{"id":37555,"date":"2021-01-13T00:00:00","date_gmt":"2021-01-12T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/imagazine.it\/?p=37555"},"modified":"2021-01-13T00:00:00","modified_gmt":"2021-01-12T23:00:00","slug":"tutta-una-questione-di-algoritmo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/tutta-una-questione-di-algoritmo\/","title":{"rendered":"Tutta una questione di algoritmo"},"content":{"rendered":"<p>Si respira una piacevole e arricchente ventata di cultura dialogando con <strong>Luca Bovino<\/strong>, autore del romanzo \u201cTutta una questione di algoritmo\u201d (Br\u00e8 Edizioni) che racconta la storia di un viaggio di lavoro nel quale il protagonista finisce per trovarsi in una serie di situazioni paradossali da cui trae esperienze angosciose, e finisce per smarrire ogni rapporto coerente con la realt\u00e0, e con s\u00e9 stesso.<\/p>\n<p>Nelle nebbie del suo delirio onirico, il malcapitato eroe realizza che ogni programma razionale \u00e8 ormai infranto, e non gli resta altro che contemplare le falle del proprio algoritmo esistenziale.<\/p>\n<p><strong>Luca, una domanda che ti faranno sicuramente tutti: cosa vuol dire che \u00e8 tutta una questione di algoritmo?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abIl titolo \u00e8 un\u2019antifrasi, cio\u00e8 un espediente retorico per dire una cosa esprimendo il suo contrario. Naturalmente, perch\u00e9 possa essere apprezzato occorrerebbe trasmettere insieme al testo un contenuto aggiuntivo che funga da spia del fatto che l\u2019intenzione del mittente \u00e8, appunto, retorica. Un po\u2019 come se dicessi, \u201ccerto che il 2020 \u00e8 stato proprio un bell\u2019anno\u2026\u201d; a chiunque abbia vissuto quest\u2019anno cos\u00ec turbolento non potr\u00e0 sfuggire il significato antifrastico del messaggio. Ecco, la cosa particolare di questo meccanismo linguistico \u00e8 che pu\u00f2 essere difficilmente codificato attraverso un algoritmo. Come aveva dimostrato Umberto Eco nei suoi studi di filosofia del linguaggio, \u00e8 molto complicato, se non proprio impossibile individuare un software per insegnare a un computer le metafore. Altrettanto inconcepibile, poi, sar\u00e0 decodificare un\u2019antifrasi. E quindi ho scelto questo titolo perch\u00e9 mi piaceva l\u2019idea di una frase che fosse autocontraddittoria, che celebrasse apparentemente la razionalit\u00e0, per poi, concretamente, beffeggiarla. Mi sembrava congeniale al mio racconto questa sua natura anfibia: icastica ed iconoclasta allo stesso tempo verso il paradigma dei nostri tempi, che \u00e8 appunto l\u2019algoritmo\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Cito una tua frase che mi ha colpito molto leggendo un\u2019altra intervista: \u201cOgni romanzo \u00e8 la storia di una quiete infranta, che un protagonista dovr\u00e0 ripristinare\u201d. Il tuo protagonista in qualche modo ci riesce?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abA dir la verit\u00e0 la frase \u00e8 presente anche nell\u2019ultimo capitolo del mio libro, dove fingo di affermare che ogni romanzo \u00e8 un sempre periplo intorno ad Itaca. Nell\u2019ultima parte del mio libro, quella pi\u00f9 metaletteraria, si avverte il debito con le letture di Propp, e dei suoi esegeti, sulla morfologia delle fiabe di magia Russe, i cui contenuti anticipavano di quasi trent\u2019anni gli studi degli strutturalisti francesi. Ogni romanzo \u00e8 caratterizzato da una doppia storia, la storia individuale dell\u2019eroe, e da quella collettiva del contesto in cui si trova. Entrambe possono trovarsi inizialmente in quiete, oppure gi\u00e0 in crisi, e possono concludersi in quiete (allora si parla di romanzo consolatorio, o circolare), oppure in crisi (e allora si pu\u00f2 parlare di romanzo nero, o finale aperto). Il romanzo \u00e8 caratterizzato, per\u00f2, sempre dalla tensione del protagonista verso il tentativo di ripristinare la quiete infranta nella