamente esposta nella Chiesa di Belvedere di Aquileia (dedicata a Sant&#39;Antonio Abate) ed ora conservata presso la Pinacoteca dei Musei Provinciali di Gorizia. Complessivamente 250 opere circa.                                                                               </p>
<p>Se l&#39;obiettivo dell&#39;evento era quello di rinverdire il forte vincolo di Monfalcone ed il suo Territorio con la Serenissima, tale obiettivo è stato ampiamente raggiunto per la qualità e la quantità di quanto esposto e per l&#39;importante operazione di recupero e divulgazione della memoria storica delle nostre radici e di valorizzazione di uno stretto rapporto con una singolare realtà, Venezia, che resterà per sempre un simbolo di civiltà e testimonianza emblematica di libertà.</p>
<p><a href="http://imagazinevideotruck.it/outlet/relink.html" target="_top" rel="noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" align="LEFT" height="250" src="http://imagazinevideotruck.it/outlet/outlet30.gif" width="300" alt="outlet30" title="Venezia e il Patriarcato rivivono a Monfalcone 1"></a></p>
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<p>In chiusura, una notazione sul catalogo della mostra. Esso non è un mero documento offerto al visitatore per illustrare il vasto patrimonio accuratamente selezionato ed esposto. Il Catalogo a disposizione del pubblico è un&#39;opera di grande pregio, che inquadra con particolare dettaglio Monfalcone, il Territorio ed il loro ruolo nel contesto strategico veneziano dell&#39;Alto Adriatico, nel rispetto dell&#39;eredità acquisita dal Patriarcato aquileiese. Non solo. Esso è arricchito da pregevoli saggi su tematiche diverse, tra cui: Capolavori illustrati veneziani; Gian Domenico Bertoli e le Antichità di Aquileia; Patria del Friuli e Contea di Gorizia; Salute e Spaccio di libri: l&#39;Editoria tra Venezia, la Patria del Friuli e la Contea di Gorizia; I disegni di Canaletto. Il volume è edito dalla Edizioni della Laguna S.R.L. di Mariano del Friuli, conta 271 pagine e presenta una veste tipografica di prim&#39;ordine.</p>
<p>La mostra, sapientemente pensata e articolata da Marino De Grassi e Lucio Gregoretti, personaggi di rilievo nel mondo della ricerca storica isontina ed oltre, è stata un&#39;occasione conoscitiva di notevole rilevanza, sia sotto l&#39;ampio aspetto culturale, che di approfondimento delle complesse vicende che hanno segnato il divenire nel tempo di questo ambito posto al confine orientale dell&#39;Italia, tra il fiume Isonzo, il mare e le pendici del Carso.</p>
<p>È auspicabile che la mostra, per la sua valenza storico-cuturale e di divulgazione, resti aperta ben oltre la data del 18 ottobre prossimo.</p>
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		<item>
		<title>Monfalcone, sinergia per gli anziani del territorio</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/monfalcone-sinergia-per-gli-anziani-del-territorio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Duca e Renato Cosma]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2020 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Collaborazione tra Rotary e dinAMICI</p>
<p><img src="https://imagazine.it/wp-content/uploads/2024/01/34004-1.webp" style="display: block; margin: 1em auto"> L'articolo <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk/monfalcone-sinergia-per-gli-anziani-del-territorio/">Monfalcone, sinergia per gli anziani del territorio</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://imagazine.it/home_desk">imagazine.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’occasione si è presentata all’atto della realizzazione del ‘Service mascherine anti covid19’, promosso dal Distretto Triveneto del Rotary International (Governatore Massimo Ballotta), con coinvolgimento dei propri Club in ambito locale nella distribuzione di dispositivi di protezione individuale, stante l’elevata richiesta e le difficoltà di approvvigionamento del materiale.  </p>
<p>Il <strong>Rotary Club Monfalcone-Grado</strong>, presieduto da <strong>Lucia Crapesi</strong>, si è sollecitamente attivato anche con i Giovani dei Club Rotaract e dell’Interact, ottenendo la pronta disponibilità operativa dell’<strong>Associazione</strong> <strong>dinAMICI</strong> di Monfalcone, guidata da <strong>Manuela Fumis</strong>. Sono state, così, distribuite nel giro di pochi giorni 2.200 mascherine a strutture di assistenza dell’area Monfalconese, Gradese, Gradiscana e Cormonese.  </p>
<p>L’operazione di consegna dei dispositivi, organizzata da <strong>Mariella Duca</strong> e da Manuela Fumis, si è svolta tra martedì 28 aprile e lunedì 4 maggio e ha riguardato otto Case di Riposo per Anziani e due Associazioni di volontariato operanti nel contesto provinciale. In particolare ne hanno beneficiato: <strong>a Monfalcone, Casa Albergo; a Ronchi, Casa Corradin; a Grado, Casa Serena ed Ospizio Marino; a Gradisca, Casa Brovedani e Casa San Salvatore; a Cormons, Casa La Cjase e Casa Rosa Mistica. Nonchè, l’Associazione Calicanto e la stessa Associazione dinAmici</strong>.</p>
<p>Il dono delle mascherine e il contatto diretto hanno ottenuto ampio apprezzamento dai Responsabili delle varie strutture contattate, a riprova di una presenza tangibile del Rotary International sul territorio tramite un proprio Club, anche nella presente grave emergenza sanitaria ed economico-sociale. Per i promotori e gli operatori è stata un’occasione per toccare con mano, ancora una volta, il senso concreto della solidarietà.</p>
<p>I due Sodalizi in azione sinergica hanno caratteristiche, dimensione e organizzazione diverse, ma perseguono una visione condivisa del servizio e del dono, che li porta a operare con sollecitudine e disponibilità a favore di chi più ha bisogno di supporto e di aiuto.</p>
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<p>Va ricordato che l’Associazione dinAMICI si sta adoperando, tra l’altro, per l’arredamento di uno spazio di 20 stanze presso l&#39;Ospedale di Monfalcone, da destinare al servizio territoriale di Neuropsichiatria Infantile per bambini e ragazzi fino ai 18 anni d’età.</p>
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		<title>Abdon Pamich: il riscatto e la poesia</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/abdon-pamich-il-riscatto-e-la-poesia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Duca e Renato Cosma]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Nov 2019 14:25:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
		<category><![CDATA[esuli]]></category>
		<category><![CDATA[marcia]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/home_desk/?p=69431</guid>

					<description><![CDATA[<p>È stato uno dei più grandi marciatori italiani di tutti i tempi, conquistando anche l’oro olimpico. Originario di Fiume, con i suoi successi è divenuto un simbolo per gli esuli istriani. «Ai giovani dico: la 'manna dal cielo' crea solo insoddisfazione e noia. Le sole cose che contano sono quelle che si ottengono con la lotta e il sacrificio»</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 10pt;"><em>Abdon Pamich ad Abbazia</em></span></p>
