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Futurismo in FVG

Cultura e Spettacolo
05 luglio 2013

Fantasie di avanguardia

di Vanni Veronesi
Negli anni ruggenti della Belle Epoque, una rivoluzione culturale da Trieste divampa in tutto il mondo. Una parabola breve, ma incendiaria. A partire da una folle notte del 1908...
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Tullio Crali, Incuneandosi nell’abitato
Cultura e Spettacolo
05 luglio 2013 di Vanni Veronesi Image

Da Trieste a Parigi e ritorno

Trieste, 9 marzo 1908. In una Filarmonica gremita di pubblico, un ancora poco noto Filippo Tommaso Marinetti recita un’opera autografa: l’Inno all’automobile. È la prima grande celebrazione della tecnologia nella letteratura; l’autore arriva a riprodurre il suono della macchina nella forma stessa dei versi:

Veemente dio d’una razza d’acciaio, / automobile ebbrrra di spazio!, / che scalpiti e frrremi d’angoscia /rodendo il morso con striduli denti... / Formidabile mostro giapponese, / dagli occhi di fucina, / nutrito di fiamma / e d’oli minerali, / avido d’orizzonti e di prede siderali... / io scateno il tuo cuore che tonfa diabolicamente,/ scateno i tuoi giganteschi pneumatici, / per la danza che tu sai danzare / via per le bianche strade di tutto il mondo!

Nel dicembre dello stesso anno ritorna a Trieste in un clima tesissimo: si stanno celebrando i funerali della madre di Guglielmo Oberdan, l’irredentista impiccato nel 1882 per il tentato assassinio di Francesco Giuseppe. Marinetti depone una corona rossa sulla bara e lo stesso giorno tiene un discorso alla Società Ginnastica Triestina: solo un mese prima, un folto gruppo di studenti italiani aveva manifestato a Vienna per chiedere l’apertura di un’università italiana a Trieste, lasciando sul terreno anche alcuni morti. Il poeta esalta il loro coraggio e dichiara che anche la città giuliana avrà la sua Università, a dispetto dell’arretratezza asburgica: scoppiano dei tafferugli con le guardie austriache e Marinetti viene arrestato.

La sua voce torna a farsi sentire il 10 febbraio 1909 sul Piccolo della Sera, con alcuni stralci di uno scritto che dieci giorni dopo apparirà per intero su Le Figarò di Parigi: il Manifesto del Futurismo. Rivelatore l’art. 11: «Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fi li dei loro fumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta».

Il Manifesto sconquassa e divampa ovunque, ma è a Trieste che Marinetti ha cominciato la sua ascesa ed è qui che torna il 12 gennaio 1910 per la prima delle ‘Serate futuriste’. A declamare versi al Politeama Rossetti ci sono lui, Armando Mazza e il grande Aldo Palazzeschi. Abbiamo recuperato le recensioni dell’epoca e la più entusiasta è quella de L’Osservatore Triestino: «Fu vittoria? Si tratta di futurismo e si lasci ai... posteri più o meno vicini di giudicare. Ad ogni modo, anche la musica di Wagner fu detta dell’avvenire, ma è ormai di tutti i tempi». Di certo fu una serata tumultuosa, come ricorda Marinetti nel suo Rapporto sulla vittoria futurista di Trieste, prefazione alla raccolta poetica di Palazzeschi L’incendiario (un nome, un programma): «Scoppia un gran baccano e s’accende un parapiglia infernale. Si urla allo scandalo; mani di spettatori naufraganti si aggrappano alle poltrone; altre stringono disperatamente rotonde calvizie, come se abbrancassero il mondo per salvarlo. Occhi moribondi cercano ansiosamente dei crocifissi introvabili. Cresce il tumultuare della calca: è la grande insurrezione delle mummie. [...] Ma la possente gioventù trionfa. Tutti i maschi sono in piedi, e coi pugni, con gli scoppi della voce, costringono i morti a ricoricarsi nei loro scranni tombali». La serata proseguì folle al Caffè Milano, che nei decenni successivi ospitò vari artisti e letterati, fra cui Umberto Saba: oggi è una sala slot e la tristezza ci assale.

Pittura, scultura, architettura, musica, fotografia: il Futurismo dilaga

Dal 1910 al 1914 il Futurismo diventa il più importante movimento culturale europeo e dilaga in ogni campo dell’arte. Per la pittura, punto di partenza è il divisionismo, in cui le forme vengono scomposte in tante virgole colorate: sta poi all’occhio dello spettatore ricomporre a distanza l’immagine. Questa tecnica, influenzata dagli studi di ottica, nasce alla fine dell’Ottocento grazie a Giovanni Segantini, Giuseppe Pellizza da Volpedo e Gaetano Previati, che possiamo ammirare al Museo Revoltella di Trieste con Il giorno che sveglia la notte. Allo stile divisionista i futuristi sommano la moltiplicazione delle forme, per dare l’idea del movimento: una sfida estesa alla fotografia, dove i fratelli Arturo, Carlo e Anton Giulio Bragaglia danno vita al fotodinamismo. C’è chi tenta, inoltre, di riprodurre sulla tela suoni e odori: è il caso del quadro Il profumo di Luigi Russolo, nato a Portogruaro ma d’origini latisanesi, attivo anche in ambito musicale dove inventa gli intonarumori, presentati la prima volta il 2 giugno 1913 al Teatro Storchi di Modena.