vicenda collettiva, e nella propria (per esempio, la vendetta per la morte di un amico, o la conquista del cuore dell\u2019innamorata, o la realizzazione di un sogno paterno, ecc.). Nelle favole tradizionali questi elementi erano ben visualizzabili attraverso le figure archetipiche dell\u2019eroe, e del malvagio che minaccia la citt\u00e0. Il protagonista sconfigge il malvagio, salva la citt\u00e0 e ne diventa l\u2019eroe, e magari sposa la regina e cambia il proprio <em>status<\/em> sociale. Nel romanzo moderno sono cambiati i nomi e gli interlocutori, magari il protagonista \u00e8 un professore di semiologia, il cattivo \u00e8 una societ\u00e0 occulta e il regno \u00e8 un\u2019eroina che sembra l\u2019erede di Maria Maddalena (in questo caso, avremmo la struttura del <em>Codice Da Vinci<\/em>. Ma potremmo divertirci a decrittare secondo questa griglia qualsiasi romanzo). Sono cambiati i nomi, e i personaggi, ma sono rimaste identiche le funzioni. Posso dirti un\u2019altra cosa. Puoi sostituire alle nozioni di <em>quiete<\/em> e <em>crisi<\/em> (intesa come infrazione della quiete) due numeri, come 0 e 1; allora puoi leggere la struttura di un romanzo come uno spostamento periodico di due, o pi\u00f9 incognite, per esempio: <em>a <\/em>(la storia individuale) o <em>b <\/em>(la storia collettiva), o magari <em>c<\/em> (pi\u00f9 storie individuali o collettive intrecciate tra loro) rispetto alle posizioni 0 o 1, cio\u00e8 di quiete o crisi. In tal modo potrai vedere come possano combinarsi queste incognite cambiando nel corso del romanzo dall\u2019uno all\u2019altro dei due valori assegnati. L\u2019algoritmo di un romanzo, in fondo \u00e8 tutto qui: \u00e8 un calcolo fattoriale\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Quanto peso dai alle parole, scritte e verbali che siano?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abLa domanda \u00e8 molto complicata e compromettente. La parola \u00e8 una frazione di un fenomeno molto pi\u00f9 complesso che \u00e8 la comunicazione. Albert Mehrabian ha dimostrato come solo il 7% della comunicazione sia affidata alle parole, cio\u00e8 alla comunicazione verbale. Il 38% ai contenuti paraverbali (tono, timbro e ritmo della voce), mentre il 55% \u00e8 affidato al linguaggio non verbale (mimica, postura, gestualit\u00e0 facciale). \u00c8 facile capire da queste percentuali come sia facile fraintendere una comunicazione affidandosi soltanto alle parole, e come sia invece molto pi\u00f9 efficace un messaggio affidato al timbro vocale, o alla mimica facciale, o alla combinatoria di tutti questi elementi. La parola \u00e8 polisemica, e questa \u00e8 la sua forza e al contempo la sua debolezza. La parola pu\u00f2 esprimere uno stato del mondo, ma non pu\u00f2 sostituirlo. Pu\u00f2 creare mondi, ma non pu\u00f2 porsi in luogo dei mondi che esistono. Questa pipa non sar\u00e0 mai una pipa. Dicono che sia stato questo il motivo che abbia spinto Pasolini ad abbandonare la scrittura per dedicarsi al cinema, per uscire dalle paludi della polisemia verbale. In tal caso, per\u00f2, non \u00e8 riuscito a sottrarsi al rischio della polisemia iconografica, del resto ogni scelta fatta per evitare un rischio ne contempla necessariamente qualche altro, spesso pi\u00f9 grave del rischio che si voleva inizialmente evitare. La parola \u00e8 il vero protagonista del mio libro. \u00c8 la cerniera che unisce il mondo interiore con quello esteriore, la cultura con la natura, la realt\u00e0 e il pensiero. \u00c8 l\u2019unione di due contenuti differenti: il senso e il suono. Ma tra i due quello pi\u00f9 importante per comunicare un messaggio \u00e8 il suono, pi\u00f9 che il senso. E quindi, per agevolare ed enfatizzare l\u2019elemento paraverbale del mio testo mi sono affidato in grande misura all\u2019uso di figure retoriche di suono: alessandrini ed endecasillabi nascosti, persino qualche haiku. Per avere l\u2019illusione di poter catturare un frammento di realt\u00e0, o quantomeno di poterla trasferire al lettore. E poi perch\u00e9 \u00e8 quasi un gioco: caccia al metro\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Se tu dovessi descrivere, quindi, il tuo stile narrativo con una figura retorica, quale useresti?