{"id":29537,"date":"2019-05-28T00:00:00","date_gmt":"2019-05-27T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/imagazine.it\/?p=29537"},"modified":"2019-05-28T00:00:00","modified_gmt":"2019-05-27T23:00:00","slug":"fuga-per-la-liberta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/fuga-per-la-liberta\/","title":{"rendered":"Fuga per la libert\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>Il 10 febbraio 1947 il destino della Venezia Giulia e della Dalmazia era segnato per sempre dal Trattato di Pace di Parigi e, contrariamente alla tanto promessa libert\u00e0, ebbero inizio le vessazioni tipiche dei regimi dittatoriali. Tra coloro che volevano crescere e vivere finalmente da uomini liberi c\u2019erano due fratelli: <strong>Giovanni e Abdon Pamich<\/strong>, due adolescenti fiumani, rispettivamente di 15 e 14 anni. Prima che sorgesse l\u2019alba del 23 settembre 1947 (marted\u00ec, primo giorno d\u2019autunno), i due giovani misero in atto un progetto temerario: abbandonare gli affetti famigliari, la scuola, gli amici e l\u2019amata <strong>Fiume <\/strong>con l\u2019obiettivo di ricongiungersi al padre, che li aveva preceduti di poco recandosi a Milano col proposito di farsi raggiungere dal resto della famiglia. A Fiume erano rimasti in angosciosa attesa la mamma e i due fratelli pi\u00f9 piccoli, Raoul (11 anni) e Irma (4 anni). L\u2019aver affrontato l\u2019ignoto, che si riveler\u00e0 ben pi\u00f9 duro del previsto, superando ostacoli, disagi e sofferenza, \u00e8 stata una prova di fiducia nel futuro, di coraggio e di maturit\u00e0 da parte dei due ragazzi.<\/p>\n<p>A raccontare questa storia di peregrinazioni da un campo profughi all\u2019altro, da una citt\u00e0 all\u2019altra, prima della riunificazione della famiglia in quel di Genova, \u00e8 il professor Giovanni Pamich, uno spirito libero, legato indissolubilmente alla propria terra, Fiume (la citta dell\u2019aquila a due teste e del motto antico <em>Indeficienter <\/em>[<em>inesauribile<\/em>]), gi\u00e0 valente chirurgo e docente alla Scuola di Specializzazione in Chirurgia Vascolare dell\u2019Ateneo triestino, Ufficiale medico di complemento della nostra Marina\u00a0Miliare, Primario di Chirurgia Generale presso gli ospedali di Monfalcone e Gorizia, con esperienze professionali in Svizzera (Locarno e Bellinzona), in Inghilterra (\u201cRegistrar\u201d in Reparto ospedaliero di Chirurgia Toracica), in Friuli (Palmanova) e una lunga attivit\u00e0 a bordo delle grandi navi bianche, rispondendo al forte richiamo del mare.<\/p>\n<p>Il destino ha negato a Giovanni, a differenza di Ulisse, il ritorno alla \u2018sua Itaca\u2019, ma non ai suoi genitori, che, grazie a lui quale <em>votum solvit<\/em>, ora riposano assieme agli avi nel cimitero monumentale fiumano di Cosala, come testimoniato dall\u2019iscrizione incisa sulla loro tomba: \u201c<em>Sono ritornati a casa<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Giovanni Pamich parla anche per Abdon, il fratello di un anno pi\u00f9 giovane, compagno fiducioso in quell\u2019incredibile avventura, ora residente a Roma (lauree in Psicologia e in Sociologia), gi\u00e0 funzionario di una multinazionale e di altre aziende pubbliche, che, senza nulla togliere all\u2019impegno professionale, si \u00e8 dedicato con sacrificio, ottenendo strepitosi risultati, alla\u00a0dura disciplina sportiva della marcia.<\/p>\n<p><strong>Giovanni Pamich, quale ricordo e quali sensazioni porta nel cuore di quel 23 settembre 1947?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abRicordando quel giorno mi tornano alla mente una splendida estate non ancora giunta al termine, la ripresa delle lezioni al Liceo Italiano (il Liceo Classico \u201cDante Alighieri\u201d, da me frequentato, era stato unificato con il Liceo Scientifico \u201cAntonio Grossich\u201d nell\u2019edificio di quest\u2019ultimo, per la drastica diminuzione degli studenti in gran parte gi\u00e0 esodati) in una classe dove la met\u00e0 dei banchi era priva dei coetanei dell\u2019anno scolastico precedente.