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Dino Facchinetti

Cultura e Spettacolo
25 settembre 2018

L'anima del barco

di Claudio Pizzin
Ascoltando l’antica parlata di un gradese d’Argentina ebbe la folgorazione: un’isola di umanità che galleggiava sul mare. E che la sua arte pittorica e poetica vuole tramandare nel futuro
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Dino Facchinetti nel suo studio (ph. C. Pizzin)
Cultura e Spettacolo
25 settembre 2018 di Claudio Pizzin Image

All’interno del suo studio al piano terra in Calle Corbatto a Grado Vecchia, Dino Facchinetti mi accoglie con un atteggiamento di iniziale diffidenza. Attorno a me quadri, sculture e oggetti trasmettono un senso di confusione creativa, catturando il mio sguardo da diverse angolazioni.

«Non rilascio interviste». Il primo impatto con l’artista svela subito il suo carattere: «Sono gli altri che devono parlare di me, non io». Dino Facchinetti è un uomo riflessivo e attento alle parole. Mi osserva. Poi all’improvviso prende un foglio e una biro, e inizia a disegnare.

«Questa è Grado vista dall’alto». E per toglierla dall’isolamento, traccia una linea che rappresenta la strada di collegamento tra l’isola e la terra ferma. Di colpo i ruoli si invertono e, mentre continua a disegnare, inizia a pormi delle domande. «Cos’è questo?», chiede indicandomi il disegno. Non mi faccio cogliere impreparato e rispondo subito: «Il barco». Una parola che nell’arte e nella vita di Facchinetti rappresenta l’alfa e l’omega. Una storia iniziata diversi anni fa in quello stesso studio. Dove l’artista, aprendo una finestra, ascoltò le parole di un gradese ormai anziano di ritorno dall’Argentina che diceva ai suoi amici: “Bon àneme, ‘desso me ve saludo, perché vogio ‘ndà a veghe che ‘riva i barchi in porto!” (Amici, adesso vi saluto, perché voglio andare a vedere le barche che arrivano in porto).

‘I barchi? El barco?’: Facchinetti ricordava di averlo letto in alcune poesie di Biagio Marin, “el barco” al maschile, ma non gli aveva dato tanto peso; magari una licenza poetica. Ma sentire quell’uomo tornato a Grado dopo 50 anni con in valigia questo dialetto antico lo aveva emozionato. “Vago e veghe i barchi!”, come se andasse a vedere la Madonna che appare.

«Per quell’uomo – rammenta l’artista – era qualcosa di veramente mirabile. E da allora mi rimase nell’animo questa parola (el barco, i barchi), antica eppure così nuova, così fresca. Su quei bragozzi, su quelle barche grandi vivevano, stavano giornate fuori in mare, facevano figli, mettevano su famiglia… Era un’isola di umanità, contrassegnata da ogni sorta di fatiche, privazioni e rinunce, richieste dalla intransigente sopravvivenza».

Da questo episodio è nato il progetto dell’Isola-barco, anche perché vista dall’alto l’isola ricorda la forma di una “galèa veneta”. E con questa chiave di lettura che Facchinetti traccia una determinata navigazione assieme al protagonista - Barco -: tra mistero e realtà storico culturale con la curiosità dell’archeologo, evidenziando il pensiero sul piano teorico-pratico per accostarsi “in punta di piedi” all’anima del Barco.

«Vedi, se tu oggi non fossi passato di qua, questo disegno l’avrei finito senza portarti a conoscenza di un elemento importante: il linguaggio dei segni. Però come puoi notare anche questo lavoro porta in fede questo segno utilizzato tanti anni fa, attribuito alla mia famiglia (i Balansi). Un linguaggio unico, fatto da semplici intagli, tacche, che i pescatori gradesi, soprattutto di laguna, utilizzavano come primitivo elemento di riconoscimento e di appartenenza (caratteri grafici dell’antico alfabeto germanico X-XII secolo)».

La personalità e il carattere dell’artista mi riportano al presente del suo studio in Grado Vecchia. Mi fa vedere un contenitore con i trucioli dei suoi pastelli passati sotto il temperamatite; in un altro contenitore invece mi mostra le vecchie biro. Poi riprende il disegno, continuando a parlare.

