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Laura Miorin: la natura al servizio dell’arte

Reading Time: 5 minutes

Attraverso il materiale vegetale che raccoglie e conserva, l’artista staranzanese realizza le sue opere. Spesso paesaggi, ma non solo. Come l’ultima in memoria del terremoto del 1976: «Per rendere l’idea delle macerie ho scelto frammenti di corteccia di betulla “malata”»

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Laura Miorin con una sua opera

 

Una friulana trapiantata nel cuore della Bisiacaria. Ma Laura Miorin è tutto fuorché una persona stanziale, perché visitare e scoprire i luoghi del Friuli Venezia Giulia non è solo una passione, ma vera e propria fonte di ispirazione.

I paesaggi e gli eventi che osserva, infatti, diventano spesso soggetti delle sue opere d’arte realizzate con materiale vegetale che lei stessa raccoglie.

Come ci racconta in questa intervista.

La natura al servizio dell’arte”: come mai ha scelto questo concetto per descrivere il suo percorso artistico?

«Perchè ho scelto di basare la mia azione in favore di Gaia tramite l’arte. E la mia forma d’arte trae proprio dalla terra gli strumenti per la mia espressione».

Quando è iniziato il suo percorso artistico?

«Ormai 25 anni fa, in val Canale, quando al posto dei funghi riempii il cesto di foglie dai mille colori e infinite sfumature. Era autunno. Non sapevo bene cosa ne avrei fatto, ma cominciai a seccarle e trattarle per conservarne il colore. Poi cominciai a raccogliere anche cortecce, fiori, licheni, muschi. Il contatto con i prodotti di Madre Terra mi fa stare bene, mi fa sentire parte di quel mondo di cui ho un bisogno assoluto».

Cortecce, fiori, muschi, licheni, e principalmente foglie. In base a cosa li sceglie?

«Ormai l’esperienza mi porta a raccogliere solo certi tipi di foglie, per i colori e la loro tenuta, per la consistenza, per la forma, per la malleabilità. Le raccolgo in tutti i periodi dell’anno, ma principalmente in autunno. Certe cortecce, muschi e licheni li trovo in montagna, la corteccia di betulla anche qui da noi».

Una volta raccolto, questo materiale vegetale come viene trattato?

«Dopo la raccolta, le foglie vengono private del picciolo e lasciate asciugare per un giorno. Vengono poi disidratate completamente con un ferro a caldo. A questo punto le inserisco in grandi scatole dopo averle spruzzate con un insetticida che lascio evaporare prima di mettere il coperchio. Naturalmente ogni scatola ha foglie più o meno dello stesso colore. In questo modo ho la mia tavolozza. Prima di utilizzare le foglie lascio passare un po’ di tempo perché si stabilizzi il colore».

L’opera d’arte viene pensata in base al materiale vegetale disponibile o, viceversa, in base alla sua ispirazione inizia la ricerca in natura?

«Quando ho in mente un’immagine penso se ho tutto il materiale necessario. A volte no, ma la fantasia mi porta a utilizzare del materiale diverso, per sperimentare. È sempre una sfida per me, ma questo è quello che mi piace, mi emoziona. Utilizzo solo le foglie il cui colore si è stabilizzato».

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L’interpretazione della Barcolana secondo Laura Miorin

Attraverso la sua arte figurativa ripropone principalmente paesaggi, sempre del Friuli Venezia Giulia. Come mai?

«Il Friuli Venezia Giulia è una regione ricca di panorami stupendi che dal mare salgono fino alle Alpi Giulie, passando per il Carso, altipiano roccioso dove in autunno il somaco lo dipinge di rosso e i fiumi sotterranei lo attraversano passando per grotte e anfratti. E poi il Collio, terra di vini pregiati. Mi piace ritrarre paesaggi, località incantevoli come il Lussari o eventi importanti come la Barcolana e interpretarli con la mia tecnica. Amo la mia terra e amo riprodurre ciò che mi colpisce quando la frequento».

A proposito della nostra regione, il suo ultimo quadro in ordine di tempo è dedicato alla memoria del terremoto del 1976. Come lo ha realizzato?

«Mi è stato richiesto un quadro che interpretasse il sisma del ’76 e la cosa che mi è subito balenata in testa è stata: con che materiale potrò rendere l’idea delle macerie? Penso di esserci riuscita. Si tratta di frammenti di corteccia di betulla “malata”, che avevo raccolto parecchio tempo fa pensando che mi sarebbe comunque servita a interpretare qualcosa. E così è stato».

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L’opera in memoria del terremoto in Friuli del 1976

Dal Friuli Venezia Giulia al Veneto le sue mostre hanno raccolto diversi consensi.

«Solitamente espongo in mostre personali perché la mia tecnica va vista interamente. Nelle collettive un mio quadro non viene capito. Molte volte mi sento chiedere dalla gente: va bene, i quadri sono fatti con le foglie, ma che colore ci mette sopra? Non c’è nessun colore, quello che si vede è il colore naturale delle foglie al momento della raccolta. Per esempio un acero giallo prima comincia a colorare di verde poi in autunno si colora di giallo, e successivamente diventa marrone come tutte le foglie a fine vita. Io concedo loro una seconda possibilità».

C’è un’opera tra quelle che ha realizzato a cui è maggiormente legata?

«Penso che ogni artista abbia un’opera del cuore che conserva gelosamente a casa e non metterà mai in vendita. La mia è il Casone che i miei genitori avevano in Quarantia. “Cari a me i ricordi, / di una giovinezza… non senza pensieri / ma in questo luogo magico / tutto si allentava, si alleggeriva / Predominante l’allegro cinguettio / le onde sulla battigia e il vento tra le foglie / tutto era poesia”. Queste parole le ho scritte dietro il mio quadro, mi sono nate spontanee perché era veramente un luogo bellissimo dove ho trascorso parecchie estati della mia gioventù. Questo, come tutti gli altri casoni, è stato abbattuto».

L’opera invece che vorrebbe realizzare?

«Oltre ai paesaggi della mia terra sono attratta da ciò che mi circonda e che amo, gli animali oppure composizioni floreali o ciò che mi viene chiesto di fare per partecipare alle mostre in occasione di qualche evento. Cerco l’armonia delle proporzioni, degli accostamenti di tipologia oltre che di tonalità cromatiche dei materiali per un risultato finale piacevole e rassicurante».

Per Laura Miorin qual è il più bel paesaggio del Friuli Venezia Giulia?

«In questa terra non c’è nessun paesaggio migliore di un altro. C’è l’attimo. C’è lo scatto di un’immagine che in quel preciso momento, con quella luce e con quei colori, mi fa innamorare».

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