<p><strong>Abdon Pamich</strong> ha nobilitato, più di altri protagonisti del suo tempo, il motto latino &#8220;<em>per aspera ad astra</em>&#8220;, perché ha trovato accomunati nella marcia la fatica e il sudore, la poesia dello sport e il valore tangibile del riscatto.</p>
<p>&#8220;Noi ci siamo divertiti tanto, pur faticando tantissimo e senza i mezzi che ci sono oggi&#8230; ma la marcia per me è stato anche un riscatto: ero profugo, avevo tanta energia da sfogare. Poi è diventata poesia e anche se arrivavamo quinti o sesti contro i mostri dell&#8217;Est, eravamo felici come se avessimo vinto &#8230;&#8221;</p>
<p>È l&#8217;emblematica riflessione del nostro campione, nato nel 1933 a Fiume, allora città italiana, che abbandonò nell&#8217;autunno del 1947, a neanche quattordici anni, in modo rocambolesco assieme al fratello maggiore Giovanni (che all’epoca aveva quindici anni) per un anelito di libertà.</p>
<p>Era il periodo buio di inizio dopoguerra, segnato dagli esiti del Trattato di Pace di Parigi (10 febbraio 1947) e dalle vessazioni e imposizioni del regime totalitario iugoslavo subentrato in Istria, a Fiume e in Dalmazia. L&#8217;aver saputo affrontare l&#8217;ignoto con estrema determinazione e cuore saldo, superando disagi e sofferenza, ostacoli, insidie e pure indifferenza e diffidenza, è stata una prova da parte dei due giovani di assoluta fiducia nel futuro e di proverbiale maturità.</p>
<p>Abdon Pamich, attraverso questa intervista, tratteggia uno spaccato storicamente vivo su Fiume, città esemplare per l&#8217;integrazione tra &#8216;radici&#8217; diverse: una singolare testimonianza con un richiamo struggente al passato, ma con lo sguardo rivolto al presente e aperto al domani.</p>
<p><strong>Fiume, il mare splendido del Quarnero, di Costabella e Abbazia, gli anni spensierati dell&#8217;infanzia prima della tempesta, la fuga verso la libertà con Giovanni all&#8217;alba del 23 settembre 1947: quali sentimenti evoca in lei tutto ciò?</strong></p>
<p>«Ricordo di aver trascorso una splendida giovinezza in una città che fino alla fine della seconda guerra mondiale aveva conservato quelle che erano le sue prerogative, cultura e usi in essere sotto l&#8217;Impero Austro-Ungarico. Una città cosmopolita, punto d&#8217;incontro di genti di lingua, di cultura e di religione diverse. Una città che, nonostante sia stata assoggettata a varie dominazioni, spiritualmente non è mai appartenuta a nessuno, mantenendo sempre vivo il suo patrimonio culturale, la sua lingua il suo dialetto. Questa caratteristica, tipica dei fiumani, è stata recepita dall&#8217;Ungheria, che le aveva concesso una certa autonomia nel contesto del Regno, proclamando con un editto la Città &#8216;Corpus separatum&#8217; nell&#8217;ambito del Regno stesso. I personaggi protagonisti della sua storia, che avevano studiato nelle principali Università europee, da Vienna a Graz, da Budapest a Padova, da Bologna a Firenze, hanno accentuato la vocazione cosmopolita di Fiume. Proprio per tale caratteristica le persone che vi affluivano da tutte le parti dell&#8217;Impero (c&#8217;erano anche cittadini di religione ebraica) si integravano perfettamente in meno di una generazione, considerandosi fiumani a tutti gli effetti, parlandone il dialetto e acquisendo usi e costumi che hanno contribuito alle fortune della Città. Caso emblematico il Senatore Leo Valiani. Fra i miei compagni di scuola c&#8217;erano ragazzi che a casa parlavano chi ungherese, chi tedesco, chi croato o più di una lingua frequentando le scuole italiane e parlando il dialetto. In questo clima non mi sono mai posto il problema se fossero italiani, croati, oppure tedeschi. Tutto ciò faceva parte della normalità in una piccola città, non una città provinciale chiusa in se stessa. Devo dire che per noi fiumani questa è stata una fortuna. Fiume, oltre a essere il secondo porto dell&#8217;Impero per traffico di merci e passeggeri, era sede dell&#8217;lmperial Regia Accademia Navale».</p>
<p><strong>Come trascorrevate le vostre giornate?</strong></p>
<p>«D&#8217;estate fra mare e montagna, il luogo si prestava a tali attività data la conformazione orografica del territorio. Con nostalgia ricordo il tempo trascorso con entrambi i nonni, i cugini, gli zii, tra i quali zio Cesare grande appassionato di sport, che mi ha trasmesso la sua passione, specialmente per il pugilato. Con le vicissitudini seguite alla conclusione della guerra tutto questo ha avuto un inevitabile epilogo, la grande famiglia si è smembrata, ognuno per la sua strada, sparsi nel mondo: dovemmo ricostruire la nostra vita dall&#8217;inizio. I giorni della fuga e quelli successivi mi evocano ricordi di un&#8217;immensa nostalgia e abbandono la fine di un sogno di un ragazzo non ancora quattordicenne».</p>
<p><strong>Dopo quella fuga, le peregrinazioni da un campo profughi all&#8217;altro, da una città all&#8217;altra (Trieste, Milano, Udine, Novara), nell&#8217;autunno del 1947 riprendeste con profitto gli studi alle Superiori a Novara (Lei presso l&#8217;Istituto Tecnico per Geometri e Giovanni al Liceo Classico) e l&#8217;anno successivo la famiglia (papà Giovanni, mamma Irene e i quattro figli Giovanni, Abdon, Raoul, Irma) poté finalmente ricomporsi a Genova, dove vostro padre aveva trovato un nuovo impiego e una sistemazione abitativa accettabile. Quale fu l&#8217;impatto con la realtà genovese per una famiglia che aveva perso praticamente tutto, tranne la speranza e la fiducia nel domani?</strong></p>
<p>«L&#8217;impatto non fu facile, poiché c&#8217;era molta diffidenza nei nostri confronti, quando non c&#8217;era ostilità. Dopo il campo profughi di Novara, la nostra prima sistemazione fu in una frazione del Comune di Serra Ricò a circa dieci chilometri da Genova. Nel paese l&#8217;unico punto di incontro era la sede del Partito Comunista e un circolo famigliare sempre di colore rosso. Noi eravamo fuggiti da quello che loro consideravano il paradiso socialista, di conseguenza eravamo considerati dei fascisti. Col tempo capirono chi eravamo veramente e ci accettarono. Dopo qualche anno, ci trasferimmo a Genova, cosicché la sistemazione fu più confortevole. Pure là incontrammo qualche diffidenza, superata subito, per cui fummo rispettati e stimati. Genova fu la mia seconda patria, che ancora rimpiango di averla dovuta abbandonare».</p>
<p><strong>Ora parliamo di sport: come avvenne il suo approccio a una disciplina molto impegnativa come la &#8216;marcia&#8217;? </strong></p>
