L’arte italiana da Trieste all’Armenia

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redazione

5 Aprile 2019
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La forma del Colore: dal Rinascimento al Rococò

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Inaugurata presso la Galleria nazionale di Yerevan, in Armenia, la rassegna espositiva “La Forma del Colore: dal Rinascimento al Rococò. Tre secoli di grande arte italiana dalla Galleria nazionale d’arte antica di Trieste”. L'esposizione, che comprende una serie di capolavori provenienti dalla collezione della Galleria d'Arte Antica di Trieste, è curata da Luca Caburlotto, Rossella Fabiani, Dominique Lora e resterà aperta fino all' 11 giugno 2019.

Il nucleo principale della collezione della Galleria Nazionale d'Arte Antica di Trieste è costituito dalla Collezione Mentasti, acquistata dallo Stato italiano tra il 1955 e il 1957 e comprendente dipinti inediti che attraversano tre secoli di pittura sacra, dalla Controriforma al Rococò, suddivisi in altrettanti momenti espositivi. Ad un primo momento – come scrive in catalogo la curatrice Dominique Lora – appartiene “lo spettacolo della fede”, ovvero dell’arte controriformistica centrata sul potere educativo e ispiratore delle arti visive al quale rimandava la Chiesa incoraggiando la produzione di immagini iconografiche drammatiche e suggestive per impressionare l’osservatore.

Superando il valico iconografico tra Riforma e Controriforma, molti artisti riuscirono – grazie al loro genio – a sviluppare nuovi linguaggi, eludendo gli artigli dell'Inquisizione e generando nuove forme di espressione spirituale. In tale contesto, il Cristo morto sorretto dall’Angelo eseguito da Domenico Robusti, figlio di Jacopo Tintoretto nel 1595 ca., è una composizione nodale e di grande sensibilità cromatica, dalla quale emerge il corpo bianco e luminoso del Cristo morto abbandonato tra le braccia dell’angelo. Un’immagine che incarna un vero e proprio trait d’union tra lo spirito rinascimentale del Cristo in Pietà sorretto dall’angelo di Antonello da Messina del 1476-78 (Museo del Prado) e la formidabile e struggente immagine del Cristo deposto di Bernini – qui esposto – probabilmente realizzato tra il 1660 e il 1670, in cui il grande regista del Barocco romano cattura e coinvolge completamente lo spettatore in un primo piano privo di sfondo e di ornamenti, saturo di intensa e dolorosa umanità. Diversamente innovativa è invece La visione di san Gerolamo della bottega del Guercino che introduce una nuova pittura realista e coinvolgente, realizzata per mezzo di effetti chiaroscurali e giochi luministici inediti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il secondo momento espositivo è centrato sul Barocco e “l’iconografia della luce”. Se la Controriforma aveva tentato di imporre norme estetiche e culturali per controllare la produzione artistica, l’impulso sperimentale e inarrestabile di grandi maestri come Annibale Carracci, Caravaggio, Pieter Paul Rubens e Anthony Van Dyck avevano invece gettato le fondamenta per la creazione di un nuovo linguaggio, che, oscillando tra realismo e classicismo, diede origine ad un movimento artistico e culturale rivoluzionario. Vero e proprio dialogo tra reale e sovrannaturale, tra superfluo e necessario, il Barocco si sviluppò dapprima a Roma, orchestrato da Giovan Lorenzo Bernini e potenziato, tra gli altri, da Pietro da Cortona, Andrea Pozzo, Baciccio e Andrea Sacchi. Incarnando l’apparato comunicativo, morale e spirituale della Chiesa cattolica, questo movimento proteiforme si diffuse attraverso la penisola italiana influenzando il fare artistico di pittori eclettici e poliedrici quali Domenico Fetti (San Francesco in meditazione), Vincenzo Spisanelli (La chiamata di sant’Andrea), Simone Brentana (Giuditta e Oloferne) o Francesco Maffei (La liberazione dell’ossessa), oltrepassando infine i confini italiani, da Parigi a Vienna, da Praga a San Pietroburgo, fino a raggiungere il continente Sud Americano.

