{"id":28760,"date":"2019-01-18T00:00:00","date_gmt":"2019-01-17T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/imagazine.it\/?p=28760"},"modified":"2019-01-18T00:00:00","modified_gmt":"2019-01-17T23:00:00","slug":"la-liberta-della-parola","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/la-liberta-della-parola\/","title":{"rendered":"La libert\u00e0 della parola"},"content":{"rendered":"<p><strong>L\u2019anno zero<\/strong><\/p>\n<p>Il 10 settembre 1983 \u00e8 un sabato. Un sedicenne di Chiusaforte scende a Udine: \u00e8 il grande giorno della gara di corsa, per la quale si \u00e8 duramente allenato. Accanto a lui, ai blocchi di partenza, ci sono altri quattro sfidanti; \u00abal \u201cpronti\u201d i cinque ragazzi inarcano le schiene [\u2026]; al \u201cvia\u201d, lo scoppio di cinque corpi levigati si alza nella mattina di settembre, e cinque armonici sistemi di leve, modellati per due anni al solo scopo di coprire una distanza nel pi\u00f9 breve tempo possibile, aggrediscono il\u00a0tartan, che sotto i passi corre via veloce\u00bb.<\/p>\n<p>Il sedicenne, per\u00f2, ha una marcia in pi\u00f9: \u00abLa linea d\u2019arrivo si avvicina, non vede nessuna schiena davanti a s\u00e9, passa il traguardo e procede ancora per una decina di metri, adesso \u00e8 un arco scarico. [\u2026] Si guarda attorno, vede i suoi compagni,\u00a0il corpo \u00e8 docile, non d\u00e0 pensieri, lui \u00e8 felice\u00bb. Non sa, il ragazzo, che la sera stessa si trover\u00e0 catapultato sull\u2019asfalto cadendo da una moto, assieme a un amico che morir\u00e0 sul colpo. Non sa che dovr\u00e0 rinunciare ai suoi sogni di aviatore. Non sa che la sua vita, sballottata da un ospedale all\u2019altro, sar\u00e0 per sempre inchiodata su una sedia a rotelle.<\/p>\n<p>Il racconto dell\u2019anno zero del poeta <strong>Pierluigi Cappello <\/strong>\u00e8 affidato al suo unico, stupendo romanzo uscito nel 2013: <em>Questa libert\u00e0<\/em>. 173 pagine in cui l\u2019autore ricorda la sua infanzia fino all\u2019uscita dall\u2019ospedale, quando \u00abla porta automatica si spalanc\u00f2 su un continente ignoto \u00bb, ovvero la vita <em>dopo <\/em>l\u2019incidente; 173 pagine in cui Pierluigi \u2212 da qui in poi lo chiamer\u00f2 cos\u00ec: unica concessione pubblica al nostro rapporto privato, che rimarr\u00e0 tale \u2013 ricostruisce il suo universo di bambino e adolescente, in quella Chiusaforte che \u00abnon era l\u2019Italia del Settanta [\u2026.] \/ ma una bolla, minuti raddensati in secoli \/ nei gesti di uno stare fermi nel mondo \/ cose che avevano confini piccoli, gli orti poveri, le cataste \/ di ceppi che erano state un\u2019eco di tempo in tempo rincorsa \/ di falda in falda, dentro il buio\u00bb (<em>Ombre<\/em>).<\/p>\n<p><strong>Le prime raccolte<\/strong><\/p>\n<p>\u00abCominciai a disegnare alle medie, a Pontebba, quando la professoressa ci lesse la <em>Chanson de Roland <\/em>prima in originale e poi in traduzione: fu un impatto fortissimo. Disegnavo a china o matita \u2013 una passione che mi \u00e8 rimasta \u2013 dame e cavalieri: disegnavo quando ancora non ero in grado di esprimere compiutamente l\u2019eco che quelle letture avevano suscitato in me. Passato alla poesia, ero convinto che quella fosse la forma pi\u00f9 semplice di letteratura: mi sbagliavo, era la pi\u00f9 difficile\u00bb. <u><a href=\"http:\/\/www.imagazine.it\/notizie-trieste-gorizia-udine-friuli\/264\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Cos\u00ec mi disse Pierluigi nel dicembre 2012<\/a><\/u>, ripercorrendo le tappe del suo apprendistato letterario, culminato nel 1994 con l\u2019uscita della prima raccolta ufficiale: <em>Le nebbie<\/em>. Ma il vero principio, nel giudizio severo che egli riservava a se stesso, \u00e8 la seconda raccolta (1998): <em>La misura dell\u2019erba<\/em>. Il titolo, emblematico, riprende una delle poesie \u2018manifesto\u2019 del libro: \u00abAttieniti alla misura dell\u2019erba \/ di questo prato che \u00e8 largo \/ quanto si stende di verde \/ \u00e8 qui che sei approdato, adesso; \/ ti sei svegliato \/ hai inforcato gli occhiali \/ hai calzato le scarpe \/ hai camminato, perfino\u00bb.