<p>«Devo l&#8217;approccio alla marcia puramente al caso. Nella mia testa c&#8217;erano tanti sport, ma non avevo mai pensato a quella disciplina. Seguii le orme di mio fratello Giovanni, anche qui casualmente. Infatti, recatomi al campo sportivo per allenarmi per la corsa campestre, fui contattato da un allenatore: chiedendomi il nome, in analogia con quello che faceva mio fratello, mi indirizzò all&#8217;allenatore della marcia, Giuseppe Malaspina, col quale stabilii un sodalizio che durò tutta la mia carriera. A lui devo tutto ciò che ho fatto dopo».</p>
<p><strong>II suo palmarès è straordinario, frutto di prestigiosi risultati conseguiti in tutto il mondo. Dal 1955 al 1971 ha partecipato a 5 Olimpiadi, a 3 Giochi Europei, a 3 Giochi del Mediterraneo e a oltre 40 Campionati italiani assoluti, con riscontri eccezionali. Ha gareggiato su distanze diverse, 10-20-50 Km… Ma possiamo affermare che proprio la 50 Km è la sua gara?</strong></p>
<p>«Sì, anche se ho gareggiato su tutte le distanze, dai 1500 indoor alla Londra-Brighton di 83 Km fino alla 100 Km. La ritenevo la distanza ideale per le mie qualità, sia fisiche che psicologiche».</p>
<p><strong>Dopo il matrimonio con Maura e la nascita di Tamara e Sennen, lei ha saputo conciliare il tempo professionale e famigliare con quello sportivo (allenamenti quotidiani,  trasferte, gare), dedicandosi pure agli studi superiori con lauree in Sociologia e in psicologia, trovando anche il tempo per l&#8217;insegnamento. Quante ore aveva la sua giornata?</strong></p>
<p>«Avendo tanti impegni non posso dire di essere stato un marito e un genitore ideale e nemmeno un uomo in carriera lavorativa: ero troppo assorbito da questa passione, per la quale ho dato il massimo di me stesso. La mia giornata mediamente era di diciassette, diciotto ore».</p>
<p><strong>Il prossimo anno, il 2020, la città di Fiume sarà capitale europea della Cultura: che sensazioni prova per questo prestigioso riconoscimento a una realtà complessa e composita come la Città di San Vito che annovera tra I propri figli del passato eminenti protagonisti delle scienze, della medicina, della storia, della letteratura, dell&#8217;industria e dello sport?</strong></p>
<p>«Ne sono molto fiero come fiumano, poiché penso che questo riconoscimento sia dovuto soprattutto al passato culturale delta città: passato che certi nazionalismi hanno un po&#8217; oscurato. Gioisco insieme ai cittadini attuali con i quali ci sentiamo uniti, perché a loro è affidata la storia passata e il futuro di Fiume».</p>
<p><strong>Papà e mamma ora sono &#8216;ritornati a casa’ (come riporta l&#8217;iscrizione posta sulla tomba) e riposano per sempre assieme ai loro vecchi nel cimitero monumentale di Cosala.  Anche per questo motivo il suo legame con Fiume è diventato ancora più forte e struggente. Cosa significa per lei essere fiumano?</strong></p>
<p>«Oltre all&#8217;orgoglio di essere tra i pochi sopravvissuti di quella cultura di cui ci siamo abbeverati nella nostra fanciullezza, significa essere un cittadino del mondo con quell&#8217;impronta di fiumanità che non posso cancellare».</p>
<p><strong>L&#8217;Italia fu matrigna nei confronti degli esuli fiumani, istriani e dalmati: indifferenza, timore del foresto, oppure oblio sul dramma e sulle sofferenze della gente… Ma come lei ha affermato più volte, &#8220;Nonostante fossi un esule non mi sono mai sentito diverso dai miei compagni. Lo sport appiana tutte le differenze&#8221;. Anche oggi lo sport è in grado di esprimere quell&#8217;esemplare forza morale?</strong></p>
<p>«Non mi sono mai sentito diverso, almeno nell&#8217;accezione che comunemente si dà a questo Termine, indipendentemente dallo sport. Quello che si è nella vita, si è nello sport. Cosa molto più evidente nello sport moderno, inquinato dal denaro».</p>
<p><strong>Siamo in chiusura: quale messaggio desidera rivolgere ai giovani?</strong></p>
<p>«È difficile dare un consiglio ai giovani che venga accettato, poiché considerano gli anziani degli extraterrestri. Ma, vista la domanda, mi sento di dire che in questo mondo, dove si vuole tutto e subito, le sole cose che contano veramente sono quelle che si ottengono con la lotta e il sacrificio. La &#8216;manna dal cielo&#8217; crea solo insoddisfazione e noia. Per quanto riguarda lo sport, dico che va fatto con gioia, senza pensare necessariamente al risultato o ai guadagni, che possono anche venire, ma sempre come conseguenza della passione, delle capacita e della dedizione: non mi sento di parlare di sacrificio in quanto, se lo sport è un piacere, non è sacrificio».</p>
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			</item>
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		<title>Fuga per la libertà</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/fuga-per-la-liberta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Duca e Renato Cosma]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 May 2019 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITÀ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=29537</guid>

					<description><![CDATA[<p>Giovanni Pamich</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 10 febbraio 1947 il destino della Venezia Giulia e della Dalmazia era segnato per sempre dal Trattato di Pace di Parigi e, contrariamente alla tanto promessa libertà, ebbero inizio le vessazioni tipiche dei regimi dittatoriali. Tra coloro che volevano crescere e vivere finalmente da uomini liberi c’erano due fratelli: <strong>Giovanni e Abdon Pamich</strong>, due adolescenti fiumani, rispettivamente di 15 e 14 anni. Prima che sorgesse l’alba del 23 settembre 1947 (martedì, primo giorno d’autunno), i due giovani misero in atto un progetto temerario: abbandonare gli affetti famigliari, la scuola, gli amici e l’amata <strong>Fiume </strong>con l’obiettivo di ricongiungersi al padre, che li aveva preceduti di poco recandosi a Milano col proposito di farsi raggiungere dal resto della famiglia. A Fiume erano rimasti in angosciosa attesa la mamma e i due fratelli più piccoli, Raoul (11 anni) e Irma (4 anni). L’aver affrontato l’ignoto, che si rivelerà ben più duro del previsto, superando ostacoli, disagi e sofferenza, è stata una prova di fiducia nel futuro, di coraggio e di maturità da parte dei due ragazzi.</p>
<p>A raccontare questa storia di peregrinazioni da un campo profughi all’altro, da una città all’altra, prima della riunificazione della famiglia in quel di Genova, è il professor Giovanni Pamich, uno spirito libero, legato indissolubilmente alla propria terra, Fiume (la citta dell’aquila a due teste e del motto antico <em>Indeficienter </em>[<em>inesauribile</em>]), già valente chirurgo e docente alla Scuola di Specializzazione in Chirurgia Vascolare dell’Ateneo triestino, Ufficiale medico di complemento della nostra Marina Miliare, Primario di Chirurgia Generale presso gli ospedali di Monfalcone e Gorizia, con esperienze professionali in Svizzera (Locarno e Bellinzona), in Inghilterra (“Registrar” in Reparto ospedaliero di Chirurgia Toracica), in Friuli (Palmanova) e una lunga attività a bordo delle grandi navi bianche, rispondendo al forte richiamo del mare.</p>
