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Giuseppe Garbin

Società
16 gennaio 2018

L'architetto delle piste ciclabili

di Michele Tomaselli
Osservando il Giro in tv si innamorò del ciclismo. Sui pedali conquistò titoli importanti, fino alla scelta di dedicarsi all’architettura. Due passioni tornate a incontrarsi nei suoi progetti
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Giuseppe Garbin all'interno del suo studio
Società
16 gennaio 2018 di Michele Tomaselli Image

Giuseppe Garbin, cervignanese classe 1950, si appassiona al ciclismo in giovane età, uno sport che lo incorona tra i protagonisti della kermesse delle due ruote. Una carriera costellata da successi e tante soddisfazioni, come le partecipazioni nel 1973, nella categoria dilettanti, ai giri di Serbia e d’Italia. Nel 1974 la scelta di vita di abbandonare l’agonismo cui seguì, a 31 anni, quella di iscriversi alla Facoltà di Architettura e il conseguimento della laurea 5 anni più tardi (nel 1995 conseguì anche la seconda laurea in Pianificazione Territoriale Urbanistica). Un professionista determinato che ha contribuito a elevare in maniera significativa il ciclismo friulano fino a diventare il presidente regionale della Federazione Ciclistica Italiana. Grazie alle sue abilità è oggi ritenuto uno dei massimi esperti nella realizzazione di piste ciclabili. Sua l’idea della Ciclovia Alpe Adria Radweg, nel tratto tra Palmanova e Grado.

Architetto Garbin, può spiegare ai nostri lettori quando sono nate le piste ciclabili?

«La promozione di forme di mobilità urbana ecocompatibili rappresenta uno dei più importanti impegni sottoscritti dai firmatari della Carta di Aalborg o Carta delle città europee (del 27 maggio 1994) per lo sviluppo sostenibile. Per questo motivo, dopo un lungo periodo di incidenti sulle strade, preso atto che le arterie urbane erano sempre più trafficate, si decise di privilegiare la bicicletta come mezzo di locomozione. In un certo senso l’Olanda e la Danimarca furono i primi Stati a investire in piste ciclabili. La nostra Regione approvò nel 1993 le “Norme per favorire il trasporto ciclistico”».

E in Italia?

«In questi ultimi dieci anni è cresciuta la consapevolezza che la bicicletta può rappresentare una valida alternativa ai veicoli a motore. Per incoraggiare i cittadini a limitare l’uso delle automobili è necessario creare una rete capillare di collegamenti ciclabili».

Ed ecco arrivare la sua idea vincente, collegare Palmanova a Grado. Un progetto precursore, al quale fece seguito lo sviluppo del circuito Alpe Adria Radweg. L’itinerario transfrontaliero che parte da Salisburgo e che garantisce più di 60.000 turisti all’anno.

«In realtà già nel 1992 avevo presentato al Comune di Cervignano del Friuli una proposta che si sviluppava, in parte, lungo il sedime della vecchia ferrovia austriaca. Nel 1993 seguì il primo incontro operativo, a cui parteciparono i rappresentanti dei Comuni di Cervignano, Grado, Aquileia, Terzo d’Aquileia, Bagnaria Arsa e Palmanova. Fui sorpreso perché gli amministratori accolsero favorevolmente il mio progetto».

Per costruire la piramide di Cheope ci vollero quasi due decenni; molti anni sono stati necessari anche per realizzare la pista ciclabile tra Palmanova e Grado...

«Più di vent’anni, quasi come la piramide di Cheope (ride, ndr)… Fu inaugurata nell’estate del 2014. Le difficoltà per realizzare opere pubbliche o di pubblico interesse sono veramente tante nel sistema amministrativo vigente».

Quali furono le fasi tecniche-amministrative che portarono al compimento?

«Nel 1994 fu indetto un accordo di programma con le Amministrazioni interessate, comprese le Province di Gorizia e di Udine. Mentre nel 1995 consegnavo agli stessi enti (inclusa la Regione Friuli Venezia Giulia) una o più articolate proposte. Verificavo che l’interesse cresceva sempre più, tanto che i sindaci concordavano in modo unanime sull’opportunità di chiedere un finanziamento alla Regione. Inoltre la popolazione accolse favorevolmente l’idea e in pochi giorni si raccolsero 1.700 firme per realizzare la pista ciclabile. Fu così che la Provincia di Udine, presieduta dall’avvocato Giovanni Pelizzo che volle fortemente la realizzazione della ciclabile Palmanova-Grado, mi affidò l’incarico della progettazione preliminare. Un servizio che ho svolto assieme all’architetto Amerigo Cherici».

