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Innovazione e produttività

L'analisi
11 gennaio 2017

Scegliere a quale gioco giocare

di Paolo Marizza
La crescita economica diventa impossibile se non si innova. Ma per farlo in modo efficace è indispensabile una strategia globale a livello di sistema Paese. Saremo in grado di farlo?
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L'analisi
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L’innovazione è un importante motore della crescita economica. Migliora la produttività del capitale e del lavoro innescando circoli virtuosi di investimenti, reddito e risparmio che portano a ulteriori investimenti. L’innovazione, sia attraverso la riduzione dei costi o la differenziazione del prodotto, è la più importante arma competitiva. Eppure, l’innovazione è ancora poco compresa, è un fenomeno complesso e molto diversificato.

Le strategie di innovazione sono caratterizzabili rispetto a diverse dimensioni: 1) l’innovazione è di tipo incrementale o crea nuovi prodotti/servizi/mercati; 2) è associata con un prodotto/servizio stand-alone (in grado di funzionare autonomamente) o il prodotto/servizio è parte di un sistema. Ciascuna tipologia di innovazione è caratterizzata da un ecosistema specifico. In termini di impatti sulla crescita e sul PIL, recenti ricerche mostrano che le innovazioni incrementali danno un contributo significativamente maggiore rispetto a innovazioni cosiddette dirompenti.

I settori industriali vivono diverse fasi nel loro ciclo di vita e ciascuna è dominata da un determinato tipo di innovazione, anche se strategie diverse possono coesistere. I mercati per i prodotti “stand alone” tendono a evolversi, spesso spinti e protetti da un brevetto in un regime iniziale di concorrenza monopolistica, in mercati in cui si compete attraverso ondate e nuovi cicli di innovazioni. Una evoluzione tipica avviene quando i brevetti arrivano alla fi ne della loro vita e i prodotti diventano commodity (prodotti realizzati senza differenze qualitative, ndr) con l’ingresso di produttori a basso costo. Il prezzo sostituisce il valore del marchio come criterio di scelta dei clienti.

La capacità di riconoscere e di eseguire la strategia di innovazione più appropriata al contesto diventa nella nostra era della post globalizzazione la capacità competitiva fondamentale. In questo contesto la maggior parte delle imprese tendono a sviluppare diverse strategie di innovazione contemporaneamente, ma giocare due o più partite allo stesso tempo richiede una intensità di azione, di risorse e una diversità di competenze che poche organizzazioni possono padroneggiare.

La maggior parte delle imprese attribuiscono all’innovazione una parte significativa della loro redditività. Ma le strategie sono molto diverse. Le imprese in settori maturi usano percorsi diversi da quelle che operano in settori ad alta tecnologia.

Si deve riconoscere che l’innovazione ha molte facce, ognuna delle quali rappresenta una logica distinta di innovazione, che richiede strategie e pratiche diverse. Questo punto di vista va contro la convinzione diffusa che vi siano migliori pratiche e politiche pubbliche universali per stimolare l’innovazione. In effetti tale sistema potrebbe intrappolare interi settori in percorsi e giochi competitivi a somma negativa con basso tasso di innovazione, bassa crescita e bassa redditività.

Giochi competitivi e innovazione

I percorsi competitivi (giochi) sono insiemi coerenti di strategie e regole utilizzate per prendere decisioni circa  l’innovazione in diversi contesti. Ogni percorso/ gioco può essere visto come un flusso coerente di decisioni vincolate da alcuni fattori economici, sociali, istituzionali e tecnologici, che determinano un numero limitato di traiettorie che le imprese possono perseguire. Ogni percorso/gioco è caratterizzato da: i) una serie coerente di strategie e di regole; ii) un ecosistema di aziende interdipendenti che competono e collaborano con gli innovatori, innescando così dinamiche positive di crescita o evoluzioni negative; iii) un quadro di riferimento e una serie di accordi istituzionali, pubblici o privati, che supportano i particolari modelli di innovazione.