<p>Il destino ha negato a Giovanni, a differenza di Ulisse, il ritorno alla ‘sua Itaca’, ma non ai suoi genitori, che, grazie a lui quale <em>votum solvit</em>, ora riposano assieme agli avi nel cimitero monumentale fiumano di Cosala, come testimoniato dall’iscrizione incisa sulla loro tomba: “<em>Sono ritornati a casa</em>”.</p>
<p>Giovanni Pamich parla anche per Abdon, il fratello di un anno più giovane, compagno fiducioso in quell’incredibile avventura, ora residente a Roma (lauree in Psicologia e in Sociologia), già funzionario di una multinazionale e di altre aziende pubbliche, che, senza nulla togliere all’impegno professionale, si è dedicato con sacrificio, ottenendo strepitosi risultati, alla dura disciplina sportiva della marcia.</p>
<p><strong>Giovanni Pamich, quale ricordo e quali sensazioni porta nel cuore di quel 23 settembre 1947?</strong></p>
<p>«Ricordando quel giorno mi tornano alla mente una splendida estate non ancora giunta al termine, la ripresa delle lezioni al Liceo Italiano (il Liceo Classico “Dante Alighieri”, da me frequentato, era stato unificato con il Liceo Scientifico “Antonio Grossich” nell’edificio di quest’ultimo, per la drastica diminuzione degli studenti in gran parte già esodati) in una classe dove la metà dei banchi era priva dei coetanei dell’anno scolastico precedente. Alcuni di loro, salvatisi dalle persecuzioni naziste, avevano preannunciato il ritorno nella patria dei bisnonni, chi a Praga, chi a Budapest e chi in altre nazioni dell’ex Impero asburgico. Stranamente, la loro corrispondenza mi giungeva da svariate città italiane. Questo confermava che la strada verso la libertà era a Occidente, la strada che, rompendo gli indugi prima dell’alba del 23 settembre, scelsi con mio fratello. Non fu una decisione facile da prendere: si lasciavano tanti affetti, molte amicizie, bei ricordi di momenti sereni e, soprattutto, si abbandonava una città di cui facevamo parte e che era nel nostro essere. Nella consapevolezza di andare verso l’ignoto. Facemmo appello a tutta la forza interiore per poter andare avanti e cercare di ricostruire una nuova vita, coscienti di dover affrontare molte incomprensioni, tanta indifferenza e talvolta pure marcata ostilità».</p>
<p><strong>Come pensavate di superare la Cortina di Ferro, entro cui foste inclusi il 10 febbraio 1947 col Trattato di Pace di Parigi?</strong></p>
<p>«Inizialmente non avevamo un’idea ben chiara, quindi decidemmo di acquistare un biglietto ferroviario per Trieste e salimmo sul primo treno che partiva verso le due del mattino in quella direzione. Avevamo previsto di scendere all’ultima stazione sotto controllo jugoslavo, per poi attraversare il Carso eventualmente a piedi, fino alla zona controllata dagli Anglo-americani. Ipotesi errata, perché il convoglio non era diretto a Trieste bensì a Lubiana, per cui prima del sorgere dell’alba fummo costretti a scendere a San Pietro del Carso (Pivka) e aspettare infreddoliti il treno per Trieste. Finalmente, a mattina inoltrata arrivò la coincidenza. Purtroppo, sbagliammo salendo su una carrozza della sezione che andava da Lubiana a Fiume, invece di salire su una di quelle della sezione diretta a Trieste. Ci accorgemmo dell’errore dopo che il treno aveva già percorso alcuni chilometri».</p>
<p><strong>Cosa faceste?</strong></p>
<p>«Nella concitazione del momento ci mettemmo a correre verso la coda del convoglio incappando in un miliziano, il quale, avendoci probabilmente inquadrato alla partenza da Fiume, ci chiese arcigno dove esattamente fossimo diretti. Evitammo di rispondere e sgattaiolammo in avanti, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, continuando a correre. Per nostra fortuna dopo un po’ il treno si arrestò in mezzo al Carso, probabilmente per un semaforo rosso, e noi scendemmo precipitosamente sulla massicciata ferroviaria avviandoci a piedi di nuovo verso San Pietro, dove giungemmo a mezzogiorno suonato».</p>
<p><strong>Lì cosa successe?</strong></p>
<p>«Dopo aver atteso pazientemente fino al tardo pomeriggio la coincidenza successiva per Trieste, ecco un’ulteriore sorpresa: la linea di demarcazione era stata spostata verso est, da Sesana a Divaccia. Qui i miliziani fecero scendere tutti dai vagoni, ammassando le persone nella sala d’aspetto della stazione per controllare i documenti. Regnava una gran confusione, mio fratello e io ci facemmo guardinghi e molto attenti a ciò che succedeva, avendo notato che erano numerosi i respingimenti e i divieti di superare il confine. Cercammo di arretrare sempre più in attesa di cogliere un momento favorevole per superare il controllo. L’occasione si presentò quando ci trovammo circondati da un gruppo di donne triestine vocianti di ritorno dalla ricerca dei famigliari internati in Jugoslavia: vedendoci straniti, in pantaloncini corti, stanchi e piuttosto tesi, ci chiesero da dove venivamo e le nostre intenzioni. Compreso il problema, ci tennero vicini come fossimo loro figli, così al controllo dei documenti, complice la ressa e la gran confusione, passammo inosservati o non considerati dai ‘graniciari’ e risalimmo velocemente sul treno con le signore sempre vocianti, che al nostro tentativo di ringraziarle ci intimarono di tacere guardandosi preoccupate intorno. Il treno non aveva ancora valicato la linea di demarcazione tra Jugoslavi e Alleati e l’OZNA (Dipartimento per la protezione del popolo, <em>ndr</em>) aveva occhi e orecchie dappertutto».</p>
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<p> </p>
<p><strong>Lo sbarco in Italia come fu?</strong></p>
<p>«A tarda sera, ben oltre le 22, finalmente posammo piede nella stazione di Trieste da dove fummo avviati al famoso Silos, che fungeva da prima tappa per coloro che avevano varcato la Cortina di Ferro. Spogliati e inondati di DDT, ci venne assegnata una branda dell’ex Regio Esercito, una coperta e pure una pagnotta con della mortadella, che addentammo con voracità. L’indomani, sotto una pioggia battente, venimmo indirizzati a un ufficio del Governo Militare Alleato (GMA) per ritirare un documento di transito dal Territorio Libero di Trieste (TLT) all’Italia e un biglietto ferroviario per Milano, dove ci attendeva nostro padre. Si era così conclusa la parte più perigliosa della nostra fuga da Fiume».</p>
<p><strong>Ma l’avventura non era ancora terminata…</strong></p>
<p>«Purtroppo no. Il viaggio notturno da Trieste a Milano, su un treno gremitissimo, fu un tormento continuo, passato in piedi e non perfettamente in verticale. Giunti a destinazione al mattino presto, impiegammo mezza giornata per trovare nostro padre, che non era presente in via Dante 4, come previsto. Con lui trascorremmo un mese e più in condizioni molto precarie, sia perché la multinazionale nella cui succursale di Milano papà avrebbe dovuto trovare lavoro e appoggio era sparita nel bailamme bellico e postbellico, sia per difficoltà di alloggio in una città ancora piena di macerie. Fu giocoforza, allora, essere avviati al Campo di transito per profughi di Udine, ubicato in via Gorizia, in una Scuola elementare, da dove, dopo circa un mese, fummo trasferiti in modo definitivo al Campo profughi di Novara».</p>
