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Roberto Capucci

Società
17 gennaio 2019

La moda e lo stile

di Margherita Reguitti
Ha vestito perfino Marylin Monroe e disegnato gli abiti di Silvana Mangano. «Il FVG è la parte d’Italia più affine alla mia sensibilità». E l'ha scelta come sede della Fondazione che porta il suo nome
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Roberto Capucci è nato a Roma il 2 dicembre 1930 (ph. Fiorenzo Niccoli)
Società
17 gennaio 2019 di Margherita Reguitti Image

Plasma le sete e i tessuti come uno scultore plasma il marmo, il metallo e il legno. Progetta abiti come un architetto dà forma a volumi, linee e spazi. Lo stile di Roberto Capucci, sulla scena della moda mondiale dagli anni Cinquanta a oggi, ha una cifra inconfondibile: un mosaico di colori puri che danno vita a strutture di bellezza. I suoi abiti sono templi costruiti per esaltare il

corpo della donna, in un’esplosione di creatività fantastica e di energia onirica. Roberto Capucci è uomo di grande raffinatezza, cortesia e gentilezza. Rigoroso nei suoi valori, ama la bellezza e la cultura, sottraendosi da sempre al clamore dei media a caccia di scandali ed eccessi. Un gentiluomo che nel mondo della moda ha sempre scelto di non assecondare la moda.

Capucci dal 2004 ha un rapporto intenso con il Friuli Venezia Giulia tanto da scegliere Villa Manin di Passariano quale sede della Fondazione che porta il suo nome, realtà nata nel 2005 e la cui direzione è affidata sin dagli esordi a Enrico Minio Capucci.

Nella dimora dei Dogi è infatti conservato, catalogato e studiato il patrimonio degli abiti che sono stati esposti nei musei di arte antica e contemporanea italiana e del mondo, assieme ai disegni originali delle creazioni, materiale fotografico, video e tanta documentazione che, debitamente catalogata, può essere facilmente consultabile.

Maestro Capucci, come è nato questo amore per il Friuli Venezia Giulia?

«Il rapporto è iniziato grazie all’incontro con Raffaella Sgubin, all’epoca soprintendente dei Musei provinciali di Gorizia e curatrice della grande mostra personale allestita nel 2004 a Palazzo Attems. Per la prima volta ho scoperto questa parte d’Italia così affine alla mia sensibilità, così diversa da Roma e da altri paesi dove avevo esposto le mie creazioni. Nelle fasi di allestimento ho incontrato e apprezzato l’atmosfera di queste terre interessanti e belle. Avevo lavorato a Venezia, Vienna, Graz e successivamente Lubiana, ma non immaginavo di scoprire un contesto tanto ricco e multiculturale nella sua varietà mitteleuropea».

Negli anni Sessanta conobbe uno degli intellettuali più geniali, anticipatore inascoltato, amato e contestato con radici friulane: Pier Paolo Pasolini.

«Ho disegnato gli abiti del film Teorema, in particolare per i protagonisti Silvana Mangano e Terence Henry Stamp. Pasolini mi disse: “Vesti il protagonista maschile con i golf di cachemire e i pantaloni che porti tu”».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come fu l’incontro con Pasolini?

«Quando seppi che mi voleva conoscere ero felice; era di poche parole, poche ma in grado di spiegare tutto. Affascinante e cortese, era incredibilmente facile innamorarsi della sua gentilezza. Soprattutto questo incontro fu l’occasione, che da tempo desideravo, di vestire la signora Mangano, una donna semplicissima e di gran classe, incredibilmente raffinata e elegante, molto più bella dal vivo che sullo schermo. Una principessa di rango».

Come furono i vostri rapporti?

«All’inizio gelidi, essendo entrambi poco loquaci. Le prove si svolgevano in silenzio. Lo dissi a Pasolini che mi suggerì di essere io il primo a rompere il ghiaccio.  Così feci e scoprii una donna straordinaria con la quale nacque una profonda amicizia, proseguita anche successivamente al film. Dopo di lei non volli vestire più alcuna attrice. Lo considero il mio apice».

Che effetto le fa essere ancora considerato il Maestro della moda internazionale?

«Nel lavoro non sento alcun peso. Sono nato con la gioia di creare e lavorare, lo faccio da 70 anni. Vivo per disegnare, sognare e realizzare i miei sogni. Non mi sono mai curato delle cose inutili. Mi affascina accogliere gli aspetti interessanti del mondo, della natura, della cultura. Amo la bellezza, la mia vita è stata sempre una tensione verso il bello che è equilibrio e forza. Siamo un Paese che ha un patrimonio unico di bellezza. Nessun altro può vantare il nostro numero di artisti, scultori e  architetti. Eppure guardi cosa accade: in Francia per i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci organizzeranno grandi mostre e noi niente. Vede la differenza?»

Nella fase creativa prende spunto dalla forma o dal tessuto per dare vita a un abito-scultura?

