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Polizia di Stato
08 marzo 2017

Persone, non oggetti

di Andrea Doncovio
Sul nostro territorio opera una Rete composta da realtà istituzionali e associative che mira a tutelare le vittime. Investendo anche sulla prevenzione e sulla formazione di una nuova cultura
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Polizia di Stato
08 marzo 2017 di Andrea Doncovio Image

Garantire una tutela particolare ai soggetti deboli, quelli cioè non in grado di porsi a un livello di parità contro i loro maltrattanti. Su queste basi si è sviluppata e potenziata la legislazione a contrasto della violenza di genere: un tema tragicamente attuale in Italia e, conseguentemente, anche nel nostro territorio.

Il dottor Claudio Culot, Dirigente della Squadra Mobile della Questura di Gorizia, ci aiuta ad analizzarlo nel dettaglio e comprendere tutte le azioni messe in campo per contrastarlo.

Dottor Culot, proviamo a delineare il fenomeno: cosa si intende per violenza di genere?

«Oggi l’ordinamento giuridico italiano persegue penalmente una diversità di condotte: mentre in passato veniva punita solo la violenza fisica, l’evoluzione normativa consente ora di intervenire sia di fronte alla violenza psicologica – che turba i comportamenti e lo stile di vita di chi la subisce, modificandone i comportamenti – sia di fronte alla violenza assistita, che riguarda coloro – molto spesso minori – che vivono nella casa del maltrattante e sono costretti ad assistere a questi episodi».

Uno sviluppo normativo decisivo.

«Già agli inizi degli anni ’60 la Polizia di Stato aveva attivato la cosiddetta “Polizia femminile”, destinata a occuparsi proprio di queste due categorie – le donne e i minori – sotto il profilo dei reati da loro commessi, ma anche subiti. Una sensibilità particolare nei confronti dei soggetti deboli che ora anche l’ordinamento giuridico promuove».

Sul territorio locale che dimensioni assume il fenomeno della violenza di genere?

«Nella provincia di Gorizia riceviamo quasi un centinaio di segnalazioni all’anno, con livelli diversi di gravità. I numeri però sono molto generici: al di là della singola denuncia dobbiamo considerare che non tutte le situazioni hanno uno sbocco giuridico concludendosi con un processo. I numeri della polizia sono legati in prima battuta alla realtà dei nostri interventi presso i luoghi in cui vengono commesse le violenze e, in seconda battuta, alle denunce che vengono presentate. Tuttavia ci possono essere anche altri sbocchi».

Cosa intende?

«Di fronte, ad esempio, a liti in famiglia possono essere attivate segnalazioni ai servizi sociali o al Tribunale dei Minori. E tutto questo è possibile grazie al funzionamento di una Rete che coinvolge istituzioni e associazioni che operano quotidianamente per fornire aiuto e risposte alle persone vittime di violenza di genere».

Come opera questa Rete?

«Per rispondere mi aiuto con un altro esempio: la Rete è come una circonferenza nella quale si può entrare da qualunque punto, ma il percorso che si deve compiere è comunque circolare e quindi si arriva sempre allo stesso obiettivo. Su questa circonferenza si collocano diversi soggetti: le associazioni antiviolenza (come ad esempio “SOS Rosa” di Gorizia e “Da donna a donna” di Ronchi dei Legionari); il Consultorio, luogo dove meglio si intercettano determinati disagi o situazioni; l’Azienda per l’assistenza sanitaria, che negli ospedali di Gorizia a Monfalcone ha realizzato la “Stanza Rosa”, luogo dedicato in cui la vittima di violenza viene accolta e protetta, lontana da chi l’ha maltrattata. Senza scordare il ruolo dei Servizi sociali, del SerT e del CSM».

Una Rete a 360 gradi.

«Non solo. In provincia di Gorizia abbiamo attivato anche un Protocollo specifico per la violenza sessuale, con il coinvolgimento delle Procure della Repubblica del Distretto, l’Azienda sanitaria e l’Ospedale materno-infantile Burlo Garofolo di Trieste».

In cosa consiste questo Protocollo?

«Prevede un’apposita procedura da seguire nell’ambito degli accertamenti sanitari post violenza per la conservazione di reperti o l’estrapolazione di profili del DNA e di altre tracce biologiche, indispensabili in fase processuale per la condanna del responsabile».

All’interno della Rete qual è il ruolo delle Forze dell’Ordine?

«Oltre all’attività di primo intervento sul posto, nell’ambito della Divisione Anticrimine la Polizia di Stato ha attivo l’Ufficio minori, più votato alla raccolta statistica dei fenomeni e al rapporto con enti come le scuole per diffondere quanto facciamo. L’attività investigativa vera e propria viene invece svolta dalla Squadra Mobile, la Seconda sezione nel nostro caso, che tratta i reati contro la persona ed è specializzata nella cura di questo fenomeno».

Secondo le statistiche, le denunce degli episodi di violenza di genere sono in aumento.

«Un risultato importante, frutto anche del lavoro di sensibilizzazione svolto da tutti gli attori in gioco. Tanto che a venire denunciati non sono solo fatti recenti, ma anche episodi avvenuti in passato. Grazie a questa nuova  consapevolezza e all’attività della Rete, inoltre, si riduce il cosiddetto senso di “vittimizzazione secondaria”».

Di cosa si tratta?

«Talvolta, dopo aver denunciato il reato, le vittime subiscono un’ulteriore vittimizzazione incontrando persone insensibili all’accaduto o subendo atteggiamenti persecutori da parte della famiglia o venendo costrette all’isolamento sul luogo di lavoro. Accompagnandole invece durante l’intero percorso che dopo la denuncia le condurrà alla fase processuale, si riesce a dar loro sicurezza e forza. Ecco perché giova molto avere a disposizione delle strutture protette in cui, grazie alle associazioni, le vittime possono accedere e ricevere maggior tutele».

Nell’ambito della prevenzione della violenza di genere, invece, quali azioni vengono messe in campo?

«In questo caso è importante agire su tutti i soggetti, a iniziare dai maltrattanti. In Friuli Venezia Giulia esiste un apposito gruppo che opera con gli autori di maltrattamenti, spesso persone che accettano la violenza come stile di vita. Attraverso un percorso si cerca di condividere attività volte alla prevenzione e al recupero di questi soggetti. Un ruolo importante viene inoltre svolto dai consultori familiari, in grado di poter individuare per tempo situazioni a rischio in contesti di disagio familiare».

A proposito di contesti, quali sono quelli più a rischio?

«In realtà la violenza di genere è un fenomeno trasversale sia per età che per fasce sociali. Il problema sorge quando l’individuo, il più delle volte la donna, non viene considerato una persona da rispettare ma un oggetto da possedere. Non a caso il momento più critico è la fine di una relazione: non potendo più possederla, il maltrattante usa la violenza contro la vittima. Ecco perché è fondamentale operare anche a livello culturale: solo educando al rispetto della persona, fin dalla giovane età, si potrà avviare un efficace percorso di prevenzione».

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