{"id":41183,"date":"2021-12-21T00:00:00","date_gmt":"2021-12-20T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/imagazine.it\/?p=41183"},"modified":"2021-12-21T00:00:00","modified_gmt":"2021-12-20T23:00:00","slug":"udine-svela-lorigine-delle-uve-da-vino-europee","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/udine-svela-lorigine-delle-uve-da-vino-europee\/","title":{"rendered":"Udine svela l\u2019origine delle uve da vino europee"},"content":{"rendered":"<p> \tL&#39;uva da vino europea potrebbe aver avuto origine dall&#39;ibridazione di uve da tavola addomesticate in Asia occidentale con viti selvatiche europee locali.<\/p>\n<p> \tLo rivela una ricerca condotta dall\u2019Universit\u00e0 di Udine e dall\u2019Istituto di Genomica Applicata (IGA) di Udine, pubblicata oggi sulla <u><a href=\"https:\/\/www.nature.com\/articles\/s41467-021-27487-y\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><span style=\"color:#0000cd;\">rivista scientifica Nature Communications<\/span><\/a><\/u>. Lo studio ha <strong>ricostruito la storia evolutiva della vite da vino in Europa<\/strong>, nonch\u00e9 <strong>identificato il gene<\/strong> che potrebbe essere stato <strong>decisivo nel passaggio della pianta da vite selvatica a vite coltivata<\/strong>, in quanto responsabile dell\u2019aumento delle dimensioni e del cambiamento della morfologia della bacca, rendendo cos\u00ec l\u2019uva pi\u00f9 attrattiva per il consumo da parte dell\u2019uomo e pi\u00f9 adatta alla vinificazione.<\/p>\n<p> \tL&#39;uva \u00e8 coltivata da quasi quattro millenni nel Mediterraneo orientale e da due millenni nell&#39;Europa occidentale. Tuttavia, l&#39;origine delle uve da vino europee \u00e8 stata sempre dibattuta. Alcune ricerche precedenti alla pubblicazione di questo studio avevano suggerito che l&#39;uva da vino europea avesse avuto origine dall&#39;addomesticamento delle specie di uva selvatica europea, indipendentemente dagli eventi di addomesticamento nell&#39;Asia occidentale.<\/p>\n<p> \tIl lavoro, intitolato \u201cThe genomes of 204 <em>Vitis vinifera<\/em> accessions reveal the origin of European wine grapes\u201d, \u00e8 stato coordinato da <strong>Michele Morgante<\/strong>, genetista del Dipartimento di Scienze agroalimentari, ambientali e animali dell\u2019Ateneo friulano e direttore scientifico dell\u2019IGA, e da <strong>Gabriele Di Gaspero<\/strong>, ricercatore dell\u2019IGA. Allo studio hanno partecipato Gabriele Magris, Irena Jurman, Alice Fornasiero, Eleonora Paparelli, Rachel Schwope e Fabio Marroni.<\/p>\n<p> \tLa ricerca \u00e8 partita dal sequenziamento di oltre 200 variet\u00e0 di vite, con l\u2019obiettivo di ricostruire la storia evolutiva della vite da vino in Europa. Tra le principali conclusioni ricavate dalle analisi fatte, \u00ab\u00e8 merso \u2013 evidenzia Michele Morgante \u2013 che <strong>tutte le viti coltivate derivano da un unico evento di addomesticamento avvenuto nel Caucaso, l\u2019attuale Georgia<\/strong>, a dispetto di alcune teorie secondo cui c\u2019era stato un secondo evento di addomesticamento in Europa. Da questo unico evento sono derivate inizialmente le variet\u00e0 di uva da tavola, da cui poi si sono ottenute quelle da vino che sono state successivamente portate in Europa\u00bb.<\/p>\n<p> \tLe informazioni ottenute dai ricercatori sono molto interessanti anche per la <strong>viticoltura ed enologia italiana, oltre che internazionale<\/strong>.<\/p>\n<p> \tAd esempio, lo studio ha evidenziato che la <strong>grande diversit\u00e0 varietale che si trova in Italia<\/strong>, di cui pu\u00f2 andare fiera l\u2019enologia italiana, trova una <strong>rispondenza genetica ben precisa a livello genomico<\/strong>.<\/p>\n<p> \t\u00abNel pool genetico della vite coltivata \u2013 spiega Morgante \u2013 si riconoscono quattro contributi ancestrali, ovvero quattro antiche popolazioni di vite che l\u2019uomo in un lontanissimo passato ha contribuito a selezionare e poi mescolare. L\u2019Italia \u00e8 l\u2019unico paese nel cui patrimonio varietale di vite da vino si ritrovano rappresentati in maniera significativa tutti e quattro questi contributi ancestrali, e in cui la maggioranza delle variet\u00e0 ha al suo interno una mescolanza di due, tre e spesso quattro contributi\u00bb.<\/p>\n<p> \tInoltre, \u00e8 emerso che <strong>alcune delle pi\u00f9 diffuse e pregiate variet\u00e0 di vite da vino, in generale variet\u00e0 del centro-nord Europa<\/strong> (Traminer, Sauvignon, Riesling, Pinot, Cabernet, Merlot) \u00ab<strong>derivano da incroci fra viti coltivate portate dall\u2019Oriente e viti selvatiche europee<\/strong> \u2013 dice Gabriele Di Gaspero &#8211; e portano all\u2019interno del loro genoma tratti di DNA derivati dalle viti selvatiche: un po\u2019 come \u00e8 avvenuto per noi umani con l\u2019uomo di Neanderthal. Sono proprio questi eventi di ibridazione avvenuti pi\u00f9 volte indipendentemente in Europa che giustificano l\u2019uso del termine autoctono per riferirci a quelle variet\u00e0 che consideriamo originarie del nostro paese o della nostra regione, ma che in realt\u00e0 hanno le loro radici pi\u00f9 lontane nei paesi in cui la specie \u00e8 stata originariamente addomesticata\u00bb.