Le imprese raramente innovano da sole: le università, istituti di ricerca, le comunità scientifiche e tecnologiche e  imprenditoriali forniscono il capitale intellettuale e imprenditivo. In questo quadro rientrano le risorse finanziarie e di consulenza che provengono da istituzioni finanziarie e dalle agenzie pubbliche di sostegno all’innovazione.

È di questi giorni la nascita della nuova piattaforma di investimento “ITAtech”, per trasformare i progetti di ricerca e di innovazione tecnico-scientifica in nuove imprese ad alto contenuto tecnologico. L’iniziativa, promossa da Cassa Depositi e Prestiti (CDP) e Fondo europeo per gli investimenti (FEI), è rivolta a progetti sia pubblici sia privati, con una dotazione iniziale di 200 milioni di euro dedicati ai processi di “trasferimento tecnologico” dalle università e dai centri di ricerca alle imprese, in vari settori a elevato potenziale di crescita.

L’iniziativa ITAtech è stata lanciata contestualmente al varo della piattaforma di investimento dedicata alle Piccole medie imprese (PMI) italiane, congiuntamente da parte del Ministero dell’economia e delle finanze, dalla Commissione Europea, della CDP e del FEI. Il piano in questione, grazie a una serie di iniziative di messa a disposizione di garanzie e meccanismi di mitigazione dei rischi, ha l’obiettivo di attivare investimenti per le PMI per oltre 6 miliardi di euro. Con i 225 milioni di euro stanziati si vuole infatti attivare un effetto moltiplicatore in grado di sostenere un ammontare rilevante di nuovi investimenti, fornendo alle PMI maggiori margini di manovra finanziari per investire nel futuro, creare posti di lavoro e crescita.

Ma come abbiamo detto l’innovazione ha molte facce e ognuna è caratterizzata da diverse modalità e insiemi di regole di business e istituzionali che più si adattano al processo competitivo in un settore in un determinato momento. Infatti anche dal punto di vista delle politiche pubbliche, la capacità di riconoscere i fattori critici nel “gioco” dell’innovazione in diversi momenti del ciclo di vita delle industrie (siano esse manifatturiere o di servizio) ha implicazioni significative per l’efficacia delle politiche stesse, in quanto queste dovrebbero essere specifiche e differenziate da un “gioco” all’altro. Per questi motivi l’innovazione è ancora oggetto di indagine, sia dal punto di vista della strategia di business che dal punto di vista delle politiche pubbliche. In particolare la sua grande diversità, dall’invenzione di Internet all’invenzione di nuovi principi attivi nelle biotecnologie, rende difficile generalizzare le modalità di stimolo e di intervento.

L’innovazione può essere generalmente definita in termini di nuove applicazioni che creano nuova conoscenza e migliore utilità per la società. Le teorie più comunemente accettate di innovazione tendono a riflettere le opinioni di Schumpeter, immaginando innovazioni come le ricerche basate sulla scienza che producono prodotti basati sulla proprietà intellettuale.

C’è anche una credenza quasi mitica nel ruolo critico di imprenditori come agenti di ringiovanimento e, per estensione, in capitale di rischio che li sostengono. In questo filone di pensiero le grandi imprese con R&S (ricerca e sviluppo) sono importanti agenti di innovazione. Questo punto di vista ha portato a una forte associazione nella politica pubblica tra R&S e innovazione. In effetti, l’indicatore più popolare dei risultati nazionali sull’innovazione sembra essere la spesa delle imprese in R&S in percentuale del PIL.