<p><strong>Quale fu l’impatto con Novara e la vostra permanenza tra nebbie e risaie?</strong></p>
<p>«L’impatto fu decisamente traumatico. Venimmo sistemati in una caserma semidistrutta, in una camerata priva di infissi, che ospitava nuclei famigliari separati gli uni dagli altri da coperte appese a delle corde. Ci fu assegnato un spazio ove si trovavano due posti letto formati ciascuno da due cavalletti metallici, che sostenevano un insieme di doghe sulle quali era disteso un sacco contenente foglie di granoturco a mo’ di materasso e due coperte, considerata la stagione invernale. I servizi igienici erano latrine aperte e un trogolo con rubinetti dai quali d’inverno usciva una stalattite di ghiaccio. Rancio in cortile, distribuito in gavetta  con cucchiaio da capienti marmitte ex militari».</p>
<p><strong>Non proprio quanto speravate partendo da Fiume…</strong></p>
<p>«Abdon e io, seduti sul bordo dei letti, ci guardammo l’un l’altro per due giorni, quasi inebetiti. Alla fine ci demmo uno scossone e andammo a iscriverci a scuola per riprendere gli studi interrotti da due mesi: io alla prima del Liceo Classico e Abdon all’istituto Tecnico per Geometri: il suo sogno di frequentare il Nautico veniva così, di necessità, accantonato. Papà, intanto, aveva raggiunto Genova in cerca di lavoro e di una sistemazione definitiva per tutta la famiglia».</p>
<p><strong>Per quanto tempo siete rimasti a Novara?</strong></p>
<p>«A Novara io e mio fratello concludemmo con profitto i nostri rispettivi impegni scolastici. Papà intanto era riuscito a trovare a Genova una soluzione abitativa accettabile, che avrebbe consentito di ritrovarci finalmente tutti assieme. Così, a fine estate 1948, profilandosi a breve l’inizio del nuovo anno scolastico e con la speranza che, nel frattempo, anche mamma e i fratelli potessero raggiungerci, prendemmo congedo dal Campo profughi e raggiungemmo nostro padre a Genova. A metà ottobre andai a Udine incontro a mamma, Raoul e Irma in arrivo da Fiume per accompagnarli a Genova, dove l’intera famiglia finalmente poté cominciare una nuova vita».</p>
<p><strong>Come fu questa nuova vita?</strong></p>
<p>«Furono anni duri per una famiglia numerosa come la nostra  in pieno periodo postbellico, poiché lavorava solo papà. Nel 1950 mi iscrissi alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Genova e, per procurarmi una certa indipendenza economica, accettai l’incarico offertomi dal Provveditorato agli Studi di Genova come insegnante di educazione fisica presso un Istituto superiore della città. Conseguita la laurea nel 1956, dopo un breve periodo da assistente medico ospedaliero, venni chiamato a prestare servizio di leva nella Marina Militare presso l’Accademia Navale di Livorno, dalla quale fui congedato nel giugno del 1959 col grado di Sottotenente medico».</p>
<p><strong>Nel frattempo si era anche sposato.</strong></p>
<p>«A un anno dalle nozze nacque mio figlio Marco e, sette anni dopo, arrivò Sara. Seguì la mia prima esperienza professionale quale Assistente Chirurgo in Svizzera, presso l’ospedale di Locarno e, poi, come aiuto chirurgo presso l’ospedale di Bellinzona. Raggiunto un buon grado di formazione venni invitato da un amico e collega triestino a continuare il mio percorso negli ospedali italiani e così fu. Finalmente nel 1974, dopo anni di lavoro e di studio, mi fu assegnato il mio primo incarico di primario chirurgo a Monfalcone e la mia posizione venne confermata dopo che ebbi sostenuto e vinto il concorso nazionale nel 1977. Dall’inizio del 1999 fino alla fine del 1995 ressi come Primario la Divisione Chirurgica dell’ospedale di Gorizia. Rientrato a Monfalcone, andai in quiescenza alla fine del 1999. Durante gli ultimi 13-14 anni della mia professione ospedaliera, fui cooptato dal Direttore dell’Istituto di Patologia Chirurgica – il Prof. Nemeth – come professore a contratto e poi come professore associato presso la Scuola di Specializzazione in Chirurgia Vascolare dell’Università di Trieste. In seguito, per altri 11 anni, ho cercato “&#8230; uno spazio di rigore e di libertà …”, come scriveva Victor Hugo: lo trovai nel mare, con la sua vastità e il suo fascino, ragione per cui mi sono imbarcato sulle grandi navi bianche in qualità di Direttore Sanitario».</p>
<p><strong>Suo fratello Abdon divenne invece un fenomeno sportivo. È vero che fu lei a indirizzarlo alla marcia?</strong></p>
<p>«Quando iniziai gli studi universitari, per seguire il consiglio degli antichi “<em>mens sana in corpore sano</em>” mi iscrissi all’Associazione Amatori Atletica di Genova (AAA), dove venni avviato, per la mia conformazione fisica, a scegliere la ‘marcia’ fra le varie specialità dell’atletica leggera. Raggiunsi subito buoni risultati, vincendo il premio ‘Pavesi’, una gara nazionale per esordienti. A quella vittoria ne seguirono altre in campo regionale e buoni piazzamenti in quello nazionale. I miei successi stimolarono Abdon, che intraprese la stessa disciplina con i risultati prestigiosi che ben conosciamo, mentre i miei traguardi sportivi ebbero fine per l’impegno di completare gli studi nel tempo previsto».</p>
<p><strong>Torniamo da dove siamo partiti: cosa rappresenta per lei la città di Fiume?</strong></p>
<p>«Più che la mia culla, Fiume equivale al grembo materno: là trascorsi gli anni felici della prima e della seconda infanzia, interrotti da una guerra cruenta e crudele di cui vidi gli effetti devastanti con occhi ancora troppo acerbi; effetti che hanno lasciato segni indelebili nella mia mente. In quel contesto nacquero le prime amicizie con ragazzi dalle più varie origini – amicizie tuttora vive nei miei ricordi – e mi è rimasta nel cuore la memoria di una città che era un microcosmo in cui convivevano numerose lingue, culture e religioni in completa sintonia. Tutti si sentivano cittadini alla<br />
pari, ognuno <em>primus inter pares</em>».</p>
<p><strong>Quale consiglio darebbe ai giovani?</strong></p>
<p>«Consiglierei loro di studiare per avere un certo grado di cultura che li aiuti a discernere la verità dalle menzogne per non farsi irretire da falsi profeti, da ambiziosi sfrenati, da gente avida di potere o di denaro, mascherata da salvatori dell’umanità; di aprire la propria mente senza farsi condizionare, dando retta al proprio sentire e cercare di raggiungere libertà di pensiero, scevro da inquinamenti nazionalistici, rispettoso di culture, religioni e lingue altrui. Ricordando sempre l’insegnamento di un grande pensatore quale Immanuel Kant: “<em>La mia libertà finisce dove comincia quella degli altr</em><em>i</em>”».</p>
