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Intervista con Davide Buzzi

L'autore della porta accanto
07 settembre 2020

Antonio Scalonesi: memoriale di un anomalo omicida seriale

di Francesca Ghezzani
Uscito l'ultimo libro dello scrittore nato in Svizzera: "L'arte del raccontare è una cosa che ti devi portare dentro"
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Davide Buzzi
L'autore della porta accanto
07 settembre 2020 di Francesca Ghezzani Image

Intervistare Davide Buzzi significa avere le possibilità di confrontarsi con un artista a tutto tondo, non solo scrittore, classe 1968, nato ad Acquarossa (Svizzera).

Nel 2013 approda al mondo letterario con il libro di racconti dal titolo "Il mio nome è Leponte… Johnny Leponte", illustrato della pittrice Milvia Quadrio, ristampato poi nel 2017 da 96, Rue de-La-Fontaine Edizioni di Follonica in una seconda edizione aggiornata. Sempre nel 2017, per ANA Edizioni / Collettivo ARBOK, pubblica il racconto breve “La multa”. A distanza di tre anni, lo scorso febbraio torna sul mercato editoriale con il thriller noir “Antonio Scalonesi: memoriale di un anomalo omicida seriale”, la storia autobiografica di Antonio Scalonesi, ma nel frattempo è anche cantautore, fotografo, giornalista, ex poliziotto.

Davide, pensi che la musica, la fotografia, il giornalismo come background concorrano tutte parimenti alla stesura dei tuoi romanzi?

“È naturale e quasi involontario. Certo, succede senza che io me ne accorga. Il mio istinto mi spinge a scrivere pensando a ciò che ho visto, o magari fotografato, in un altro momento della mia vita, sempre però in un’immagine diversa e spesso fantasiosa. Il giornalismo serve per documentarsi e imparare a conoscere i limiti entro i quali muoversi, la musica a filtrare il dolore per ottenerne positività, gioia e voglia di ricominciare”.

Anche la professione di agente di polizia, che hai svolto in passato, si è però rivelata utile ai fini della creazione del thriller noir “Antonio Scalonesi: memoriale di un anomalo omicida seriale”, perché?

“Io facevo parte del corpo delle Guardie di confine svizzere (In Italia sarebbe la guardia di finanza) e ovviamente, nel periodo nel quale ho svolto quella professione, ne ho viste di tutti i colori.
L’idea di scrivere un racconto che parli di un criminale ha cominciato a svilupparsi in quegli anni, quando in occasione di diversi arresti effettuati, ho avuto l’occasione di entrare in contatto con diversi delinquenti. Infatti i tratti iniziali e il modo di esprimersi del protagonista del mio racconto rispecchiano molto quelli dei personaggi che avevo arrestato, ma poi nel prosieguo della scrittura Scalonesi ha assunto una sua personalità ben definita, spesso entrando anche in contrasto con il sottoscritto, soprattutto quando racconta certi particolari dei suoi delitti o quando manifesta tutto il suo odio per le forze dell’ordine”.

Te lo avranno chiesto decine e decine di volte, ma ci vuoi spiegare il genere Spoof poco praticato in Italia?

“In poche parole, si tratta di un racconto che mescola realtà e finzione fino a trasformare il tutto in una nuova verità. In questo caso si tratta di una vera e propria (auto)biografia, che racconta le gesta di uno spietato serial killer, combinando fatti realmente accaduti con altri completamente inventati.

Una grande bugia ma talmente reale da apparire vera in tutto e per tutto. Lo spoofing è un genere letterario, ma non solo (esistono anche film documentari realizzati con questa forma), spesso anche la politica ha creato e diffuso delle notizie spoof con l’intento di distruggere avversari di partito e anche i servizi segreti di ogni nazione del mondo creano ogni giorno delle notizie spoof, magari per provocare la caduta di qualche governo in modo più o meno drammatico. Tornando al mio romanzo, per far sì che tutta la costruzione potesse funzionare, è stato fondamentale il contributo di diversi specialisti, fra i quali l’ex capo della polizia scientifica del Cantone Ticino Emilio Scossa Baggi, , lo psichiatra Orlando Del Don, gli avvocati Amanda Rueckert e Giovanni Martines (già difensore di Bernardo Provenzano durante il processo per l'omicidio di Mario Francese), un armaiolo, giornalisti, ecc”.

Che differenze trovi tra il mercato editoriale svizzero e quello italiano?

“È principalmente un problema linguistico. Nel nostro paese le lingue ufficiali sono quattro e l’italiano è parlato sì e no da circa 400.000 persone. Un romanzo in lingua italiana in Svizzera difficilmente può riuscire a superare il San Gottardo, basta pensare che anche gli italiani immigrati in Svizzera e che vivono in Romandia o nella Svizzera Tedesca leggono prevalentemente nell’idioma della regione che li ospita. Stessa cosa si può dire per i libri realizzati nelle altre parti della Svizzera, che difficilmente possono arrivare fino da noi. Il mercato letterario è piuttosto regionale e ridotto e le opere deli autori locali difficilmente vengono tradotte nelle altre lingue della confederazione. In Italia, invece, la lingua ufficiale è una sola e questo naturalmente comporta un maggior potenziale del mercato. Poi il problema sta piuttosto nel fatto che oggi tutti scrivono e che ormai esistono un sacco di case editoriali pronte a diffondere di tutto e di più, spesso magari anche con mezzi poco etici, e questo ha provocato un certo intasamento nell’editoria di ogni parte del globo”.
Qual è, in una intervista, la domanda che ti dato maggiore soddisfazione o che, al contrario, ti ha messo maggiormente in difficoltà nel rispondere?

“Qualche volta mi è stato chiesto se non pensassi che il fatto di aver scritto un romanzo che racconta di un omicida senza scrupoli non fosse segno di una presenza concreta della violenza nel mio essere interiore, o magari se in realtà Antonio Scalonesi non fosse una specie di mio alter ego.
Sono domande che sconcertano sempre, perché denotano una sorta di paura nascosta e forse anche una mancanza di conoscenza dell’animo umano. Comunque in generale i giallisti sono persone come tutti gli altri, ci sono i buoni e i meno buoni, e non credo che il fatto di scrivere delle storie impregnate di violenza possa essere un sintomo di malessere o pericolosità. Di solito le persone davvero pericolose sono anche piuttosto discrete e non hanno l’abitudine di parlare o scrivere delle loro manie”.

Hai due bellissime figlie: vorresti che anche loro un giorno scrivessero un libro?

“L’arte del raccontare è una cosa che te la devi portare dentro. Se Karien o LeAnn un giorno avranno una bella storia che penseranno debba essere scritta, allora forse lo faranno e certamente io sarò il loro primo lettore. In ogni caso non deve essere una sorta di impegno nei miei confronti, si può vivere benissimo anche senza scrivere libri”.

Per quanto riguarda i tuoi progetti futuri, invece, cosa dobbiamo aspettarci?

“Nel cassetto ho un nuovo romanzo pronto per essere pubblicato. Ma è molto diverso dal Memoriale. Non si tratta di un thriller e non ci sono morti sulle quali indagare. È una bella storia di paese, molto divertente e ricca di colpi di scena. Vedremo se qualche casa editrice deciderà di farsi carico di quest’opera. Inoltre sto scrivendo un ulteriore romanzo molto particolare e spero di riuscire a pubblicare nei prossimi mesi il mio nuovo album discografico, “Radiazioni Sonore Artificiali Non Coerenti”, che da un paio di anni è pronto per l’uscita ma che al momento è ancora fermo a causa degli altri impegni nei quali sono immerso”.

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