Si dice che le innovazioni cambiano il mondo e forse per questo la scelta del tracciato ebbe varie vicissitudini.

«Inizialmente il progetto prevedeva che la pista ciclabile si sviluppasse parallela alla SS 352, da Cervignano fino a Strassoldo, per poi proseguire sulla via Julia Augusta, fino a superare il Canale Taglio. Proseguiva sul suo fianco est, fino ad approdare a Sevegliano di Bagnaria Arsa e quindi a Palmanova. Tuttavia si decise di spostare il percorso in direzione di Privano, lungo la via Torat, per raggiungere “la città stellata” attraverso un sottopasso dell’autostrada».

Il 31 gennaio 2015 la Ciclovia Alpe Adria è stata premiata come “Pista ciclabile dell’anno” alla fiera Fiets en Wandelbeurs ad Amsterdam…

«Una bel traguardo! Ho accolto la notizia con grande soddisfazione perché testimonia che è stata imboccata la strada giusta».

Cambiamo discorso, che cosa ricorda delle sue prime pedalate?

«Verso la fine degli anni sessanta guardavo in TV le corse che la Rai trasmetteva con il commento di Adriano De Zan. Mi piaceva pedalare lungo piazza Indipendenza a Cervignano e andare nell’officina del mitico Renato Canesin. Sognavo Fausto Coppi, il campione leggendario, icona del ciclismo, che molti anni prima assieme a Gino Bartali aveva attraversato Cervignano nella tappa Padova-Grado del 37esimo Giro d’Italia, corsa poi vinta da Adolfo Grosso. Inebriato dal “campionissimo” sognavo di comprami una bici da corsa. L’occasione arrivò quando, ospite di uno zio a Milano, ebbi modo di acquistare una Colnago, la meraviglia delle due ruote. La pagai 170.000 lire, allora una cifra esorbitante se paragonata alla paga di un operaio che guadagnava 60.000 lire al mese».

Così, con un mezzo alla portata di tutti come la bicicletta, Giuseppe Garbin iniziò a sfidare il mondo. Come fu la sua attività agonistica?

«Nel 1966 ho iniziato a gareggiare con la A.S. Willier Triestina nella categoria allievi, mentre l’anno successivo militavo negli esordienti con la squadra Bartali Rovis, fintantoché nel 1969 approdai in terza serie col gruppo sportivo Casagrande Cordignano. Nel 1971 feci il salto di qualità ed entrai a far parte dei dilettanti. Corsi per tre anni con le squadre Filcas Valvasone, Pedale Pavese e Pontoni Variano. Ero un buon corridore, soprattutto in salita, cosicché non tardarono ad arrivare i risultati. Nel 1967 vinsi la mia prima corsa, l’anno dopo mi aggiudicai quattro volte la medaglia d’oro vincendo il Trofeo Friuli e il campionato regionale. Il 1970 divenne l’anno della consacrazione: salii sul gradino più alto del podio ben otto volte. Da militare venni assegnato alla compagnia atleti di Milano».

A Cervignano correvano altri campioni?

«In quegli anni era nato il gruppo ciclistico La Selettiva del Mobile, diretto da Ferruccio Margarit, che assunse i colori bianchi e rossoblu e puntava sui giovani talenti. Un team che assieme alla squadra Cicli Canesin del promettente Daniele, trasformava la cittadina della bassa friulana in una capitale del ciclismo».

Nel 1980 ha fondato assieme ad altri amici l’associazione sportiva Velo Club, di cui ha ricoperto la carica di presidente per circa dieci anni. Oggi che cosa vuole dire alle nuove leve del ciclismo?

«Di insistere e non abbandonare mai un obiettivo. Lo sport è sacrificio, ma rappresenta un fondamentale luogo d’incontro; prima di tutto è benessere e salute».

 

 

Bibliografia

Giuseppe GarbinPedalando alla riscoperta della Bassa friulana orientale” dicembre 2015;

Lunari 2018 i paîs sot al tôr di Aquilea”. 

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