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		<title>Una vita per il bene comune</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/una-vita-per-il-bene-comune/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Duca e Renato Cosma]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jan 2017 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA&SPETTACOLO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=22492</guid>

					<description><![CDATA[<p>Antonio de Dottori</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il prossimo 25 aprile ricorreranno duecento anni dalla nascita di <strong>Antonio de Dottori</strong>, nobile degli Alberoni, e il 13 aprile i centodieci dalla sua morte.</p>
<p><em>“… È il Dottori oggidì l’unico superstite di quei pochi illuminati nelle cui menti surse e fu coltivata oltre mezzo secolo fa, la grande idea dell’irrigazione dell’Agro monfalconese colle acque del vicino Isonzo, idea che accolta sotto il suo patrocinio, fu propagata, difesa e predicata tanto, che il seguito degli adepti crebbe per modo da potere, sotto l’impero delle nuove leggi, prepararne l’attuazione, e vedere, come osiamo sperare, anche tra breve compiuta la creazione [&#8230;] Fu di preziosissimo sussidio ai colleghi giuristi nel campo della legislazione, particolarmente nella discussione del regolamento comunale, e poi in tutti quanti i lavori attinenti alle riforme della pubblica istruzione, alle materie agrarie, al commercio, alle comunicazioni, all’industria vinifera e serica, ed in tutte quante le questioni importanti in generale sul campo degli interessi morali e materiali della nostra terra, nel difendere e propugnare i quali fu costantemente fedele al principio liberale e nazionale [&#8230;] Fu in progresso degli anni anche membro di quasi tutti i Consigli comunali del Territorio, dovunque procedendo col miglior esempio e studiandosi di guadagnar tutti gli animi a quei principi di solerzia, vigilanza, di specchiata onestà, disinteresse ed amorevole trattamento dei conterranei senza distinzione di rango&#8230;”.</em></p>
<p>Così i nipoti del ramo de Dottori e del ramo Morelli de Rossi esternarono nel giugno 1897 al nonno ottuagenario &#8211; Antonio de Dottori degli Alberoni, patriarca di una delle famiglie imprenditoriali agricole più facoltose e importanti della Contea Principesca di Gorizia e Gradisca e della vicina Provincia del Friuli &#8211; il loro affetto e la deferente ammirazione nella circostanza del suo onomastico, condensando in una brochure a lui dedicata le molteplici benemerenze, acquisite in tanti decenni di impegno nelle varie sedi pubbliche e nei diversi ambiti istituzionali e sociali della Contea al servizio e nel superiore interesse della Comunità.</p>
<p>L’opera svolta da Antonio de Dottori, in sinergia con altri illustri personaggi del suo tempo per rompere l’isolamento del Monfalconese e farlo emergere socialmente e crescere economicamente, fu costante, puntigliosa ed efficace. Ne fanno fede le importanti infrastrutture realizzate nel territorio nell’arco di oltre un cinquantennio, dal 1860 al 1914, anche grazie alla sua pervicace azione di promozione, tra cui: la ferrovia per Gorizia e verso Cervignano, l’introduzione della pratica irrigua e l’attivazione delle centrali idroelettriche sul Canale principale (che poi gli venne dedicato), la costruzione del tratto finale dello stesso con carattere di navigabilità (Canale E. Valentinis, di cui quest’anno ricorrono centodieci anni dall’inaugurazione) per avvicinare il porto alla città, i ponti sull’Isonzo a Sagrado e a Pieris.</p>
<p>Tenuto conto del contesto istituzionale, normativo e sociale del periodo, la sua fu una lunga battaglia d’avanguardia, meritoriamente vinta. Fu un vero protagonista, strenuo sostenitore non solo di un modo diverso di fare agricoltura, grazie alla preziosa disponibilità dell’acqua irrigua, ma anche dell’indifferibilità di una decisa svolta socio-economica del territorio:</p>
<p><em>“ &#8230; Gli stretti legami che il de Dottori aveva con il Veneto pel tramite dell’Associazione Agraria Friulana non furono indifferenti nella sua opera di pioniere della bonifica isontina. Sul finire del secolo il nipote Giuseppe Morelli de Rossi, anch’egli membro della Direzione dell’Associazione Agraria, divenne uno degli artefici della ricostruzione viticola del Friuli &#8230;” </em>(Paolo Gaspari, ‘La fine del mondo contadino in Friuli’, 2006, p. 54).</p>
<p>Le radici della famiglia Dottori erano venetogradesi, perché Pietro Dottori q.m (latino <em>quondam</em>, italiano <em>fu</em>) Michiel, originario di Venezia, nel 1694 ottenne la cittadinanza di Grado e successivamente, nel 1719, quella di Ronchi (Archivio Storico Comune di Monfalcone).</p>
<p>I de Dottori ebbero residenza a Ronchi, all’inizio forse in un edificio dominicale diverso dal complesso edilizio tardo settecentesco, divenuto poi storica casa padronale della famiglia, ubicata nel rione di San Vito (San Vido Cau de Soto), lungo l’odierna via XXIV Maggio. II palazzo venne più volte ristrutturato e modificato nel tempo, soprattutto dopo la Grande Guerra, quando fu gravemente danneggiato da un incendio appiccato dai soldati italiani in ritirata. Quel nucleo residenziale fu edificato su commissione del padre del nostro protagonista, Giuseppe Felice Dottori, che ne divenne unico proprietario nel 1825. La famiglia si fregiava pure di uno ‘stemma’, di cui purtroppo s’è persa ogni traccia, citato nella brochure più sopra menzionata.</p>
<p>Antonio de Dottori nacque a Ronchi il 25 aprile 1817 da Giuseppe Felice e Antonia Monferà. Portò all’altare il 29 aprile 1840 Carolina della Bona, sorella di monsignor Giuseppe della Bona, allora Vescovo di Trento, da cui ebbe tre figli: Giuseppe, Federico e Antonia Elena poi coniugata Morelli de Rossi. Federico sposò Irene Prokop (figlia di Giuseppe e Anna de Lionelli), da cui ebbe quattro figli: Antonio Giuseppe Battista poi coniugato con Ines de Nordis, Anna Carolina poi coniugata Vianello, Giuseppe Angelo Battista poi coniugato con Maria Costessich e Giovanni. Il nipote Antonio, primogenito di Federico, assunse la conduzione dell’azienda agricola di famiglia, fino alla sua morte, avvenuta nel 1955. Non ebbe figli. Giuseppe, invece, intraprese la carriera di magistrato ed ebbe cinque figli (Federico, Irene, Antonio, Maria e Sergio). Antonio de Dottori assolse gli studi ginnasiali a Udine, ove rimase qualche tempo a far pratica amministrativa presso il Municipio cittadino. Rientrato a Ronchi assunse le redini dell’azienda agricola di famiglia, poiché il fratello maggiore Giovanni (amico dell’abate di Ronchi Leonardo Brumati e della poetessa di San Lorenzo di Manzano Caterina Percoto) aveva seguito la vocazione sacerdotale. Ricoprì numerosi importanti incarichi pubblici e lasciò molti scritti e articoli su tematiche di varia natura, specialmente agricola. Venne insignito di diverse onorificenze.</p>