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abCome figura retorica di suono mi ha sempre colpito la paronomasia, e, sia pure con la dovuta parsimonia, ho cercato di privilegiare spesso i rapporti paranomastici che si creavano con la nostra lingua, perch\u00e9 sono quelli che sollecitano maggiormente le associazioni di immagini e di idee nel nostro emisfero destro. Se dici <em>calore<\/em> ti viene subito in mente anche <em>colore, <\/em>se dici <em>filologia <\/em>non puoi fare a meno di pensare anche ad un <em>filo <\/em>(ed \u00e8 quello che succcede, infatti, in un punto particolare del mio romanzo)<em>.<\/em> Le figure di suono mi colpiscono perch\u00e9 sono immediate, incontrollabili e spesso inevitabili. Come si fa a dire a qualcuno di evitare di pensare agli elefanti rosa? La negazione implica necessariamente il contenuto, ed \u00e8 impossibile bloccare l\u2019evoluzione alogica di una serie di idee, la cui presenza \u00e8 stimolata da altre idee. Per questo, pensando a figure retoriche di senso, invece, mi sento di essere a casa nel territorio della metonimia, cio\u00e8 in quei meccanismi di associazione indiretta di pi\u00f9 concetti, attraverso dei salti che non necessariamente seguono leggi prefissate, ma spesso usano il contenuto per il contenitore, o il genere per la specie, o qualcosa che stia a qualcos\u2019altro in qualche modo per qualcuno. Se dico \u201cil signor Portobello\u201d sto pensando a Enzo Tortora (cosa che accade nel mio romanzo). Per\u00f2 il collegamento che c\u2019\u00e8 tra un\u2019espressione e il suo contenuto, tra il testo e il referente, non \u00e8 esplicito; lo ricostruisce il lettore attraverso il proprio bagaglio di esperienze, ma \u00e8 una specie di patto segreto, di frase in codice tra spie, di smorfia occulta che consente di creare un legame speciale con il destinatario del mio testo\u00bb.<\/p>\n<p><strong>La Menzione Speciale al Premio Bukowski 2020, arrivando finalista nella cinquina del I concorso internazionale Montag 2020, \u00e8 un punto di arrivo gi\u00e0 conquistato all\u2019esordio o rappresenta per te lo sprone giusto per una seconda opera?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abC\u2019era un divertentissimo racconto di Achille Campanile a proposito di un maestro che insegnava l\u2019oratoria ai propri allievi, e diceva loro: ricordate, qualsiasi discorso efficace rivolto al pubblico \u00e8 fatto da due soli concetti: questo ci fa sperare bene per l\u2019avvenire; questo \u00e8 soltanto un punto di partenza e non di arrivo. Nel racconto dimostrava come questa regola fosse adattabile a qualsiasi tipo di discorso fatto in qualsiasi contesto, dal matrimonio, al funerale, al premio accademico, alla lezione scolastica. Non ho mai capito bene, per\u00f2, cosa ci fosse da ridere. Ad ogni modo, con questa citazione dovrei aver risposto alla domanda. Tornando ai premi letterari, certo sono state delle iniezioni di autostima, sempre molto graditi, specialmente per un esordiente. I premi letterari ti danno la garanzia di avere almeno un lettore: il giurato. E non \u00e8 poco, se pensi che Manzoni stesso sosteneva che per ogni scrittore esistono soltanto venticinque lettori, e gli altri sono soltanto acquirenti. Per\u00f2 credo che i premi siano un po\u2019 come la scala di Wittgenstein, ti servono per arrivare a raggiungere una consapevolezza di te, ma poi vanno gettati via\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Infine, guardandoti dalla prospettiva del lettore, quale libro sorprenderebbe i tuoi amici se lo trovassero nella tua biblioteca?