<\/p>\n<p> \tE ancora, <strong>alcune delle variet\u00e0 coltivate in Italia e Francia ancora oggi hanno met\u00e0 del loro genoma selvatico<\/strong>, ossia sono cosiddetti ibridi F1 fra viti coltivate e viti selvatiche. \u00abTra queste variet\u00e0 \u2013 precisa Morgante &#8211; in Italia troviamo in Italia ad esempio Enantio, noto anche come Lambrusco a foglia frastagliata, e Lambrusco Grasparossa. Questa evidenza \u00e8 in accordo con quanto gi\u00e0 scritto da Plinio il Vecchio, che usava il termine <em>vitis silvestris<\/em> o <em>vitis labrusca<\/em>, e dall\u2019etimologia del nome, in quanto i Romani indicavano generalmente le viti selvatiche spontanee che trovavano sui confini, detti <em>labrum<\/em>, dei campi coltivati, <em>bruscum<\/em>, con la parola latina <em>labrusca vitis<\/em>, divenuta poi in italiano Lambrusco\u00bb.<\/p>\n<p> \tQuanto all\u2019<strong>identificazione delle mutazioni probabilmente responsabili del passaggio graduale da vite selvatica a vite coltivata<\/strong> \u00absi tratta \u2013 spiega Morgante &#8211; di due geni che hanno acquisito nelle viti coltivate la peculiarit\u00e0 di essere espressi in modo specifico nelle bacche durante la fase di espansione e maturazione del frutto e che, con la loro espressione, contribuirebbero ad aumentarne la dimensione. L\u2019<strong>incremento della dimensione delle bacche <\/strong>\u2013 precisa Morgante \u2013 \u00e8 stato certamente uno degli obiettivi della millenaria opera di selezione effettuata dall\u2019uomo e ora potremmo avere finalmente <strong>identificato i meccanismi molecolari su cui questa selezione ha agito<\/strong>. Siccome la dimensione del frutto \u00e8 un carattere che \u00e8 stato selezionato in molte specie da frutto e che \u00e8 ancora oggetto di selezione per aumentare ulteriormente le dimensioni, <strong>le conoscenze acquisite potrebbero avere un impatto anche al di l\u00e0 della vite stessa<\/strong>\u00bb.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Studio pubblicato su &#8220;Nature Communications&#8221;<\/p>\n","protected":false},"author":28,"featured_media":41184,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"dwc-title":[],"dwc-content":[],"footnotes":""},"categories":[6],"tags":[],"class_list":["post-41183","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-societa"],"rttpg_featured_image_url":{"full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/45301-1.webp",960,662,false],"landscape":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/45301-1.webp",960,662,false],"portraits":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/45301-1.webp",960,662,false],"thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/45301-1-150x150.webp",150,150,true],"medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/45301-1-300x207.webp",300,207,true],"large":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/45301-1.webp",640,441,false],"thumblist":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/45301-1.webp",300,207,false],"thumbrelated":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/45301-1.webp",500,345,false],"meccarouselthumb":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/45301-1.webp",470,324,false],"gridsquare":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/45301-1.webp",377,260,false],"tileview":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/45301-1.webp",300,207,false],"1536x1536":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/45301-1.webp",960,662,false],"2048x2048":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/45301-1.webp",960,662,false],"newsup-slider-full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/45301-1.webp",960,662,false],"newsup-featured":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/45301-1.webp",960,662,false],"newsup-medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/45301-1-720x380.webp",720,380,true],"tptn_thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/45301-1.webp",250,172,false],"sow-carousel-default":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/45301-1-272x182.webp",272,182,true]},"rttpg_author":{"display_name":"redazione","author_link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/author\/redazione\/"},"rttpg_comment":0,"rttpg_category":"<a href=\"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/category\/societa\/\" rel=\"category tag\">SOCIET\u00c0<\/a>","rttpg_excerpt":"Studio pubblicato su \"Nature Communications\"","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/41183","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/users\/28"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=41183"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/41183\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media\/41184"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=41183"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=41183"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=41183"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}