È lo stesso Russolo a spiegare di cosa si tratta nell’Arte dei rumori (1916): «Gl’intonarumori hanno esternamente la forma d’una scatola [...] rettangolare. Dal lato anteriore esce una tromba che serve a raccogliere e rafforzare il suono-rumore. Posteriormente hanno una manovella per dare il movimento che determina la produzione della eccitazione rumoristica. Sulla parte superiore, c’è una leva con una lancetta che si muove sopra una scala graduata in toni e semitoni e frazioni di tono. [...] Gli intonarumori si suonano impugnando con la mano sinistra la leva e con la destra facendo girare la manovella o premendo il bottone» per mettere in moto, all’interno della scatola, una serie di ingranaggi, lastre e corde di metallo. Variandone la struttura, Russolo crea ululatori, rombatori, crepitatori, stropicciatori, scoppiatori, gorgogliatori, ronzatori, sibilatori per riprodurre la ‘musica’ della modernità.

Ed ecco, dunque, Risveglio di una città, dove i rumori di fabbriche, officine e metropoli brulicanti esplodono in una struttura musicale che anticipa le sperimentazioni di Karlheinz Stockhausen e John Cage, padri della musica contemporanea e ispiratori di gruppi come i Pink Floyd, maestri nell’inserire rumori nei loro brani (si pensi al registratore di cassa in Money e all’intera Welcome to the Machine): proprio Cage riconoscerà la grande importanza de L’arte dei rumori di Russolo.

La Grande Guerra e il Fascismo

Nella metà degli anni Venti, un’altra composizione musicale irrompe sulla scena: creata dal triestino Silvio Mix, la splendida Angoscia delle macchine denuncia fin dal titolo un cambio di rotta e di atmosfera. Cos’è successo? È successo che solo quattro anni dopo lo spensierato Manifesto l’Europa si è suicidata nella Grande Guerra: 14 milioni di vittime.

Per una parte del Futurismo è la campana della morte: artisti che si erano convertiti alla causa di Marinetti si schierano ora per un ‘ritorno all’ordine’, senza contare che molti di loro, in guerra, sono morti per davvero. Come Antonio Sant’Elia, geniale architetto caduto presso Monfalcone nel 1916, e come Umberto Boccioni, che dopo aver combattuto pure in Friuli muore vicino Verona cadendo dalla propria cavalla: una morte in movimento, quasi un destino segnato per l’autore della scultura Forme uniche nella continuità dello spazio che oggi campeggia sulle monete da 20 cent. Il Futurismo, dunque, perde alcuni protagonisti, mentre il Fascismo provvederà a emarginarne altri, avversi alla dittatura.

Marinetti, invece, diventa amico di Mussolini e il Futurismo s’impone come arte ufficiale, da un lato perdendo il suo slancio rivoluzionario, dall’altro trovando nuova linfa in artisti di grande creatività. Il contributo maggiore viene proprio da nostri corregionali: sulla scia della passione per l’aviazione, Tullio Crali inventa l’aeropittura (Incuneandosi nell’abitato ne è un esempio formidabile), mentre Bruno Sanzin sviluppa l’aeropoesia; il Movimento Futurista Giuliano si riunisce attorno ad Aurora, «rivista mensile di arte e di vita» diretta da Sofronio Pocarini e impreziosita dai disegni di Giorgio Carmelich; da Gradisca, Luigi Spazzapan parte per un’avventura pittorica fra le più esaltanti del ‘900; a Trieste, nella mostra di fotografia futurista del ‘32, Wanda Wulz s’impone con il fotomontaggio Io più gatto, icona del secolo scorso.

La fine di un’epoca e la sua eredità: il caso Torviscosa

Intanto, l’Italia fascista corre verso la catastrofe e il Futurismo muore definitivamente sotto le macerie della Seconda Guerra Mondiale: questa storia, però, ha un lieto fine. Nel 1948, un giovanissimo Michelangelo Antonioni arriva con le cineprese in una città simbolo del Ventennio: Torviscosa, edificata nel 1937 dopo le bonifiche. Qui, all’interno degli stabilimenti della SNIA, gira un documentario intitolato Sette canne un vestito: la «favola del raion», fibra tessile ricavata dalla cellulosa, viene raccontata dal regista celebrando la «potenza suprema delle macchine» e dell’ingegno umano. Uno dei futuri campioni del cinema italiano, rinato con il Neorealismo antifascista, si esprime come un autore futurista; chissà se Antonioni sapeva che proprio Marinetti aveva composto il Poema di Torre Viscosa per cantare la neonata città futurista e la trasformazione della cellulosa in tessuto:

Ingoiamento e digrignare delle tagliere tronfi o masticare metallico / Fiato fiato fiato e tutto s’innalza in un immenso fiato nelle bocche prone degli alti silos / Poi giù trituratissima miscela stridulante d’agonie giù nei bollitori rossi ostentati ventri d’acciaio / nella trasparente cattedralica torre Colori odori rumori di insolenza guerriera

«Parole in libertà» era il sottotitolo. Comunque le si giudichi, parole come queste hanno cambiato la cultura del ’900. 

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