\u00a0Alcuni di loro, salvatisi dalle persecuzioni naziste, avevano preannunciato il ritorno nella patria dei bisnonni, chi a Praga, chi a Budapest e chi in altre nazioni dell\u2019ex Impero asburgico. Stranamente, la loro corrispondenza mi giungeva da svariate citt\u00e0 italiane. Questo confermava che la strada verso la libert\u00e0 era a Occidente, la strada che, rompendo gli indugi prima dell\u2019alba del 23 settembre, scelsi con mio fratello. Non fu una decisione facile da prendere: si lasciavano tanti affetti, molte amicizie, bei ricordi di momenti sereni e, soprattutto, si abbandonava una citt\u00e0 di cui facevamo parte e che era nel nostro essere. Nella consapevolezza di andare verso l\u2019ignoto. Facemmo appello a tutta la forza interiore per poter andare avanti e cercare di ricostruire una nuova vita, coscienti di dover affrontare molte incomprensioni, tanta indifferenza e talvolta pure marcata ostilit\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Come pensavate di superare la Cortina di Ferro, entro cui foste inclusi il 10 febbraio 1947 col Trattato di Pace di Parigi?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abInizialmente non avevamo un\u2019idea ben chiara, quindi decidemmo di acquistare un biglietto ferroviario per Trieste e salimmo sul primo treno che partiva verso le due del mattino in quella direzione. Avevamo previsto di scendere all\u2019ultima stazione sotto controllo jugoslavo, per poi attraversare il Carso eventualmente a piedi, fino alla zona controllata dagli Anglo-americani.\u00a0Ipotesi errata, perch\u00e9 il convoglio non era diretto a Trieste bens\u00ec a Lubiana, per cui prima del sorgere dell\u2019alba fummo costretti a scendere a San Pietro del Carso (Pivka) e aspettare infreddoliti il treno per Trieste. Finalmente, a mattina inoltrata arriv\u00f2 la coincidenza. Purtroppo, sbagliammo salendo su una carrozza della sezione che andava da Lubiana a Fiume, invece di salire su una di quelle della sezione diretta a Trieste. Ci accorgemmo dell\u2019errore dopo che il treno aveva gi\u00e0 percorso alcuni chilometri\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Cosa faceste?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abNella concitazione del momento ci mettemmo a correre verso la coda del convoglio incappando in un miliziano, il quale, avendoci probabilmente inquadrato alla partenza da Fiume, ci chiese arcigno dove esattamente fossimo diretti. Evitammo di rispondere e sgattaiolammo in avanti, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, continuando a correre. Per nostra fortuna dopo\u00a0un po\u2019 il treno si arrest\u00f2 in mezzo al Carso, probabilmente per un semaforo rosso, e noi scendemmo precipitosamente sulla massicciata ferroviaria avviandoci a piedi di nuovo verso San Pietro, dove giungemmo a mezzogiorno suonato\u00bb.<\/p>\n<p><strong>L\u00ec cosa successe?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abDopo aver atteso pazientemente fino al tardo pomeriggio la coincidenza successiva per Trieste, ecco un\u2019ulteriore sorpresa: la linea di demarcazione era stata spostata verso est, da Sesana a Divaccia. Qui i miliziani fecero scendere tutti dai vagoni, ammassando le persone nella sala d\u2019aspetto della stazione per controllare i documenti. Regnava una gran confusione, mio fratello e io ci facemmo guardinghi e molto attenti a ci\u00f2 che succedeva, avendo notato che erano numerosi i respingimenti e\u00a0i divieti di superare il confine. Cercammo di arretrare sempre pi\u00f9 in attesa di cogliere un momento favorevole per superare il controllo. L\u2019occasione si present\u00f2 quando ci trovammo circondati da un gruppo di