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Tadei Pivk

Sport
18 settembre 2014

Il pellegrino volante

di Michele D'Urso
Un amico lo invitò a partecipare alla Staffetta del Monte Lussari: all’esordio completò l’ascesa in soli 49 minuti. È da allora non ha mai smesso di correre.
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Tadei Pivk, 33 anni (ph. iancorless.com)
Sport
18 settembre 2014 di Michele D'Urso Image

Il Monte Lussari, luogo mistico e fascinoso, è teatro, da tempi immemori, di devoti pellegrinaggi. L’erta salita che conduce alla sommità, e quindi al santuario, è luogo dove, fra fatica e meditazione, si può incontrare se stessi. Moderno e veloce pellegrino, Tadei Pivk, una sorta di potente Masai bianco da un metro e novanta, già più volte campione italiano di corsa in montagna, o Skyrunning che dir si voglia, sceglie spesso questo monte per i suoi allenamenti.

Tadei, forse questa salita ha per lei un significato più profondo di un semplice tracciato di allenamento?

«Sicuramente, e per due motivi: il primo è che io sono di Camporosso (Žabnice in sloveno, Saifniz in tedesco), e per noi il Lutschari - come lo chiamiamo in Windisch, il nostro particolare ‘dialetto trilingue’ - è da sempre la ‘Montagna Sacra’. Il secondo è che tutto è nato da lì, dalla staffetta di corsa in salita che ogni anno si tiene sulle pendici del monte».

Nato in che senso?

«Da ragazzo non ero un grande sportivo. Un po’ come tutti avevo sì praticato sport, ma più per gioco che per convinzione; infatti, appena adolescente, mollai tutto per lidi diversi».

Non smise mica di correre in palestra per cominciare a farlo dietro alle ragazze?

«Magari! In realtà c’era bisogno di dare una mano a casa e di portare avanti gli studi. Non avanzava altro tempo».

Nel leggendario film ‘Forrest Gump’, il protagonista dice: “A un certo punto ho sentito una gran voglia di correre, e così corsi fino a quando arrivai all’Oceano”. Lei quando ha iniziato a correre?

«Fu ‘colpa’ del mio vicino di casa, che mi invitò a partecipare alla staffetta del Monte Lussari. Io accettai più che altro per fargli compagnia negli allenamenti e per tenermi un po’ in forma. Finì che, dopo qualche mese di preparazione, in gara feci tutta la salita in 49 minuti».

Un tempo quasi da campioni. Einstein diceva che le cose sono difficili fino a quando non arriva uno che le fa con una naturale facilità…

«Non so se funziona proprio così, ma visto il risultato venni incoraggiato a ripetere l’esperienza. Finché ci ho preso gusto».

Questo vuol dire che lei gode più dell’azione rispetto al risultato?

«Assolutamente sì. La corsa è il luogo preferito dove porto la mia coscienza a meditare. I posti che si percorrono mentre ‘si soffre’ forse sono noti a tanti, ma gli attimi particolari nei quali correre fra i monti consente di vederli, che sia primavera inondata di profumi o inverno gelido e buio, offrono agli occhi e all’anima dei panorami e delle immagini assolutamente uniche».

Detta così sembra un piacere assoluto… O dipende dal carattere di ciascuno di noi?

«Forse dipenderà anche dal posto dove si vive. Vivere in Val Canale non è la stessa cosa che abitare a Milano; e poi io sono legatissimo alle mie montagne, a vivere altrove non ci andrei comunque».

Agonismo o meno, invece, il suo palmares è di rilievo assoluto.

«Piano piano, livello dopo livello, dopo circa quattro anni di allenamento, nel 2008, sono passato dal titolo regionale a quello di campione italiano a coppie, una specialità dove si parte in due e si arriva in due. Sempre nel 2008 ho preso parte al Mondiale individuale, conquistando un eccellente terzo posto. Nel 2009 ho bissato il titolo italiano a coppie, salvo poi dedicarmi esclusivamente all’individuale, dove ho ottenuto il titolo l’anno successivo. Il 2011 fu un anno di fermo, anche per via di infortuni vari, e poi dal 2012 a oggi mi sono sempre confermato campione italiano. Ho preso parte al Mondiale più volte, ma senza ottenere nuovamente il podio, anche perché il Mondiale, come l’Europeo, è una gara unica e, se quel giorno non sei al top, difficile fare medaglia. Così da quest’anno partecipo al tour della Coppa del Mondo il quale, comprendendo più gare, dipende meno dalla forma di un giorno».

Ha uno staff che la segue?

«Non proprio. L’infortunio del 2011 mi ha portato a conoscere un osteopata di Cividale, Luigino Boccolini, che è anche preparatore atletico, con il quale siamo diventati amici. È lui che da quella volta mi cura gli acciacchi e programma l’allenamento».

In pratica lei è ‘allo stato puro’, come le sue montagne.

«In tutta umiltà, è davvero così; però la montagna è montagna ovunque, con la sua bellezza sempre. Durante una prova di Coppa del Mondo sono stato a correre nei Paesi Baschi, e anche lì ho trovato tanta gente ‘naturale’ come me. E questo mi piace molto, perché pur trattandosi di un ambito competitivo tutto viene vissuto nel giusto spirito sportivo di lealtà e naturalezza. E il confronto con persone che hanno uno stile di allenamento, magari anche di vita, diverso dal proprio, crea sempre una esperienza unica ed entusiasmante dalla quale si possono trarre spunti per migliorarsi».

Durante la settimana quanti allenamenti svolge?

«Almeno uno al giorno, perché questo è il mio metodo».

Fra allenamenti e lavoro le rimane tempo anche per altro?

«Certo: a breve metterò su anche famiglia. Per quanto riguarda gli allenamenti cerco di variare sempre intensità e itinerario, per avere nuovi stimoli. Succede così che un giorno vada a correre nel torrente in Val Bartolo tenendo i piedi in acqua sui ciottoli per stimolare l’equilibrio, mentre il giorno seguente ripeto il Lussari tre volte per migliorare il fondo».

Quante? Io non le ho mai fatte nemmeno con la funivia tre ascese del Lussari in un giorno… In Giappone il metodo di allenamento dello ‘Stimolo sempre diverso per il miglioramento continuo ’, è chiamato ‘Principio Kaizen’, e deriva da un principio di economia applicato al business. Vorrei chiedere a Tadei come riesce a reggere tutta quella fatica, ma non ne ho il coraggio: non sia mai che mi inviti a fare una corsa con lui. E come disse Forrest Gump: “Su questo argomento non ho altro da aggiungere!”

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