Dal nostro punto di vista, il sostegno pubblico all’innovazione o alla R&S nelle Università non è centrale. È un fattore tra i molti, ma in genere non un fattore determinante e sufficiente per l’innovazione. L’innovazione richiede il successo commerciale, la realizzazione di nuove idee e non riguarda l’avanzamento delle conoscenze e lo sviluppo della tecnologia. Questa distinzione importante ha un impatto sul ruolo delle politiche per lo sviluppo scientifico e della tecnologia. Infatti la ricerca di base rappresenta una fase pre-competitiva al di fuori del processo di innovazione. I fornitori di nuove conoscenze contribuiscono con input importanti al processo di innovazione, proprio come il quadro giuridico, normativo e istituzionale: sono facilitatori importanti, ma di rado sono al centro del processo. Negli ultimi anni la comprensione del fenomeno dell’innovazione è progredita con l’individuazione di tre nuovi paradigmi:

- Innovazione come sistema modulare. Una gran parte dei nuovi prodotti e servizi sono inseriti in sistemi esistenti, come componenti complementari e componenti aggiuntivi. Si parla di piattaforme che trasformano l’innovazione in complesse evoluzioni di tipo architettonico.

- Innovazione come interazione con i clienti. I nuovi mercati sono generalmente costruiti congiuntamente da innovatori e clienti. Le innovazioni sono il risultato di un processo di interazione e apprendimento tra innovatori e i clienti più aperti alle novità, il cui coinvolgimento è essenziale per lo sviluppo di nuovi prodotti/servizi. I clienti forniscono informazioni critiche per gli sviluppatori nelle fasi di pre-commercializzazione e del processo di definizione e lancio sul mercato.

- Innovazione come ecosistema. Le imprese difficilmente innovano da sole e si basano su contributi di aziende complementari. Le innovazioni emergono dagli ecosistemi e sono raramente il lavoro di singole imprese. L’evidenza empirica e gli studi degli ultimi venticinque anni hanno documentato le interdipendenze tra gli attori chiave nell’evoluzione dei settori e dei cluster (imprese interconnesse) industriali.

Questi nuovi punti di vista aiutano la comprensione dell’evoluzione delle battaglie competitive e dei processi di innovazione complessivi. Ad esempio oggi gli operatori delle telecomunicazioni e dei media sono impegnati in battaglie simili. Si veda il caso Bolloré/Mediaset. Quali sono gli obiettivi degli attori in gioco? La convergenza tra operatori della telefonia e dei produttori di contenuti multimediali sta conducendo verso nuovi assetti, verso nuove piattaforme competitive. Saranno gli iphone o altri PDA (palmari digitali) a sostituire i telefoni fissi o mobili? Saranno Time Warner, Mediaset, Netfl ix, Google, Skype e altri mediatori di informazioni i punti di ingresso per le comunicazioni di massa? La battaglia è in corso, Internet facilita l’ingresso di molti nuovi giocatori così come ha favorito innovazioni di piattaforme e architetture modulari in varie industrie e ecosistemi.

Le strategie dominanti per l’innovazione di solito non sono basate su abilità scientifica o brevetti. Invece, le strategie emergono da (1) una visione coraggiosa sulla traiettoria di nuove tecnologie per soddisfare le esigenze non soddisfatte; (2) la capacità di costruire coalizioni e standard produttivi e di servizio aperti alla collaborazione; (3) la capacità di marketing e di promozione, per rendere le nuove piattaforme attrattive per la clientela. Costruire più grandi comunità di sviluppatori e utenti richiede capacità di collaborazione e di orchestrazione. Disporre di brevetti di prodotto è utile, ma spesso secondario rispetto alle capacità ed agli effetti di costruire reti, sistemi modulari e architetture competitive.

I sistemi aperti e le innovazioni di rete riflettono la fase attuale del nostro sviluppo economico. La frammentazione del tessuto economico imprenditoriale italiano probabilmente richiede di intraprendere percorsi di innovazione e crescita basati sullo sviluppo di ecosistemi e architetture di business modulari, anche per superare il nanismo che lo contraddistingue. Si tratta di superare approcci e politiche in cui ogni settore dell’economia si affida di volta in volta a percorsi individuali e isolati, ciascuno con il proprio fabbisogno in termini di persone, conoscenze, capitali d’investimento e di quadro istituzionale.

Una strategia di innovazione per il nostro Paese richiede uno sforzo molto più complesso e dovrà riflettere tanto la sua struttura industriale quanto le ambizioni di ciò che vuole diventare.

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