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Eleonora Cedaro: cambiare vita

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Per nove anni è stata direttrice commerciale di una multinazionale. Poi, andando al lavoro in una mattina di sole comprese di non voler più trascorrere così le sue giornate. Iniziando a dedicarsi alla progettazione culturale. «Una scelta difficile. Ma una volta fatta non lascia dubbi o rimpianti»

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lowa ritratto ph. C. E. Shanta
Eleonora Cedaro (ph. Caterina Erica Shanta)

 

Da Moggio Udinese ai palchi dei teatri d’avanguardia di New York, per poi ritornare con un bagaglio di esperienze di alto livello manageriale e creativo nella sua regione.

La storia di Eleonora Cedaro è emblema di come passione, competenze e visioni in continua evoluzione prendendo linfa da radici profonde, possano diventare professione e strumenti di crescita culturale e sociale.

Ecco il suo racconto fatto di scelte coraggiose come lasciare un sicuro posto di lavoro per seguire le proprie aspirazioni, impegnandosi per fare di un sogno una realtà condivisa.

Lasciare il certo per il possibile, com’è maturata la scelta?

«Ero appena rientrata in Italia dopo aver lavorato in teatro a New York per un anno e mezzo. Un’importante multinazionale mi selezionò proponendomi di lavorare per la direzione commerciale. Dissi di sì a cuor leggero, pensando “mi faccio qualche mese di esperienza e poi riparto”. Invece rimasi per quasi 9 anni. Nessun rimpianto, né per aver lasciato né per esserci rimasta così a lungo: ho imparato moltissimo e mi rendo conto che quell’esperienza è stata fondamentale per poter impostare tutto quanto è seguito. Ho sempre saputo che il lavoro che aveva le caratteristiche del “certo” per me era di passaggio».

Quale la molla?

«Una bella mattina di sole di metà febbraio stavo andando in ufficio e ricordo esattamente di aver pensato che non volevo passare la vita a fare un lavoro che non mi interessava. Avevo 33 anni».

Da cosa deriva la scelta di dedicarsi all’arte contemporanea, spaziando in linguaggi diversi dopo il teatro?

«Non sono certa di occuparmi di arte contemporanea, penso piuttosto di avere uno sguardo necessariamente multidisciplinare e sinceramente curioso nella progettazione culturale, specificatamente nell’ambito dello spettacolo dal vivo. La mia formazione è molto legata alle esperienze delle neoavanguardie del secondo Novecento, perciò mi è impossibile pensare per “compartimenti stagni”. Arti visive, teatro, musica performance, danza sono sempre stati linguaggi che hanno necessariamente aperto uno all’altro».

Com’è nato il Festival Ephemera della Cultura Immateriale?

«Gli ephemera sono frammenti che raccontano il processo, la genesi, la persistenza e la pragmatica dell’accadimento artistico, culturale e umano. È un’idea che ho avuto assieme a Michela Lupieri nel 2022 e che abbiamo realizzato assieme a Rachele D’Osualdo che attualmente guida il festival assieme a me. Stavamo uscendo dal periodo post pandemico e abbiamo colto l’opportunità che, devo dire con grande lungimiranza, la Regione diede agli operatori culturali per rilanciare le attività in presenza. Volevamo raccontare il contemporaneo partendo dai luoghi del territorio, proponendo una fruizione collettiva, consapevole, non d’assalto. Grazie a una rete di partner prestigiosi, da Trieste Contemporanea a Vigne Museum di Rosazzo, passando per Palazzo Lantieri a Gorizia, Prato D’Arte Marzona di Verzegnis, abbiamo fatto attraversare i luoghi del contemporaneo, inconsueti e spesso sconosciuti, a un pubblico ampio e variegato che ne ha così scoperto l’incredibile valore artistico e naturalistico, oltre alla libera fruibilità in un calendario di eventi di musica, danza, teatro e arti visive».

I vostri progetti hanno anche a che fare con la memoria?

«Non penso sia possibile fare cultura senza memoria. Cultura è colĕre «coltivare»: i frutti sono il risultato di un’azione pregressa di semina. L’importante, secondo me, è che memoria non diventi nostalgia».

