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Pierluigi Cappello

Cultura e Spettacolo
13 febbraio 2013

Niente più dell'assoluto

di Vanni Veronesi
Voleva fare l’aviatore, ma la sorte decise diversamente. Eppure, grazie ai suoi versi è riuscito a volare fino a quote che nessun aereo può raggiungere.
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Cultura e Spettacolo
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Lei da bambino voleva fare l’aviatore, è vero?

«Da bambino avevo un’idea romantica del volo. Vivevo in una zona isolata di un paese isolato, Chiusaforte, stretto fra le montagne e il Fella. Allora l’autostrada non c’era, esisteva solamente la statale Pontebbana. Ho trascorso diversi inverni in solitudine, lontano dagli altri ragazzi. Un giorno i miei genitori acquistarono un’enciclopedia a rate da un venditore porta a porta: furono i primi libri ad entrare in casa nostra e, per me, rappresentò la scoperta di un mondo. A questa lettura si unirono più tardi quelle dei romanzi di Antoine de Saint-Exupéry, soprattutto Volo di notte, incentrato appunto sulla figura dell’aviatore. Il volo divenne il simbolo della libertà, della possibilità di scoprire nuove genti varcando le montagne che chiudevano la mia vista».

Ma poi la sorte decise diversamente, con quell’incidente in moto che a sedici anni l’ha costretta sulla sedia a rotelle. Lei però, nella lirica L’autostrada, ha scritto che non si rimane «qui senza uno scopo». Come se il destino avesse in serbo per lei un altro ruolo...

«Sì, anche se quel verso non è esattamente il mio punto di vista. L’autostrada è strutturata su due voci, quella di chi se ne va da Chiusaforte e quella di chi decide di restare. “Non rimarremmo qui senza uno scopo” viene detto proprio da quest’ultimo: chi rimane ha una funzione di presidio del territorio, un po’ come il tenente Drogo nel romanzo di Buzzati Il deserto dei Tartari...»

Com’è nato l’impulso a scrivere?

«La letteratura e la poesia in particolare sono un miracolo del genere umano e per me sono state un passaggio naturale dalla lettura. In realtà ho cominciato con il disegno, perché è la prima forma di rielaborazione della realtà, un po’ come la scrittura a ideogrammi, che precede l’invenzione dell’alfabeto. Cominciai a disegnare alle medie, a Pontebba, quando la professoressa ci lesse la Chanson de Roland (poema cavalleresco dell’XI sec., ndr) prima in originale e poi in traduzione: fu un impatto fortissimo. Disegnavo a china o matita – una passione che mi è rimasta – dame e cavalieri: disegnavo quando ancora non ero in grado di esprimere compiutamente l’eco che quelle letture avevano suscitato in me. Passato alla poesia, ero convinto che quella fosse la forma più semplice di letteratura: mi sbagliavo, era la più difficile».

Spesso si tenta, ma poi si pensa a Montale e Leopardi e si lascia perdere...

«Il peso dei grandi maestri può frenare la libera espressione, è vero, ma può anche fungere da spinta. Io ho iniziato scrivendo solo per me. Se tu scrivi con necessità, le cose ti corrono incontro. Anche se non scrivessi più, mi rimarrebbe il silenzio lasciato da ciò che ho scritto: un silenzio parlante. Anzi, la tensione della poesia è proprio verso il silenzio, che in fondo è la parola perfetta: l’aspirazione massima del poeta è arrivare all’inesprimibile. Niente più dell’assoluto».

Su questo c’è una splendida poesia di Edgar Lee Masters. Parla dei vari tipi di silenzio che intervengono nella vita di un uomo: il silenzio di Napoleone dopo Waterloo, quello di una crisi spirituale, quello fra padre e figlio... E Lee Masters dice: «Per le cose profonde, a che serve il linguaggio?». Le giro la domanda.

«Se ci chiediamo a cosa serve la parola, la risposta è: da un lato, dire il nostro mondo interiore; dall’altro, in questo dire noi stessi, cercare di aderire anche al mondo che sta fuori di noi. è come un ponte: un ponte serve a far comunicare due rive separate da un fiume. La poesia cerca di avvicinare queste due rive, ma quando esse sono vicinissime fino a toccarsi, il ponte non serve più».

Ma allora cos’è la poesia? Ungaretti diceva, in Commiato: «Poesia è il mondo / l’umanità / la propria vita / fioriti dalla parola / la limpida meraviglia / di un delirante fermento».

«Vero, ma preferisco quest’altra definizione, sempre di Ungaretti» (si dirige verso la libreria, vi estrae un libro e legge la poesia Il porto sepolto): «Vi arriva il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti / e li disperde. // Di questa poesia / mi resta / quel nulla / d’inesauribile segreto. Qui c’è quasi una dinamica da archeologo: il poeta scende negli abissi, ritrova il suo mondo interiore, lo riporta in superficie con i suoi canti... che poi disperde nel mondo intero. Potremmo dare tante altre definizioni di poesia, ma essa non è mai qualcosa di statico, è sempre in evoluzione. Come le nuvole, cambia aspetto ogni volta: è limpida e sfuggente, vive fra il pensato e il detto, riduce le distanze fra il nostro brusio interiore e ciò che effettivamente pronunciamo».

Com’è la giornata di un poeta?

«La prosa pretende una presenza fisica, scandita: la poesia invece non ha orari, è talmente leggera che la porti sempre con te. Ho preso l’abitudine di scrivere su qualsiasi superficie mi capiti a tiro: prendo appunti ovunque. Sono lampi di verità che magari rimangono inerti per anni. Poi, un giorno, un altro appunto ti risveglia collegamenti con materiali passati: comincia così l’elaborazione, dove entra in gioco il fatto prettamente tecnico, e a questo punto la creazione può anche essere divertente. Certo, è come vivere sempre sotto ricatto: non si è mai in vacanza. Non cerco il flusso della poesia: arriva da solo, e a quel punto si tratta di discernere ciò che vale veramente».