<p>In occasione del suo 80° genetliaco, Antonio de Dottori venne omaggiato nella sua dimora di Ronchi dalle massime Autorità della Contea e locali, dai familiari, da amici e popolo con una solenne cerimonia, riportata anche dalla stampa locale e nazionale. Nel corso della cerimonia gli venne donata una preziosa pergamena riportante la seguente epigrafe, stilata dal <strong>Commendator Luigi Pajer de Morniva</strong>, allora Capitano Provinciale e Presidente dell’I.R. Società Agraria di Gorizia:</p>
<p>AL CAVALIERE ANTONIO DOTTORI DEGLI ALBERONI</p>
<p>DI OGNI VIRTU’ CIVILE ADORNO</p>
<p>DECORO E VANTO DEL FRIULI</p>
<p>CHE A OTTANT’ANNI DI VITA INTEMPERATA</p>
<p>ONUSTO DI CARICHE ED ONORI</p>
<p>CON GIOVANILE ARDORE INGEGNO CUORE OPERA</p>
<p>IL XXV APRILE MDCCCXCVII</p>
<p>AMICI E COLLEGHI RICONOSCENTI BENE AUGURANDO</p>
<p>D.D.D.</p>
<p>Antonio de Dottori si spense serenamente nella dimora di Ronchi il 13 aprile 1907, in tempo per vedere completata e inaugurata il 25 giugno 1905, al cospetto delle più alte Autorità dell’Impero e della Contea, quella imponente opera irrigatoria che aveva tanto voluto, che a lui venne emblematicamente dedicata e che tutt’ora arreca grande beneficio all’economia agricola del Monfalconese. Riposa nel camposanto di Ronchi, nella tomba di famiglia, che ospita le spoglie dei suoi figli e di diversi nipoti e pronipoti.</p>
<p>La lezione di vita che Antonio de Dottori degli Alberoni ci ha trasmesso &#8211; fatta di dedizione alla causa comune, di senso della cosa pubblica, di spirito di servizio &#8211; è una prezioso patrimonio, una testimonianza esemplare per chiunque, un valore che va preservato dall’oblio, per non dimenticare, per un doveroso rispetto della memoria che la società odierna sembra aver irrimediabilmente smarrito.</p>
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		<title>L&#8217;armonia tra suolo e acqua</title>
		<link>https://imagazine.it/home_desk/larmonia-tra-suolo-e-acqua/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Duca e Renato Cosma]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jan 2016 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITÀ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://imagazine.it/?p=19097</guid>

					<description><![CDATA[<p>Bonifica e territorio</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>La bonifica: azione perenne per la difesa del territorio</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Suolo e acque hanno costituito da sempre un binomio essenziale, il più delle volte armonico e fecondo, ma anche difficile e tormentato. La gestione di tale binomio si identifica con la bonifica, una delle attività umane più antiche, la cui evoluzione ha accompagnato, passo dopo passo, il lungo cammino dell’uomo nel suo approccio con il contesto che lo ospitava, per renderlo produttivo e meno infido, per consentire i diversi insediamenti, per difendere e valorizzare l’ambiente e il paesaggio.</p>
</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Bonifica è, dunque, sinonimo di <em>bonum facere</em>, cioè rendere buono quello che buono non è, ma che può diventarlo con opportuni provvedimenti. Nei decenni a cavallo tra Ottocento e Novecento si fece gradualmente strada il convincimento che il solo risanamento idraulico non risolveva i problemi delle terre malsane e che lo stesso andava integrato con decisi interventi di carattere igienico-sanitario (campagne antimalaria), con razionali sistemazioni dei suoli e appoderamenti, e con l’inserimento di infrastrutture e servizi per le comunità. Prese corpo, allora, un efficace fermento legislativo, che portò alla promulgazione della legge quadro sulla materia, il Testo Unico R.D. n. 215/1933 <em>Nuove norme per la bonifica integrale</em>. Un provvedimento tutt’ora vigente nel suo impianto di indirizzo, pur con taluni adeguamenti e il supporto della normativa regionale, che ha assegnato alla bonifica una rilevanza globale, giuridicamente qualificabile come funzione e, con l’attributo di integrale, un ampio campo di operatività nella convergenza tra interesse pubblico e obiettivo privatistico, sia sotto il profilo delle scelte programmatiche che della loro esecuzione.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	La bonifica così intesa comprende, pertanto: il mantenimento del delicato equilibrio terra-acque, la costruzione di opere idrauliche, la sistemazione dei terreni, la distribuzione irrigua, la ricomposizione dei fondi frammentati, la costruzione di fabbricati rurali, di centrali idroelettriche ed elettrodotti, di strade e acquedotti. E ancora: il  rimboschimento delle pendici montane, nonché l’assunzione di provvedimenti atti a monitorare e fronteggiare l’erosione di sponde e argini, gli stati di subsidenza, la risalita del cuneo salino, i fenomeni di desertificazione lungo le fasce litoranee.</p>
</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	La bonifica ha trovato autorevole inquadramento pure da parte della Corte Costituzionale, che l’ha definita “… un articolato processo di formazione e di trasformazione del Territorio per renderlo agibile ai fi ni abitativi e fruibile agli usi produttivi più diversi: essa, pertanto, è a buon diritto strumento ordinario di gestione del Territorio…” ed inoltre, “…un servizio a beneficio dell’intera Comunità, un’attività per sua natura perenne, in continuo divenire…” (sentenza n. 66 dd. 24.2.1992).</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>Il Consorzio di bonifica</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Perno strategico di questo ‘processo-servizio’ è il <strong>Consorzio di bonifica</strong>, persona giuridica a struttura associativa, organo tecnico ed economico portatore di una ‘duplicità’ di funzioni (pubblica e privata) e di una natura intrinsecamente ‘mista’ (pubblica e privata): da un lato, esso è espressione degli interessi dei proprietari (consorziati) dei fondi coinvolti nell’attività di bonifica, che dalla medesima traggono beneficio, disciplinata legislativamente e resa obbligatoria; dall’altro, esso è soggetto pubblico titolare o partecipe di funzioni amministrative, in forza di legge o di concessione dell’Istituzione statale e regionale.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Il Consorzio, in particolare, è dotato di autonomia di bilancio, di autofinanziamento delle attività di gestione tramite il meccanismo della ‘contribuenza’ posta a carico dei proprietari ricadenti entro il perimetro di competenza e, fatto di non poco conto, l’Ente viene amministrato da organi espressi dai consorziati stessi.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	L’evoluzione della legislazione statale e regionale non ha affievolito le ‘funzioni’ in capo ai Consorzi di bonifica, anzi ha conferito loro nuove valenze, con ciò avviando una ulteriore fase operativa, quella ‘ambientale’, meglio identificabile nell’attività di difesa del suolo e di tutela del territorio.</p>
