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Economia post Covid

L'analisi
18 agosto 2020

Fare tutto il necessario. Ma a che prezzo?

di Paolo Marizza
Il danno economico del Coronavirus rispetto a quello dell’influenza Spagnola durerà più a lungo. Ecco cosa servirebbe fare per non imboccare la strada di un neo capitalismo di Stato
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(ph. pixabay.com)
L'analisi
18 agosto 2020 di Paolo Marizza Image

Sebbene il costo umano del Coronavirus sarà probabilmente molto inferiore a quello dell’influenza Spagnola che colpì l’Europa un secolo fa, il costo economico potrebbe essere maggiore e durare più a lungo.

Una questione fondamentale per prevedere gli effetti economici del Coronavirus è capire se dopo il blocco l’economia tornerà al livello precedente e in che orizzonte temporale la caduta del reddito potrà essere riassorbita.

Ciò dipende da quante imprese italiane falliranno per crisi di liquidità dovuta al calo delle vendite. I fallimenti richiedono molto tempo per essere riassorbiti, prolungando gli effetti dello shock; i mancati pagamenti potrebbero amplificare il contagio finanziario ad altre imprese, con un effetto a catena sull’intera economia, coinvolgendo anche i pochi settori non colpiti da questa crisi. In poco tempo, riprenderebbero a crescere i crediti deteriorati e il contagio si estenderebbe anche al settore finanziario.

Evitare i fallimenti è un obiettivo condivisibile e la risposta data dalle Istituzioni va nella direzione giusta: fare tutto il necessario. Per funzionare però ha bisogno di essere credibile, e quindi sarebbe utile quantificare quanto è necessario. Garantire qualunque cosa dato che il debito pubblico italiano è stato declassato a BBB-, un gradino prima dei titoli spazzatura, non è credibile.

La crisi da epidemia globale ci pone di fronte a scenari inesplorati in passato, come indicato dagli impatti della Spagnola e di Covid 19 su sistemi economico sociali radicalmente e strutturalmente diversi. Una cosa però è certa: si va verso una pubblicizzazione del debito privato, il che implica una maggiore presenza e un ruolo dello Stato ulteriormente invasivo nell’economia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il rischio di azzardo morale è ovvio. Quando i governi aiutano le società a evitare il fallimento, gli investitori valutano che i governi assorbiranno sempre i rischi di coda del debito. Il costo del debito scende e il suo importo aumenta, in una spirale crescente.

In un mondo “normale”, i salvataggi fornirebbero alle società sane o risanabili la liquidità di cui hanno bisogno per affrontare la crisi, mentre gli azionisti delle società fortemente indebitate verrebbero sostituiti e il loro debito ristrutturato. In entrambi i casi le attività sottostanti dovrebbero essere gestite in continuità remunerando i dipendenti.

Ma in questo mondo, con i processi di fallimento in crescita, una grande crisi potrebbe risultare non sostenibile dai sistemi giuridico-legali. La necessità di ottenere rapidamente liquidità per le aziende rende difficilmente praticabili programmi mirati di intervento e salvataggio. Le politiche orientate al salvataggio sono necessarie, ma il problema dell’eccessivo debito societario non dovrebbe essere risolto nel mezzo della crisi, ma in uscita dalla stessa. Per le banche centrali non sarà sufficiente essere più aggressivi sui tassi e rilassare i programmi di acquisto di asset pubblici e privati.

Il motivo principale per cui il debito pubblico aumenterà di molto, fino al 160% del PIL in Italia, è dato dall’incertezza dei tempi di uscita dalla crisi e dalla bassa crescita. Con l’invecchiamento della popolazione e il rallentamento della produttività, ci sarà maggiore formazione di risparmio e una minore domanda di investimenti.

Di fronte a questi scenari da più parti stanno emergendo orientamenti e proposte favorevoli all’introduzione di un’imposta patrimoniale, legata cioè all’ammontare dei beni posseduti. Come abbiamo visto l’emergenza COVID-19 sta richiedendo un enorme sforzo finanziario. La spesa pubblica sta aumentando considerevolmente e molti limiti sono stati necessariamente superati, anche con il consenso dell’Europa. Secondo alcuni analisti ed economisti, tutto ciò richiederà, prima o poi, un contributo straordinario da parte dei cittadini, sotto forma di tasse o imposte.

È ora di tassare i patrimoni, invece di continuare a penalizzare il lavoro, la produzione e i consumi?

A parere di chi scrive la strada della tassazione patrimoniale si è già dimostrata impraticabile, ma ciò non significa affatto che non siamo di fronte a una questione fiscale che va affrontata sul piano finanziario, anziché economico, soprattutto in vista della manovra di bilancio che ci attende nel 2020.

Per l’Italia, basterebbe pagare gli stessi tassi tedeschi sul debito pubblico per vedere azzerato definitivamente il deficit pubblico, ma anche la rendita che ne deriva. Il risparmio c’è, abbondante, spesso impiegato all’estero in perdita.

Gli Stati hanno sempre fatto ricorso a forme di indebitamento straordinario per finanziare lo sforzo bellico e la ricostruzione, i War bonds. Ma con i rendimenti attuali di mercato come si può consentire all’Italia di emettere delle emissioni “monstre” che consentano la mobilitazione di parte dell’ingente stock di risparmio nazionale depositato in liquidità e attività finanziarie, in concorrenza con la crescita degli altri debiti sovrani?

Una soluzione potrebbe consistere nell’emissione in aste mensili di Bond a 15 o 20 anni, allo scopo di ridurre l’impatto finanziario annuale, con una cedola costante tra 1,5-2%, l’attuale rendimento lordo del BTP a 20 anni, esente da ogni imposta presente o futura, e che riconosca agli investitori che mantengano in portafoglio il bond, un credito di imposta annuale di importo equivalente o superiore alla cedola.

Il rendimento netto per il sottoscrittore italiano aumenterebbe in modo significativo costituendo un’opportunità di investimento competitiva, legata allo sviluppo economico sociale del Paese, che è ragionevole aspettarsi riceva un’adesione significativa.

Le risorse raccolte dovrebbero essere investite esclusivamente in investimenti pubblici pro-ciclici o in strumenti di sostegno e sviluppo alle imprese, per innestare il processo di crescita del PIL e assorbire l’impatto dei provvedimenti anti crisi incorporati nel debito stesso.

In questa prospettiva si potrebbero raccogliere 200-300 miliardi di euro (pari a circa il 5-6% delle attività finanziarie delle famiglie italiane e a meno della metà del risparmio italiano all’estero) attraverso High Impact Social Bond (HISB) nell’ambito di un piano nazionale di uscita dalla crisi Il problema, insomma, non è quello di “trovare i soldi”, ma quello di uscire da una trappola infernale che costringe ad aumentare le tasse per pagare i tassi di interesse sfavorevoli sul nostro debito pubblico.

Non una patrimoniale quindi, ma canalizzare questo risparmio in investimenti nel nostro Paese darebbe un grande contributo al “fare tutto il necessario”, senza imboccare la strada di un neo capitalismo di Stato.

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