donne triestine vocianti di ritorno dalla ricerca dei famigliari internati in Jugoslavia: vedendoci straniti, in pantaloncini corti, stanchi e piuttosto tesi, ci chiesero da dove venivamo e le nostre intenzioni. Compreso il problema, ci tennero vicini come fossimo loro figli, cos\u00ec al controllo dei documenti, complice la ressa e la gran confusione, passammo inosservati o non considerati dai \u2018graniciari\u2019 e risalimmo velocemente sul treno con le signore sempre vocianti, che al nostro tentativo di ringraziarle ci intimarono di tacere guardandosi preoccupate intorno. Il treno non aveva ancora valicato la linea di demarcazione tra Jugoslavi e Alleati e l\u2019OZNA (Dipartimento per la protezione del popolo, <em>ndr<\/em>) aveva occhi e orecchie dappertutto\u00bb.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/imagazinevideotruck.it\/outlet\/relink.html\" target=\"_top\" rel=\"noopener\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" align=\"LEFT\" height=\"250\" src=\"http:\/\/imagazinevideotruck.it\/outlet\/outlet30.gif\" width=\"300\" alt=\"\" title=\"\"><\/a><\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>Lo sbarco in Italia come fu?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abA tarda sera, ben oltre le 22, finalmente posammo piede nella stazione di Trieste da dove fummo avviati al famoso Silos, che fungeva da prima tappa per coloro che avevano varcato la Cortina di Ferro. Spogliati e inondati di DDT, ci venne assegnata una branda dell\u2019ex Regio Esercito, una coperta e pure una pagnotta con della mortadella, che addentammo con voracit\u00e0. L\u2019indomani, sotto una pioggia battente, venimmo indirizzati a un ufficio del Governo Militare Alleato (GMA) per ritirare un documento di transito dal Territorio Libero di Trieste (TLT) all\u2019Italia e un biglietto ferroviario per Milano, dove ci attendeva nostro padre. Si era cos\u00ec conclusa la parte pi\u00f9 perigliosa della nostra fuga da Fiume\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Ma l\u2019avventura non era ancora terminata\u2026<\/strong><\/p>\n<p>\u00abPurtroppo no. Il viaggio notturno da Trieste a Milano, su un treno gremitissimo, fu un tormento continuo, passato in piedi e non perfettamente in verticale. Giunti a destinazione al mattino presto, impiegammo mezza giornata per trovare nostro padre, che non era presente in via Dante 4, come previsto. Con lui trascorremmo un mese e pi\u00f9 in condizioni molto precarie, sia perch\u00e9 la multinazionale nella cui succursale di Milano pap\u00e0 avrebbe dovuto trovare lavoro e appoggio era sparita nel bailamme bellico e postbellico, sia per difficolt\u00e0 di alloggio in una citt\u00e0 ancora piena di macerie. Fu giocoforza, allora, essere avviati al Campo di transito per profughi di Udine, ubicato in via Gorizia, in una Scuola elementare, da dove, dopo circa un mese, fummo trasferiti in modo definitivo al Campo profughi di Novara\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Quale fu l\u2019impatto con Novara e la vostra permanenza tra nebbie e risaie?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abL\u2019impatto fu decisamente traumatico. Venimmo sistemati in una caserma semidistrutta, in una camerata priva di infissi, che ospitava nuclei famigliari separati gli uni dagli altri da coperte appese a delle corde. Ci fu assegnato un spazio ove si trovavano due posti letto formati ciascuno da due cavalletti metallici, che sostenevano un insieme di doghe sulle quali era disteso un sacco contenente foglie di granoturco a mo\u2019 di materasso e due coperte, considerata la stagione invernale. I servizi igienici erano latrine aperte e un trogolo con rubinetti dai quali d\u2019inverno usciva una stalattite di ghiaccio. Rancio in cortile, distribuito in gavetta\u00a0 con cucchiaio da capienti marmitte ex