</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Infatti, la crescita demografi ca, l’esodo dalle campagne, lo sviluppo urbano, industriale e turistico, le  innovazioni negli ordinamenti colturali e nelle sistemazioni agrarie e il progresso tecnologico degli ultimi sessant’anni hanno impresso agli ambiti regionali una evoluzione molto rapida con la quale i Consorzi hanno dovuto fare i conti, adeguando progressivamente strutture e interventi a protezione di un insieme complesso e delicato, in quanto ‘territorio’, ‘ambiente’ e ‘paesaggio’, un habitat vulnerabile nel quale viviamo e operiamo.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Va riconosciuta ai nostri Consorzi di bonifica una precisa specificità istituzionale, evidenziata dalla collocazione strategica nel suddetto territorio, dalla conoscenza capillare del proprio comprensorio, nonché dalla disponibilità di un patrimonio umano di capacità e di conoscenze tecniche di prim’ordine, nonché di un articolato sistema di opere in continuo esercizio, manutenzione e ammodernamento col concorso finanziario mirato della Regione.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Nel territorio del Friuli Venezia Giulia operano attualmente tre Consorzi di bonifica, quattro fi no ad un anno fa, i cui comprensori di competenza sottendono una perimetrazione tesa a conseguire economie di scala nella gestione consortile: <strong>Pianura Isontina</strong>, <strong>Pianura Friulana </strong>(C. Ledra Tagliamento e C. Bassa Friulana, assieme) e <strong>Cellina Meduna</strong>. Sono gli eredi di una tradizione operativa, che affonda le radici nella consuetudine del buon governo delle acque latina, veneziana, asburgica e italiana.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	I suddetti Consorzi coprono ampie aree agricole e urbanizzate (quasi 340.000 ettari, pari al 43% della superficie regionale) e gestiscono un’imponente serie di impianti, strutture e manufatti. Oltre ad assicurare la distribuzione irrigua mediante scorrimento, aspersione o a goccia, operazioni ben visibili nelle stagioni estive anche all’occhio del profano, i nostri Consorzi provvedono alla quotidiana gestione delle acque provenienti da monte (regimazione, raccolta, smaltimento, difesa a mare e a laguna con arginature), nonché di quelle meteoriche e di risorgiva, con impiego di uomini, mezzi e impianti lungo l’ampio arco litoraneo che si estende dal Timavo al Tagliamento. Un territorio di circa 30.000 ettari posto ‘sotto pompa’, affrancato dalle acque grazie all’esercizio di numerose idrovore di dimensioni e capacità diversificate, dislocate in siti idraulicamente strategici, come indicato nell’allegata corografi a (<em>idrovora</em>, termine derivato dal greco antico con significato di divoratrice di acqua).</p>
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<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Un’attività quasi impercettibile, ma concreta e poderosa, di smaltimento tramite 32 impianti idrovori: 2 tra Timavo e Isonzo, con una potenzialità di 13 mc/sec; 30 tra Isonzo e Tagliamento, con una potenzialità di 170 mc/sec. Una grande massa d’acqua che, soprattutto nelle stagioni piovose, in assenza del citato presidio idraulico, potrebbe minacciare pericolosamente numerosi centri abitati, vaste aree agricole, insediamenti urbani, zone industriali e artigianali, importanti località turistiche e che nei periodi siccitosi, peraltro, viene utilizzata in vario modo per assicurare una provvidenziale ‘irrigazione di soccorso’ alle campagne, a suo tempo bonificate.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	<strong>I personaggi eminenti della nostra bonifica</strong></p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Il Prefetto <strong>Cesare Primo Mori </strong>fu un ‘grande’ della bonifica, comandato in Friuli nel 1929, quand’era all’apice di una brillante carriera pubblica, a dirimere la diatriba insorta tra i soggetti interessati alla bonifica e alla trasformazione fondiaria della bassa pianura friulana.</p>
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<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Il nuovo incarico aprì la strada a Mori a una parallela incombenza: il coordinamento della complessa operazione di bonifica e rinascita dell’Istria, una terra martoriata dalla malaria, dalla siccità, dal banditismo e da una secolare arretratezza, cui non avevano saputo porre rimedio né la Serenissima né l’Amministrazione austriaca nel corso delle rispettive gestioni. In realtà, il ‘palazzo romano’ approfittò dell’occasione per allontanare, forse definitivamente, da Roma e dal Senato, ovvero dalla scena e dalla popolarità, uno scomodo personaggio, mai succube alla ‘stanza dei bottoni’: così, pure lui, protagonista in positivo nella guerra dichiarata alla mafia dal regime, venne mandato ‘al confino’ come un picciotto. Ciò che in poco meno di un quindicennio (1929-1942) Cesare Primo Mori seppe realizzare nel Comprensorio della Bassa Friulana e in Istria ha dell’incredibile, soprattutto se rapportato ai mezzi operativi del tempo, alla vastità dei comprensori da risistemare (oltre 70.000 ettari e 35 Comuni, nella bassa pianura friulana; oltre 360.000 ettari e 19 Comuni, nella penisola istriana), alla gravità dei problemi da risolvere (non ultima la diffusione della letale endemia malarica) e all’entità delle opere da costruire. Un imponente lavoro di trasformazione e di rinascita, una esemplare interpretazione e traduzione sul campo dell’articolato concetto di bonifica integrale.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Cesare Mori si spense a Pagnacco il 5 luglio 1942. La sua amata consorte lo aveva preceduto nel marzo dello stesso anno. Figura di alto profilo, uomo schivo, inviso ai notabili del regime perché sordo alla ‘voce del  padrone’, temuto da mafiosi e omertosi, lucido e puntuale nella gestione delle due entità consortili sopra menzionate, il Prefetto Cesare Mori costituirà per sempre un riferimento emblematico, soprattutto per quanti hanno a cuore le sorti di quella realtà economico-sociale, talvolta un po’ negletta, che è il mondo dei campi e della bonifica. La sua è stata una preziosa testimonianza del bene operare, fatto di senso dello Stato, di determinazione, spirito di servizio e professionalità: valori veri, che vanno sottratti all’oblio e al silenzio, senza riserve.</p>
<p class="ui-droppable" style="text-align: justify;"> 	Un deferente e grato pensiero va rivolto anche alla memoria di un altro personaggio di rilievo nella storia bonificatoria contemporanea della Bassa Friulana: <strong>Enrico Tosoratti</strong>, Presidente del Consorzio per 26 anni, dal 1966 al 1992. Guidò l’Ente con dedizione e competenza, caratterizzandone la pronta ripresa dopo la disastrosa alluvione del novembre 1966 e concorrendo con la propria autorevolezza nei decenni successivi a mantenerne alto il prestigio in un contesto di rilevante operatività.</p>
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