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Classic art

Don Giovanni

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Trieste
Politeama Rossetti, Largo Gaber 1
14/01 e fino al 18/01
20.30 (18/1 ore 16)

Le versioni del mito di Don Giovanni sono ben superiori alle donne sedotte dall’ammaliatore sivigliano e contano oltre 4000 riscritture.Numerosissime erano state le rappresentazioni teatrali con protagonista questo personaggio, la cui immensa fortuna letteraria era cominciata nel 1630, quando Tirso de Molina, probabilmente ispirandosi a racconti popolari che utilizzavano i padri Gesuiti, negli spettacoli edificanti dei loro piccoli allievi facendone il prototipo dell’eretico blasfemo per definizione, scrisse il suo Burlador de Sevilla. Venne in seguito ripreso dalla Commedia dell’Arte italiana, che lo incluse nel suo repertorio accentuando gli aspetti più comici della vicenda.

Molière, attinge a queste fonti italiane e le rielabora per ricavarne un suo personale Don Giovanni: lo ritrae come un personaggio raffinato, cinico, dissacrante, in aperta opposizione con le convenzioni sociali, pronto a burlarsi anche della religione.
«Il desiderio di riproporre oggi una visione originale di questo classico - spiega Alessandro Preziosi che in veste di protagonista e regista ritorna allo Stabile regionale, dove ha partecipato a tanti spettacoli di produzione e ha presentato due stagioni orsono il suo Cyrano de Bergerac – nasce dalla consapevolezza che il personaggio disegnato è ancora oggi di grande attualità e dalla volontà di renderne palpabile il processo creativo che lo ha fermato nel testo di Molière con la prospettiva visionaria di dar luogo a qualcosa di inesplorato e di ripercorrere con occhi contemporanei il viaggio di chi ci ha preceduto. Don Giovanni, con la sua frenesia, il suo essere oltre, il suo slancio vitale e il suo destino di morte, attira tutti gli altri personaggi, sia uomini che donne; anche quando lo odiano o lo negano, non fanno che pensare a lui, parlare di lui, agire per lui». 
«Il protagonista – aggiunge Preziosi – è un personaggio seducente, figura  ricca di controluce, sempre in scena, autentico funambolo del trasformismo,  come se ad ogni conquista cambiasse pelle, che incarna nel suo continuo muoversi nello spazio intermedio tra vero e falso, la quintessenza di un vizio sempre tristemente di moda, l’ipocrisia. Il vero peccato di Don Giovanni però non sta nel suo comportamento irrispettoso, bensì nel pensare impunemente di doversi confrontare solo con la giustizia terrena, dove forte dei suoi privilegi riesce sempre ad avere la meglio divenendo l’emblema dell’intelligenza strategica messa al servizio degli inganni e del disprezzo verso il mistero della vita».