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Stipendi e casse aziendali

L'analisi
10 novembre 2014

TFR per la crescita: occasione persa?

di Paolo Marizza
Tutti lo vogliono: per far fronte a esigenze straordinarie del lavoratore, per i consumi, per il risparmio, per la previdenza, per il fisco. Ma che dire del suo utilizzo per la crescita?
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Le nuove politiche sul TFR a chi porteranno benefici?
L'analisi
10 novembre 2014 di Paolo Marizza Image

Ci aveva già pensato Umberto Bossi nel 2011: dirottare il Trattamento di fine rapporto (TFR) nella busta paga. Allora come oggi si proponeva di mettere in busta paga, mese per mese o in unica soluzione annua, l’accantonamento mensile per la liquidazione: circa il 7 percento dello stipendio lordo.

Ora ci riprova il Governo Renzi: la quota del TFR “maturando” accantonata mensilmente dal datore di lavoro verrebbe erogata direttamente al lavoratore. La ratio è la stessa: portare questa liquidità in più alle famiglie e provare a stimolare i consumi. Ora come allora, con il varo della misura nell’ambito della Legge di Stabilità (allora Legge Finanziaria), si è sollevato un polverone che rischia di vanificare la possibilità di affrontare la questione con la necessaria professionalità e serietà.

Si tratta di circa 24 miliardi annui “contesi” da lavoratori, aziende, INPS e previdenza integrativa: 13 miliardi sono accantonamenti presso piccole imprese (con meno di 50 dipendenti), 5,7 miliardi nel Fondo di tesoreria INPS, 5,1 miliardi nei fondi pensione.

È evidente che qualsiasi modifica nella destinazione di tale flusso genera reazioni non sempre meditate dalle parti in campo.

Il TFR è infatti una risorsa importante per l’autofinanziamento delle imprese e per alcune esigenze fondamentali delle famiglie (dall’abitazione alle cure mediche). È poi risorsa essenziale per l’alimentazione della previdenza integrativa, per migliorare l’adeguatezza del trattamento pensionistico. La quota non utilizzata a tal fine dai lavoratori delle aziende con più di 50 dipendenti confluisce nel Fondo di Tesoreria dell’INPS, utilizzato per calmierare i deficit del fabbisogno statale di cassa.

Il dibattito si è concentrato prevalentemente:

- sul problema del maggior prelievo fi scale sulle quote di TFR trasformate in stipendio (aliquota marginale) rispetto alla tassazione separata che viene operata al temine della vita lavorativa;

- sulle misure compensative della perdita di liquidità per le imprese;

- sulla congruità del Fondo Garanzia costituito presso l’INPS e sulle garanzie ad hoc fornite dallo Stato alle Banche;

- sulla sperequazione che si realizzerebbe nei confronti dei dipendenti pubblici (esclusi dalla nuova misura, ma peraltro già esclusi dalla normativa attuale);

- sulla “disintermediazione” che si genererebbe rispetto a flussi che non alimenterebbero la previdenza integrativa, sottovalutando gli impatti che si produrrebbero a livello macro economico.

Quali le conseguenze del venir meno di una preziosa “ruota di scorta” che, in tempi di gravi difficoltà sociali e in un Paese ancora in attesa di un Jobs Act con un organico sistema di ammortizzatori sociali, svolge un ruolo importante? Il flusso di risorse verrebbe effettivamente destinato a incrementare i consumi? In che misura? Quanto di questo flusso continuerebbe ad alimentare il risparmio precauzionale che le famiglie italiane hanno privilegiato in questi anni di crisi? Questo flusso avrebbe una destinazione analoga agli 80 euro? Quale regime di tassazione potrebbe risultare non penalizzante per il lavoratore e neutrale o incentivante per lo sviluppo del secondo pilastro previdenziale? Come assicurare una gestione efficiente del risparmio accantonato dal lavoratore nel TFR, difficilmente realizzabile da una Piccola Media Impresa (PMI) che è tutto fuorché un gestore finanziario professionale?

Non si tratta di negare l’opportunità di revisione dei meccanismi di accantonamento del TFR per una sua più efficace allocazione, già in parte avvenuta attraverso il canale dei fondi pensione, ma di trovare risposte convincenti e rassicuranti in merito agli impatti sugli equilibri sistemici dalla manovra, nell’ottica di contribuire a ricreare le condizioni per l’uscita da una fase recessiva che dura da quattro anni.

Come far ripartire un ciclo di sviluppo e di investimenti nelle e da parte delle PMI, mobilizzando e canalizzando i flussi di TFR anche a questo fine? L’Assofondipensione, stando alle dichiarazioni del suo Presidente, e anche alcune parti sociali (la CGIL), sembrano aver raccolto la sfida. La vera sfida per la previdenza integrativa consiste infatti nel passare dalla prudenza al sostegno della crescita del Paese. La gestione “prudente” dei fondi pensione negoziali ha comportato che l’allocazione del risparmio previdenziale (TFR in prevalenza) sia finita per quasi due terzi in un impiego estero, mentre il rimanente è stato impiegato in titoli dello Stato italiano.

Se da un lato tale prudenza è stata premiata perché ha permesso di non mettere a rischio le future rendite pensionistiche (anche se con rendimenti di poco superiori all’inflazione), il cosiddetto bias (pregiudizio) domestico ha comportato una  disallocazione di parte del risparmio: dai territori nazionali in cui si forma all’estero, magari in aziende concorrenti delle nostre, sicuramente non aiutando la ripresa occupazionale.

Da qui l’idea di costituire un “fondo di fondi” con cui finanziare, in parte, gli investimenti di medio e lungo periodo che servono al rilancio del Paese. Già nel 2010, in uno studio di fattibilità per la costituzione di un Fondo Pensione Regionale (FPR) per il Friuli Venezia Giulia, si avanzò una proposta per favorire la partecipazione alla previdenza integrativa da parte dei lavoratori delle piccole imprese.

Queste ultime avrebbero mantenuto il TFR in azienda, senza alcun deflusso di liquidità, in quanto il sistema bancario si poteva sostituire all’impresa nel versamento del TFR maturando al Fondo Pensione Regionale. Le banche, divenendo creditrici per tali somme nei confronti dell’impresa che trattiene il TFR, subentrerebbero anche nella garanzia di liquidazione del TFR offerta dall’INPS.

L’impresa liquiderà alla banca il relativo montante al momento della cessazione del rapporto di lavoro col dipendente, che resterà invece creditore verso il FPR per l’ammontare della rendita o del montante previdenziale integrativo. Il FPR avrebbe in tal modo potuto conseguire masse critiche di raccolta da poter investire in parte anche nelle PMI, direttamente o attraverso un Fondo di Fondi costituito ad hoc con altri Fondi Pensione territoriali e nazionali.

In una prospettiva nazionale, per un periodo di tempo limitato e utilizzando il meccanismo della cessione del credito da parte del lavoratore, varrebbe la pena di esplorare la possibilità di mettere sì in busta paga il 100% del TFR maturando (consumi), conferendo al contempo ai Fondi Pensione una parte (10-20% ad esempio) del TFR maturato, quello accumulato nei precedenti anni di lavoro. A livello nazionale lo stock di TFR maturato è pari a circa 200 miliardi di euro.

La proposta di Assofondipensione giunge tardiva, ma forse non è ancora un’occasione perduta: far evolvere questi Fondi in investitori di lungo periodo nell’economia reale, investitori di cui il nostro Paese ha urgente bisogno per tornare a crescere.

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