Inizio a scattare qualche foto. Dopo pochi scatti mi ferma: «Basta foto, non ne voglio più». Scambiamo ancora poche parole,  poi cala il silenzio. Lo sguardo di Facchinetti è tornato fisso sul suo barco. Alla ricerca della sua parte più recondita. Alla ricerca della sua anima.

 

Dino Facchinetti nasce a Grado nel 1946, dove tuttora vive e lavora in una delle calli che attraversano l’antico castrum romano, tra le basiliche e il porto. L’isola è il punto di partenza di un itinerario artistico incominciato alla fine degli anni 60. Incontra giovanissimo il pittore Antonio Coceani e scopre “dalla radice”, facendone tesoro, il grande valore del disegno. Durante il servizio militare a Venezia fa conoscenza con il maestro Virgilio Guidi il cui insegnamento rafforza il suo desiderio di vivere d’arte. Dopo il congedo dalla Marina Militare, “l’incontro” con il poeta Biagio Marin: anche grazie a questo sodalizio umano e artistico, matura in Dino la volontà che si fa ricerca espressiva nella pittura.

Nel 1971 Facchinetti espone a Roma presentato in catalogo da Biagio Marin. A cavallo fra gli anni ‘70 e ’80 Facchinetti collabora al “Piccolo Teatro Città di Grado” come scenografo, ricercando nuovi spazi espressivi. Ha esposto in 5 istituti italiani di cultura: nel novembre 1974 a Stoccarda, nel 2003 a Zagabria, 2004 a Lubiana e 2005 a Spalato con una mostra itinerante, nel 2018 a Vienna. Schivo ad apparire, Facchinetti inventa un approccio originale alle sue mostre, ricercando ambienti desueti, che conservano l’essenza  di tempi passati, come la Villa Matilde (dove espone nel 1981) e le Ville Bianchi (1985). Facchinetti ha dedicato tre importanti mostre all’amico Biagio Marin: nel 1981, 1985 e nel marzo 1988, quest’ultima intitolata “Al queto svolo de ‘na Vose”. Nel 1989 il Comune di Grado ospita al Palazzo Regionale dei Congressi una grande mostra antologica che Dino Facchinetti dedica “A Grado e alla sua Gente”. Nel 1991, ha l’incarico dalla direzione della Cassa di Risparmio di Gorizia di realizzare nelle sedi di Grado e Monfalcone due opere di grandi dimensioni sul tema “Ambiente e Poesia”. In quello stesso anno viene commissionata all’artista dal Comune di Grado la realizzazione di una formella artistica in bronzo a tiratura limitata in onore del poeta Biagio Marin, del quale ricorreva il centenario della nascita. Nel 1995 Facchinetti dà alle stampe un libro dedicato esclusivamente alle mani, “Le Mani”, testi di Renzo Sanson. Nel dicembre dello stesso anno, su invito dell’amministrazione Comunale di Sauris i quarantacinque disegni delle  mani vengono esposti al Centro Etnografico. Nello stesso anno espone in Spagna su invito della Caja Vital Kutxa a Vitoria.

Nel 2002 collabora con 23 tavole artistiche, esclusive, alla realizzazione del quinto volume della collana miti, fiabe e leggende del Friuli storico “Tere de Gravo e de Maran” (Chiandetti editore, Udine).

Nell’ottobre 2003 nell’ambito della terza edizione de “la settimana della lingua italiana nel mondo”, organizzata dalla Farnesina con l’Accademia della Crusca, l’Istituto Italiano di Cultura di Zagabria ospita la mostra itinerante di 40 opere di Dino Facchinetti dal titolo ”Piscator Nauta”. Nel 2007 il Comune di Saint Vallery (Francia) ospita nella sale della Maison Henri IV, sotto la direzione di Martine Lannoy, una raccolta di ottanta opere dal titolo “La Musa mia arriva …”. Nel 2009 elabora il progetto per la realizzazione di un’opera musiva di grandi dimensioni raffigurante “el Barco”. L’opera, realizzata nella scuola di Mosaicisti di Spilimbergo da un gruppo di allievi con la supervisione degli insegnanti e la guida di Dino Facchinetti, sarà collocata in un contesto storico e culturale dell’Isola. Da sempre Facchinetti collabora con le scuole primarie e dell’infanzia, offrendo disponibilità per incontri di studio e di ricerca tecnica, realizzando a fine anno l’esposizione dei lavori.

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