«Quando creo mi concentro sul disegno geometrico, scultoreo, architettonico e solo in un secondo momento scelgo il tessuto che sempre è a tinta unita. Questa impostazione deriva dalla mia formazione. Sono entrato nel mondo della moda con un concetto diverso rispetto agli altri. Avendo frequentato prima il liceo artistico e poi l’accademia di belle arti la mia impostazione è artistico-accademica».

Creare un abito di alta moda per valorizzare e rendere unica una donna passerà mai di moda?

«Ci sono le donne che desiderano, vogliono e decidono una cosa particolare, esclusiva. Un abito su misura perfetto, pensato per esaltarne la bellezza ma anche la personalità è destinato a durare oltre le mode».

I suoi abiti non sono facili da indossare...

«Vero, non possono essere indossati da tutte. Sono pensati non solo per vestirle ma per interpretarle e suscitarne rispetto e ammirazione. Sono dunque destinati a creature dalla personalità e dal temperamento decisi. Per donne quindi che li sanno portare, ma non ne sono portate».

Cosa pensa del fashion business di oggi?

«Troppa pubblicità! Oggi va di moda ciò che fa scalpore. La gente ama la follia. Un vestito è bello se strambo, mentre una linea elegante ed equilibrata viene ignorata. I giornali e le riviste si occupano della parte meno affascinante e nobile della moda. Le notizie sono gridate, mentre il lettore e il compratore dovrebbero essere educati. È un mondo fatto di impicci e stracci, fuori dalla mia cultura e dal mio modo di vedere il lavoro».

Il suo è dunque un giudizio negativo…

«Un “non giudizio”, in quanto troppo lontano da me. Certo che oggi la moda è specchio dei tempi, interpreta una politica al ribasso. Guardi ad esempio i pantaloni rotti portati da ragazzi e signore: nessun buongusto».

Quali sono le donne che ha vestito con maggiore soddisfazione?

«Sono tante: dalla principessa Pallavicini alla deliziosa Levi Montalcini, dalla spiritosa Franca Valeri a Gloria Swanson e Marylin Monroe, senza dimenticare  Doris Duranti e Elisa Cegani e tante altre. Tutte donne per le quali ho scelto i colori, le linee, i tessuti più adatti a esaltarne bellezza e personalità».

La sua è una creatività senza sregolatezza, fatto raro nel mondo della moda.

«Confesso sono un uomo di regole, non fumo, non bevo e non faccio uso di droghe. Sono rigoroso e mi fa piacere arrivare sempre in largo anticipo a un appuntamento. Sono ordinato. Magari noioso».

Ama la musica e la natura: quali sono le sue letture preferite?

«Mi piace leggere le biografie serie e documentate dei grandi uomini e donne. Al momento sto leggendo quella di Ovidio, molto affascinante, uno spunto nato dalla visita della mostra allestita in questi mesi alle Scuderie del Quirinale».

Ha più volte affermato che per lei la natura è fonte di ispirazione.

«È vero, la natura è affascinante. La bellezza dei fiori, le loro forme e i loro colori sono così perfetti e mi riempiono di stupore. Non mi curo delle cose inutili ma di ogni forma d’arte che tiene lontana dalle cose brutte. Oggi manca nella vita la bellezza che è ciò che per me conta e cerco».

Le sue creazioni sono state esposte in musei importanti e di lei hanno scritto esperti del settore e giornalisti. Ultimi in ordine di tempo il volume Roberto Capucci. Lo scultore della seta e il catalogo della mostra di Gorizia L’atelier dei Fiori. Gli abiti di Roberto Capucci incontrano le immagini di Massimo Gardone.

«Due volumi importanti. Il primo, curato dal giornalista del Corriere della Sera e scrittore Gian Luca Bauzano, analizza la storia delle mie creazioni che sono state esposte fra l’altro alla Galleria Nazionale di Arte moderna di Roma, a Palazzo Strozzi a Firenze, ma anche al Kunsthistorisches Museum di Vienna e alla Biennale d’Arte di Venezia. Due volumi davvero ben riusciti con immagini stupende. È stato per me un piacere partecipare alle loro presentazioni a Milano e al museo della Moda di Borgo Castello a Gorizia».

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

«Continuare a creare e lavorare. Ogni giorno disegno e mi sento bene, sereno e felice di non aver avuto paura delle mie scelte, di aver detto anche molti no, magari a clienti importanti con le quali non mi sentivo in sintonia».

 

L’atelier dei fiori - Gli abiti di Roberto Capucci incontrano le immagini di Massimo Gardone La mostra nasce dall’incontro tra i fiori eterei del fotografo Massimo Gardone e quelli materici del maitre couturier Roberto Capucci, serici velluti, rasi e taffetas. Un incontro casuale di sensibilità artistiche molto affini, di linguaggi diversi a confronto. Il tutto in un’inattesa e sorprendente armonia.

Visitabile fino al 14 febbraio 2019. Museo della Moda e delle Arti Applicate – Borgo Castello 13 – Gorizia.

Apertura: da martedì a domenica dalle 9 alle 19; Chiuso il lunedì. Organizzato da: ERPAC - Ente Regionale per il Patrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia Telefono 0481 533926 / 0481 530382 - www.musei.regione.fvg.it email: musei.erpac@regione.fvg.it

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