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abSto dando un\u2019occhiata alla pila di libri amorevolmente parcheggiati sulla mia scrivania. C\u2019\u00e8 Saramago, c\u2019\u00e8 Amado, Tolstoj, Foster Wallace, Calvino, Woody Allen\u2026 ecco, forse un libro intervista di Augias sulla nascita della religione cattolica. S\u00ec, probabilmente questo potrebbe sembrare estraneo, o eccentrico rispetto al mio Pantheon, ma ho le giuste attenuanti. Diceva Borges nella premessa al <em>Libro del cielo e dell\u2019inferno <\/em>che trovava sempre strano il fatto che i credenti si interessassero cos\u00ec poco della forma che dovrebbe avere il paradiso, mentre lui ne era cos\u00ec follemente interessato, pur essendo ateo. Ecco, forse potrei trovare la sua stessa motivazione, non pongo limiti alla mia curiosit\u00e0, e mi tengo stretto le mie letture, anche quelle pi\u00f9 eccentriche, estemporanee ed eretiche\u00bb.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il nuovo libro di Luca Bovino<\/p>\n","protected":false},"author":19,"featured_media":37556,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"dwc-title":[],"dwc-content":[],"footnotes":""},"categories":[37],"tags":[],"class_list":["post-37555","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-cultura-e-spettacolo"],"rttpg_featured_image_url":{"full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/37831-1.webp",900,756,false],"landscape":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/37831-1.webp",900,756,false],"portraits":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/37831-1.webp",900,756,false],"thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/37831-1-150x150.webp",150,150,true],"medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/37831-1-300x252.webp",300,252,true],"large":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/37831-1.webp",640,538,false],"thumblist":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/37831-1.webp",300,252,false],"thumbrelated":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/37831-1.webp",500,420,false],"meccarouselthumb":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/37831-1.webp",386,324,false],"gridsquare":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/37831-1.webp",310,260,false],"tileview":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/37831-1.webp",300,252,false],"1536x1536":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/37831-1.webp",900,756,false],"2048x2048":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/37831-1.webp",900,756,false],"newsup-slider-full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/37831-1-900x720.webp",900,720,true],"newsup-featured":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/37831-1.webp",900,756,false],"newsup-medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/37831-1-720x380.webp",720,380,true],"tptn_thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/37831-1.webp",250,210,false],"sow-carousel-default":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/37831-1-272x182.webp",272,182,true]},"rttpg_author":{"display_name":"Francesca Ghezzani","author_link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/author\/ghezzani\/"},"rttpg_comment":0,"rttpg_category":"<a href=\"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/category\/cultura-e-spettacolo\/\" rel=\"category tag\">CULTURA&amp;SPETTACOLO<\/a>","rttpg_excerpt":"Il nuovo libro di Luca Bovino","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/37555","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/users\/19"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=37555"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/37555\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media\/37556"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=37555"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=37555"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=37555"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}