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Annalisa Colautti

Sport
14 ottobre 2014

Ritorni di fiamma

di Michele D'Urso
Promessa dello judo, abbandonò l'agonismo per amore. Ma certe passioni non si spengono mai. "Questo sport è il mio modo di esprimermi".
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Annalisa assieme ai giovani atleti della sua società sportiva
Sport
14 ottobre 2014 di Michele D'Urso Image

“Certi amori non finiscono fanno dei giri immensi e poi ritornano…”. Così cantava Antonello Venditti in una famosa, romantica canzone. E questo è il caso di Annalisa Colautti, monfalconese doc, e lo judo, un amore sbocciato già in tenera età.

«Ho cominciato judo a nove anni – racconta –. Prima ero stata indotta, magari anche per ambizione genitoriale, a praticare un po’ di tutto: dalla danza al nuoto, dall’atletica al pattinaggio».

Ma la passione non sbocciò…

«A me piace l’agonismo, forse perché fin da bambina ho sempre avuto parametri muscolari ‘importanti’. In quinta elementare, assieme a un mio compagno di classe, vinsi tutte le gare di atletica della scuola. Competere è quindi il mio ambiente naturale. Infatti andai a fare judo per non essere da meno di mio fratello e lì, una volta sul tatami, mi sono sentita a casa».

E partendo dalle sfide adolescenziali, di incontro in incontro, la carriera agonistica si snoda fino alla Nazionale…

«Dopo due anni di judo arrivai seconda al campionato nazionale esordienti, e dopo altri due anni ho preso, per risultato e non per esame, la cintura nera».

Come andò?

«Avevo quattordici anni e all’epoca c’era un circuito composto da particolari ‘Interfasi’ che si tenevano in varie parti d’Italia. Al primo classificato di ogni competizione venivano dati cento punti, al secondo sessanta e così via. Per fare la ‘nera’ bisognava totalizzare almeno centosessanta punti nelle quattro manifestazioni. Io partecipai solo a due…»

E totalizzò duecento punti…

«Proprio così. Da allora entrai nel giro della Nazionale giovanile. Raggiungere quella maggiore non fu invece semplice».

Cosa successe?

«Mio padre lavorava spesso all’estero (ho vissuto la mia prima infanzia in Brasile) e accettò di andare a lavorare in Uzbekistan: nel 1980 era un altro mondo. Potevamo uscire solo per le necessità e lì lo judo veniva vissuto in modo molto diverso da qui: botte da orbi! E così frequentare i corsi di preparazione scolastica forniti ai figli dei tecnici e sostenere in Italia un duro esame da privatista per il secondo anno di scuola superiore, per non perdere l’anno scolastico, fu l’obiettivo massimo raggiungibile».

Ma al ritorno dall’Est si riprese il posto che le spettava. Rientrò nell’orbita della Nazionale e nel 1983 sbaragliò tutti divenendo campionessa italiana assoluta. Le venne offerto un gruppo sportivo?

«Sì, ma il mio grande sogno era muovermi, insegnare ginnastica, atletica, per trasmettere la carica che sento dentro, e non indossare una divisa. Declinai l’invito e decisi di tentare l’ingresso all’ISEF. Al terzo tentativo fui ammessa all’ISEF della Università Cattolica di Milano e la mia vita divenne ancora più intensa.»

Il suo allievo Cristian Picciotto dice che risale a quel periodo il soprannome con cui lei è conosciuta in tutta Italia: America. Perché la chiamano così?

«Ho il diploma di perito commerciale corrispondente in lingue estere; all’epoca conoscevo bene inglese e tedesco così fungevo spesso da interprete della Nazionale. Era una responsabilità, ma lo facevo volentieri. I compagni dicevano che, con i miei modi, davo l’idea di una straniera, di un’americana...»

Cosa provocò l’ennesimo distacco dal Dojo (luogo dove si svolgono gli allenamenti alle arti marziali, ndr)?

«Cupido si mise in mezzo fra me e lo judo. Mettere su famiglia era un mio sogno e per questo, all’età di 28 anni, mollai tutto per tornare in Bisiacaria con marito al seguito. Tentai di partecipare agli allenamenti collegiali locali, ma rispetto a Milano - dove un allenamento collegiale significava cento cinture nere tutte insieme - qui, anche per questione demografica, non era la stessa cosa. Poi mi sono sempre dovuta inventare il lavoro, lasciando poche energie per il resto. Il problema di tanti bravi atleti di ‘sport minori’».

Che lavori ha fatto?

«Ho cercato di mettere a frutto la laurea ISEF, facendo l’istruttrice di un po’ di tutto, dal nuoto fino al fitness, con grandi soddisfazioni sia personali che professionali».

Fino al ritorno di fiamma con lo judo…

«Già, e questo mentre l’altro amore se ne andava. Penso di essere state una delle poche, se non l’unica in Italia, a sostenere l’esame, nel 2007, dopo anni di allontanamento, per la ‘Riammissione’ ai Quadri di allenatore dello judo. Dell’esame ho un ricordo che ancora oggi mi accompagna; alla fine della prova il Maestro Palmiro Gaio mi disse: “Bentornata fra noi!”. Mi sono risentita a casa».

Come è giunta alla presidenza del suo team Isao Okano?

«Ho un nipote, classe ’99, che mi chiese di praticare judo, allora andammo assieme al palazzetto dello sport di Monfalcone e cominciammo lì. Poi assieme ad altri, tra i quali Emilio Bosazzi in qualità di vice presidente, ci siamo ritrovati a portare avanti le sorti del sodalizio, spronati anche dal fatto di aver ereditato dalla gestione precedente un gruppo di ragazzi che ci gratificano con il loro impegno».

Gestire un sodalizio, di questi tempi, non è impresa facile.

«Io voglio trasmettere la mia ‘verve agonistica’ a questi ragazzi, e credo anche nelle sinergie. È vero che siamo un piccolo gruppo, ma abbiamo attivato una specie di ‘gemellaggio’ con il team udinese del maestro Gigi Girardi, così possiamo partecipare assieme a loro a stage e seminari e avere più opportunità di crescita».

Domanda secca: cos’è per lei lo judo?

«Lo judo è il mio modo di esprimermi. Io arrivo diretta, inattesa come gli eventi della vita che ti colpiscono senza mandarti il preavviso di quindici giorni, sincera come la forza dell’avversario che evidenzia le tue debolezze, e do risposte senza fronzoli, come la reazione che devi usare per uscire da una presa. In questo ambiente ho trovato persone simili, amici fidati, come la pluricampionessa italiana e mondiale Maria Teresa la Motta, contro la quale, ai tempi della Nazionale, ho combattuto incontri per me memorabili, e Cristina Fiorentini, con la quale ho diviso la stanza per anni creando un legame di ‘fratellanza per libera scelta’, del quale vado fiera».

L’ultima: chi è lo sportivo che l’ha colpita di più?

«Neil Adams, più volte campione mondiale di judo degli anni Ottanta, specialista del ‘ne-waza’, la lotta a terra. Ho avuto varie occasioni di confronto con lui e mi ha colpito in tutto, dalle sue qualità atletiche a quelle tecniche e umane. E poi è anche un bell’uomo!»

L’energia che Annalisa emana l’avrete percepita anche voi attraverso queste righe, perciò che dire ancora? Solo una cosa: Neil Adams, hai tutta la mia invidia, e non solo per l’oro mondiale! 

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