Prima ha detto di aver iniziato a scrivere solo per sé: ora però ha un pubblico. Lei sente la responsabilità di essere una voce dei tempi?

«Anche se continuo a scrivere per me, qualcosa è cambiato: ora quell’io è di molti e dunque diventa un noi. Allora entra in gioco la responsabilità: sento che al di là del foglio bianco ci sono delle persone in ascolto. Ma questo non cambia il mio modo di scrivere: l’importante è continuare a essere onesti».

Infatti Umberto Saba parlava della poesia ‘onesta’ e della «verità che giace al fondo»...

«Ci si fa delle domande e si tenta - anche se non si riesce mai - di dare delle risposte, rimanendo fedeli a se stessi».

Per secoli il Friuli Venezia Giulia è stato marginale nella letteratura italiana. Poi, da Ippolito Nievo, c’è stata una vera esplosione: Svevo, Saba, Michelstaedter, Pasolini, Sgorlon, più tutti quelli venuti da fuori come Kafka, Joyce, Hemingway, Gadda, Ungaretti, Rebora... Siamo diventati protagonisti assoluti del Novecento. Cos’è successo?

«Udine e Gorizia erano le capitali della Prima Guerra Mondiale; Trieste era l’emporio di un Impero. È naturale che quando si muovono forze così grandi ci siano ricadute tanto importanti anche sulla cultura. E oggi non siamo da meno: si parla di primavera friulana’ e i nomi sono Gian Mario Villalta, Tullio Avoledo, Pino Roveredo, fino al già classico Claudio Magris. è vero che oggi, nel mondo della comunicazione veloce, ogni periferia è di fatto un centro, ma è altrettanto vero che nelle periferie come le nostre si conserva un uso diverso del tempo: siamo sottratti al logorio, anche interiore, della grande città. Non è un caso che molte voci originali provengano da aree lontane dalle direttrici Roma-Milano: penso a Fabio Pusterla, uno dei più grandi poeti contemporanei, che vive in Canton Ticino».

Esiste forse un genius loci, una predisposizione naturale di queste terre alla poesia?

«Per natura sono portato a diffidare, però il Friuli ha vissuto cambiamenti unici. Altrove, il passaggio dal mondo rurale ‘di una volta’ alla vita moderna è durato per decenni, con gradualità: da noi, se ci pensa, è avvenuto in un giorno...»

Il 6 maggio del ‘76.

«Il terremoto ha spazzato via un mondo sostituendolo con un altro. Questo mi ha obbligato alla riflessione, è stato determinante per la mia vita».

Lei fu uno dei tanti sfollati, ma visse quell’esperienza da bambino e so che, paradossalmente, per lei furono anni felici.

«Per noi bambini, l’esperienza del campo terremotati fu un’occasione unica di libertà: eravamo sempre all’aperto, mentre i genitori erano impegnati a ricostruire. Però poi abbiamo avvertito che non saremmo tornati indietro: dicevamo “un giorno torneremo a casa”, ma non ci siamo mai tornati».

In una sua poesia all’interno della raccolta Dentro Gerico lei definisce le persone che camminano in un parco «ombre che passano vivendo». Questo lasciarsi vivere è uno dei drammi di oggi?

«Viviamo un tempo in cui è difficile essere compiutamente noi stessi. Molti si ‘lasciano vivere’ e nemmeno se ne accorgono: penso ai non luoghi degli ipermercati. È difficile per me, nato in un ambiente molto connotato, con i suoi ritmi di vita lenti e sempre uguali, abituarmi al mondo d’oggi. Il primo computer apparve quando avevo quindici anni, cioè quando la fase cruciale della vita, quella in cui si forma il carattere, era già alle spalle. La modernità ci ha portato il progresso tecnologico, ma a quale prezzo? L’alienazione, la perdita di presa ‘biologica’ rispetto alla natura. Sta scomparendo il tempo del gioco, lo spazio dell’immaginazione, del farsi le cose da soli: i fi gli devono andare a calcio, a danza, hanno ritmi serrati. Siamo sotto assedio».

La poesia può opporsi come una diga a questo flusso gigantesco?

«Non ha questo potere, però è una testimonianza dei tempi e pone uno sguardo nuovo sulla realtà. Se c’è una funzione civile della poesia, è quella di essere gratuita».

 

Pierluigi Cappello, uno dei massimi poeti viventi, è nato a Gemona del Friuli nel 1967. Ha vissuto l’infanzia e la giovinezza a Chiusaforte. Ha studiato Lettere moderne all’Università di Trieste e ha diretto la collana di poesia La barca di Babele, fondata da un gruppo di poeti friulani nel 1999. Ha pubblicato le raccolte Le nebbie (1994), La misura dell’erba (1998), Amôrs (1999), Dentro Gerico (2002). Con Dittico (Liboà, Dogliani 2004) ha vinto il premio Montale Europa di poesia. Assetto di volo (Crocetti, Milano 2006) è stato vincitore dei premi Pisa (2006) e Bagutta Opera Prima (2007). Nel 2008 è uscita la sua prima raccolta di prose e interventi, Il dio del mare (Lineadaria, Biella 2008). Nel maggio 2010 ha pubblica Mandate a dire all’imperatore (Crocetti, Milano 2010), col quale ha vinto il premio Viareggio-Repaci; nel novembre 2012 ha ricevuto dalle mani del Presidente della Repubblica il Premio De Sica. Vive a Tricesimo. La sua attività culturale, che si declina in letture, incontri pubblici, conferenze e pubblicazioni, è intensissima.

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