Le sue radici raccontano che il piccolo geograficamente, ma forte per tradizioni e cultura, dialoga con il grande…

«Penso che il piccolo serva “a prendere le misure” per il grande, e che insegni a concentrarsi molto bene sui dettagli. Sono anche convinta che la parte migliore del grande sia, in realtà, il suo essere rete e cassa armonica di tanti piccoli».

Quali sono i progetti di cui va maggiormente fiera con il gruppo che ha fondato?

«Senza dubbio Ephemera, programma sperimentale aperto a tutti, rivolto alle comunità che abitano i luoghi, alle persone curiose di tutte le età e nazionalità in un approccio inclusivo e libero alla cultura. E poi PerForm, ideato con Gary Brackett, spazio fisico di un progetto culturale e sportivo che abbiamo realizzato per essere bello, accogliente accessibile, internazionale, convintamente non profit. Accoglie ogni giorno dell’anno le proposte dedicate alle discipline del corpo per soci praticanti ma è anche luogo di progettazione, spazio di ricerca e di messa in prova, partner progettuale e punto di riferimento sul territorio. Anche se, a dirla tutta, quello che mi rende particolarmente fiera sono proprio i gruppi con cui porto avanti questi progetti: lavorare bene collettivamente secondo me, specialmente oggi e in contesti extra istituzionali, è davvero qualcosa per cui andare fieri».

Dai numeri della multinazionale alla passione e bellezza, dal far business alla sperimentazione condividendo contenuti, valori e cultura. Un passaggio possibile anche a livello di sostenibilità di reddito?

«Chi lavora nella cultura guadagna troppo poco e lavora in condizioni contrattuali spesso non eque. Diciamolo sempre e continuiamo a pretendere che cambi. Penso che la principale ragione stia nel fatto che l’arte è ancora ingiustamente condannata al “dopolavorismo” nonostante ci siamo tantissime persone brave, preparate e titolate. Ritengo stia pian piano cambiando, anche grazie alla presa di coscienza di chi lavora in questi settori – e cito AWI Art Workers Italia, la prima associazione, autonoma e apartitica, nata con l’obiettivo di dare voce a chi lavora nell’arte contemporanea in Italia. Cambia troppo lentamente e con una vergognosa disuguaglianza in termini di genere e di generazione. Tornando alla domanda: la risposta è sì, ma con tantissimi sacrifici non giustificati».

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Eleonora Cedaro durante un evento al Vigne Museum (ph. Caterina Erica Shanta)

Come sono cambiati i compagni di viaggio nella vita di lavoro?

«Secondo me in meglio. Si impara a scegliere, si diventa più maturi e professionalmente più preparati. Oggi i miei colleghi sono innanzitutto colleghe, spesso coetanee o poco più grandi. Mi dispiace non riuscire a lavorare maggiormente con persone più giovani di me, penso sia molto arricchente e stimolante per tutti».

Conosce altre persone che hanno cambiato vita?

«Sì, specialmente dopo la pandemia e soprattutto donne. È una scelta difficile, lo è sempre. Ma una volta fatta non lascia dubbi o rimpianti per “il certo” che certo, in fondo, non è».

Quanto ha contatto il sostegno della famiglia?

«Moltissimo perché mi ha lasciata libera di essere responsabile delle mie scelte: non mi ha mai né spinta né contrastata e, soprattutto, pur essendo nata in un piccolo paese, mi ha da subito insegnato che il mondo è grande e capire cosa e come scegliere passa anche per la conoscenza del mondo».

Un sogno da realizzare?

«Lavorare facendo ciò in cui credo, con persone che stimo, preferibilmente non per intrattenere il pubblico delle grandi città».

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Cedaro in centro nella foto mentre spiega un allestimento artistico (ph. Caterina Erica Shanta)

Eleonora Cedaro si occupa di organizzazione e management culturale, sviluppo progetti di performing arts, ricerca e pratiche del corpo. Ha collaborato con il Teatro Miela di Trieste, curando Satierose, rassegna multidisciplinare dedicata a Erik Satie. Insieme al regista e attore Gary Brackett ha fondato sempre nel capoluogo giuliano PerForm, centro di arti performative, seminari internazionali, unendo somatica, comunità e ricerca. Dal 2022 collabora con l’Associazione Etrarte e dirige Ephemera.Festival di Cultura Immateriale, curandone con Rachele D’Osualdo progetti di arte di comunità, ricerca storica ed etnografica e sviluppo del territorio, in particolare in aree interne e montane.

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