Al terzo e ultimo nucleo del percorso espositivo appartiene il “Rococò: tra ragione e sentimento”. A cavallo tra XVI e XVII secolo, la sperimentazione artistica si concentra su dicotomie quali ragione e sentimento, oggettivo e soggettivo, regola e libertà. L'artista afferma l'indipendenza dell'arte e sostiene la propria libertà creativa. Tra i grandi interpreti del movimento Rococò vi sono: Nicola Grassi (Maddalena e Annunciazione), Domenico Zorzi (La Vergine appare a San Gaetano), Francesco Fontebasso (La Vergine appare a san Gerolamo), Francesco Cappella detto Daggiù (Madonna con bambino) e – a rappresentanza della scuola romana – Pompeo Batoni (La Vergine con il bambino e san Giovanni Nepomuceno). Particolarmente emblematica di questo periodo è l’opera di Carlo Innocenzo Carloni (Scaria d’Intelvi 1686/87 -1775) raffigurante La Gloria di San Filippo Neri. La composizione è un bozzetto preparatorio (forse in vista degli affreschi per la chiesa di san Filippo di Lodi) e incarna pienamente lo spirito Rococò nella sua ampia e aerea composizione, arricchita dall’uso di colori preziosi e brillanti e in cui una moltitudine di personaggi si muovono attraverso arditi scorci prospettici. La maniera del Carloni sconfina nel “Rococò internazionale”, il gusto di cui Giovanni Battista Tiepolo fu l’indiscusso protagonista.

La mostra “La Forma del Colore: dal Rinascimento al Rococò. Tre secoli di grande arte italiana dalla Galleria nazionale d’arte antica di Triesteoffre dunque allo spettatore una visione unitaria all’interno di unico percorso espositivo delle scuole che si svilupparono nell’Italia settentrionale a partire della seconda metà del Rinascimento fin quasi al termine del XVIII secolo. Come un microcosmico Grand Tour della grande arte italiana, la mostra presenta un numero di capolavori particolarmente rappresentativi delle maggiori scuole del nord Italia incluse Bologna (Guercino, Giuseppe Maria Crespi), Genova (Giovanni Battista Paggi, Bernardo Strozzi, Gioacchino Assereto, Giovanni Francesco Castiglione), la Lombardia (Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, Pier Francesco Cittadini detto il Milanese), il Veneto (Bonifacio De Pitati, Jacopo e Domenico Tintoretto, Carlo Caliari, Jacopo Bassano, Francesco Maffei, Nicola Grassi, Francesco Fontebasso, Antonio Canaletto), Mantova (Giuseppe Bazzani). Ad arricchire la narrativa e la dialettica del progetto espositivo vi sono inoltre alcune opere realizzate da grandi maestri stranieri o provenienti da altre regioni italiane come Pieter Paul Rubens (Fiandre), Giovan Lorenzo Bernini, Pietro da Cortona e Pompeo Batoni (Roma) e Francesco Solimena (Napoli).

La mostra consolida le relazioni culturali bilaterali evidenziando, tra l’altro, l’importante legame con Trieste, città cosmopolita e porto franco dove la colonia armena ha acquisito, fin dal Settecento, un ruolo di fulcro per produzione culturale ed intensità di scambi commerciali con l’Italia. Così scrivono, infatti, i curatori nel catalogo della mostra: “Dopo l’arrivo a Trieste dei primi padri mechitaristi, nella prima metà del Settecento, la Nazione armena si sviluppa grazie all’emanazione il 30 maggio 1775 del diploma imperiale di Maria Teresa d’Asburgo, che concede il riconoscimento ufficiale all’ordine dei padri mechitaristi, favorendo l’insediamento della comunità armena; con il diploma i monaci vengono riconosciuti quali sudditi austriaci e ricevono in concessione la chiesa dei Santi Martiri. L’incrociarsi di etnie, di culture, di religioni e il dinamico sviluppo economico favoriscono lo sviluppo della cultura e la nascita delle raccolte di intenditori e amatori d’arte, espressione del nuovo capitalismo ottocentesco: sono coloro che, tra l’altro, daranno vita, con le loro donazioni, ai civici musei cittadini portando all’inaugurazione, nel 1957, della Galleria nazionale d’arte antica di Trieste”.

La rassegna espositiva è realizzata dall’Ambasciata d’Italia a Yerevan in collaborazione con il Ministero della Cultura e con il patrocinio del Primo Ministro della Repubblica d'Armenia.

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