militari\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Non proprio quanto speravate partendo da Fiume\u2026<\/strong><\/p>\n<p>\u00abAbdon e io, seduti sul bordo dei letti, ci guardammo l\u2019un l\u2019altro per due giorni, quasi inebetiti. Alla fine ci demmo uno scossone e andammo a iscriverci a scuola per riprendere gli studi interrotti da due mesi: io alla prima del Liceo Classico e Abdon all\u2019istituto Tecnico per Geometri: il suo sogno di frequentare il Nautico veniva cos\u00ec, di necessit\u00e0, accantonato. Pap\u00e0, intanto, aveva raggiunto Genova in cerca di lavoro e di una sistemazione definitiva per tutta la famiglia\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Per quanto tempo siete rimasti a Novara?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abA Novara io e mio fratello concludemmo con profitto i nostri rispettivi impegni scolastici. Pap\u00e0 intanto era riuscito a trovare a Genova una soluzione abitativa accettabile, che avrebbe consentito di ritrovarci finalmente tutti assieme. Cos\u00ec, a fine estate 1948, profilandosi a breve l\u2019inizio del nuovo anno scolastico e con la speranza che, nel frattempo, anche mamma e i fratelli potessero raggiungerci, prendemmo congedo dal Campo profughi e raggiungemmo nostro padre a Genova. A met\u00e0 ottobre andai a Udine incontro a mamma, Raoul e Irma in arrivo da Fiume per accompagnarli a Genova, dove l\u2019intera famiglia finalmente pot\u00e9 cominciare una nuova vita\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Come fu questa nuova vita?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abFurono anni duri per una famiglia numerosa come la nostra\u00a0 in pieno periodo postbellico, poich\u00e9 lavorava solo pap\u00e0. Nel 1950 mi iscrissi alla Facolt\u00e0 di Medicina e Chirurgia dell\u2019Universit\u00e0 di Genova e, per procurarmi una certa indipendenza economica, accettai l\u2019incarico offertomi dal Provveditorato agli Studi di Genova come insegnante di educazione fisica presso un Istituto superiore della citt\u00e0. Conseguita la laurea nel 1956, dopo un breve periodo da assistente medico ospedaliero, venni chiamato a prestare servizio di leva nella Marina Militare presso l\u2019Accademia Navale di Livorno, dalla quale fui congedato nel giugno del 1959 col grado di Sottotenente medico\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Nel frattempo si era anche sposato.<\/strong><\/p>\n<p>\u00abA un anno dalle nozze nacque mio figlio Marco e, sette anni dopo, arriv\u00f2 Sara. Segu\u00ec la mia prima esperienza professionale quale Assistente Chirurgo in Svizzera, presso l\u2019ospedale di Locarno e, poi, come aiuto chirurgo presso l\u2019ospedale di Bellinzona. Raggiunto un buon grado di formazione venni invitato da un amico e collega triestino a continuare il mio percorso negli ospedali italiani e cos\u00ec fu. Finalmente nel 1974, dopo anni di lavoro e di studio, mi fu assegnato il mio primo incarico di primario chirurgo a Monfalcone e la mia posizione venne confermata dopo che ebbi sostenuto e vinto il concorso nazionale nel 1977. Dall\u2019inizio del 1999 fino alla fine del 1995 ressi come Primario la Divisione Chirurgica dell\u2019ospedale di Gorizia. Rientrato a Monfalcone, andai in quiescenza alla fine del 1999. Durante gli ultimi 13-14 anni della mia professione ospedaliera, fui cooptato dal Direttore dell\u2019Istituto di Patologia Chirurgica \u2013 il Prof. Nemeth \u2013 come professore a contratto e poi come professore associato presso la Scuola di Specializzazione in Chirurgia Vascolare dell\u2019Universit\u00e0 di Trieste. In seguito, per altri 11 anni, ho cercato \u201c&#8230; uno spazio di rigore e di libert\u00e0 \u2026\u201d, come scriveva Victor Hugo: lo trovai nel mare, con la sua vastit\u00e0 e il suo fascino, ragione per cui mi sono imbarcato sulle grandi navi bianche in qualit\u00e0 di Direttore Sanitario\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Suo fratello Abdon divenne invece un fenomeno sportivo. \u00c8 vero che fu lei a indirizzarlo alla marcia?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abQuando iniziai gli studi universitari, per seguire il consiglio degli antichi \u201c<em>mens sana in corpore sano<\/em>\u201d mi iscrissi all\u2019Associazione Amatori Atletica di Genova (AAA), dove venni avviato, per la mia conformazione fisica, a scegliere la \u2018marcia\u2019 fra le varie specialit\u00e0 dell\u2019atletica leggera. Raggiunsi subito buoni risultati, vincendo il premio \u2018Pavesi\u2019, una gara nazionale per esordienti. A quella vittoria ne seguirono altre in campo regionale e buoni piazzamenti in quello nazionale. I miei successi stimolarono Abdon, che intraprese la stessa disciplina con i risultati prestigiosi che ben conosciamo, mentre i miei traguardi sportivi ebbero fine per l\u2019impegno di completare gli studi nel tempo previsto\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Torniamo da dove siamo partiti: cosa rappresenta per lei la citt\u00e0 di Fiume?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abPi\u00f9 che la mia culla, Fiume equivale al grembo materno: l\u00e0 trascorsi gli anni felici della prima e della seconda infanzia, interrotti da una guerra cruenta e crudele di cui vidi gli effetti devastanti con occhi ancora troppo acerbi; effetti che hanno lasciato segni indelebili nella mia mente. In quel contesto nacquero le prime amicizie con ragazzi dalle pi\u00f9 varie origini \u2013 amicizie tuttora vive nei miei ricordi \u2013 e mi \u00e8 rimasta nel cuore la memoria di una citt\u00e0 che era un microcosmo in cui convivevano numerose lingue, culture e religioni in completa sintonia. Tutti si sentivano cittadini alla<br \/>\npari, ognuno <em>primus inter pares<\/em>\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Quale consiglio darebbe ai giovani?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abConsiglierei loro di studiare per avere un certo grado di cultura che li aiuti a discernere la verit\u00e0 dalle menzogne per non farsi irretire da falsi profeti, da ambiziosi sfrenati, da gente avida di potere o di denaro, mascherata da salvatori dell\u2019umanit\u00e0; di aprire la propria mente senza farsi condizionare, dando retta al proprio sentire e cercare di raggiungere libert\u00e0 di pensiero,\u00a0scevro da inquinamenti nazionalistici, rispettoso di culture, religioni e lingue altrui. Ricordando sempre l\u2019insegnamento di un grande pensatore quale Immanuel Kant: \u201c<em>La mia libert\u00e0 finisce dove comincia quella degli altr<\/em><em>i<\/em>\u201d\u00bb.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Pamich<\/p>\n","protected":false},"author":29,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"dwc-title":[],"dwc-content":[],"footnotes":""},"categories":[5],"tags":[],"class_list":["post-29537","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-attualita"],"rttpg_featured_image_url":null,"rttpg_author":{"display_name":"Renato Duca e Renato Cosma","author_link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/author\/duca\/"},"rttpg_comment":0,"rttpg_category":"<a href=\"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/category\/attualita\/\" rel=\"category tag\">ATTUALIT\u00c0<\/a>","rttpg_excerpt":"Giovanni Pamich","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29537","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/users\/29"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=29537"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29537\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=29537"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=29537"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=29537"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}