<\/p>\n<p>Il prato in cui Pierluigi pu\u00f2 addirittura alzarsi e passeggiare \u00e8 quello della letteratura, uno spazio mentale in cui le parole sono gambe che portano lontano: un cortile che ha limiti ben definiti, ai quali bisogna attenersi perseguendo una poesia limpida, un \u00abcielo elementare \/ azzurro come i mari degli atlanti \/ la tersit\u00e0 di un indice che dica \u201cquesta \u00e8 la terra, il blu che vedi \u00e8 il mare\u201d\u00bb. Proprio la ricerca della purezza lo conduce alla poesia in friulano, la vera lingua \u2018madre\u2019 appresa quando ancora non si aveva paura di definirla \u2018dialetto\u2019, con tutta l\u2019epica domestica racchiusa in questa parola: il focolare, la dignit\u00e0 dei genitori, il mondo rurale di Chiusaforte. Nascono cos\u00ec, nel 1999, le raccolte <em>Il me Donzel <\/em>e <em>Am\u00f4rs<\/em>, piccoli capolavori di vitalismo\u00a0traboccante: \u00abT\u00f4 la m\u00ea bocje am\u00f4r sul to sav\u00f4r \/ la m\u00ea vergogne di vivi cum\u00f2 \/ ch\u2019o ti tocji ch\u2019o ti sflori e o ti cor \/ come inte gnot un gjat ad\u00f4r dai m\u00fbrs; \/ jo o ti cor come un gjat ad\u00f4r dai m\u00fbrs \/ siben ch\u2019o sai che intai conts di am\u00f4r \/ doi mancul un mancul di zeri al f\u00e2s \/ e un plui un un al var\u00e8s di f\u00e2, \/ siben che e reste cum\u00f2 che tu v\u00e2s \/ la m\u00ea cerce di te su la t\u00f4 piel \/ su la m\u00ea il risin\u00e2 dai tiei cjavei \/ e je dentri te t\u00f4 la m\u00ea p\u00f4re \/ di smente\u00e2mi di me\u00bb (<em>Tua la mia bocca, amore, sul tuo sapore, la mia vergogna di vivere adesso che ti tocco che ti sfioro e ti corro, come un gatto nella notte rade i muri; io ti corro come un gatto rade i muri, sebbene sappia che nei calcoli d\u2019amore due meno uno dia meno di zero e uno pi\u00f9 uno dovrebbe dare uno, bench\u00e9\u00a0resti, adesso che vai, il mio cercarti sulla tua pelle, sulla mia lo stillare dei tuoi capelli, \u00e8 dentro la tua la mia paura di smemorarmi di me<\/em>).<\/p>\n<p><strong>La consacrazione<\/strong><\/p>\n<p>Il ritorno all\u2019italiano con <em>Dentro Gerico<\/em>, nel 2002, segna una svolta nella poesia di Pierluigi, sempre pi\u00f9 fluida e al contempo rigorosa, come nella preghiera laica di <em>Isola<\/em>: \u00abConcedi loro di sopportare \/ per ogni ciglio sospeso alle tenebre \/ al tramonto di ogni palpebra sfinita \/ la pronuncia dell\u2019alba e del crepuscolo \/ e il rombo immenso, che sale dall\u2019uomo\u00bb.<\/p>\n<p>Nel 2004 la sezione friulana <em>Inni\u00f2 <\/em>e quella in italiano <em>Ritornare <\/em>danno vita a <em>Dittico<\/em>, dove svetta <em>Assetto di volo<\/em>, la poesia dedicata alla memoria di Gino Lorio che dar\u00e0 il titolo alla prima antologia della sua produzione letteraria (2006): \u00abE io vi vedo una bellezza di cimieri abbattuti \/ e dentro la parola andare la parola compimento \/ e sono sicuro che lui sogna baci pieni di vento \/ mentre la volont\u00e0 conquista le giornate a morsi, \/ schiaffo dopo schiaffo perch\u00e9 venga la sera \/ schiaffo dopo schiaffo, chiglia in piena bufera\u00bb. Ma \u00e8 con <em>Mandate a dire all\u2019imperatore <\/em>(2010) che Pierluigi assurge alla ribalta nazionale, inaugurando una lunga stagione di premi e riconoscimenti: 40 poesie sublimi, un mosaico di immagini che raccontano un mondo intero. Ed ecco <em>Campo Ceclis<\/em>, <em>1978<\/em>, istantanea sulle baracche del post terremoto, quando casa Cappello era ormai un ricordo, annientata dal sisma del 6 maggio 1976: \u00abdue cerchioni cromati, copertoni consumati \/ fino all\u2019anima di metallo \/ un vecchio telaio Bianchi \/ una rete da materasso sfondata al centro \/ una quantit\u00e0 imprecisata di bottiglioni vuoti \/ un disordine slavo e un fusto di latta \/ un motore grippato su un cavalletto \/ la ruggine bagnata, il metallo di tubi Innocenti \/ addossati alla parete di legno \/ la libert\u00e0 dei terremotati, \/ lo zenit dei prefabbricati\u00bb.<\/p>\n<p>E poi il Friuli della ricostruzione, con il traumatico arrivo delle comunicazioni veloci raccontate ne <em>L\u2019autostrada<\/em>: \u00abSe la montagna frana, la mia faccia frana un poco al giorno \/ se il fiume si dissecca, il mio cuore \u00e8 pronto a disseccare \/ se l\u2019autostrada mette ombra all\u2019ombra della valle \/ ne trovi il taglio qui, poco sotto l\u2019ombelico \/ com\u2019\u00e8 vero che il cerchio si\u00a0aggiunge al cerchio nel mutarsi del tronco\u00bb. E poi ancora il ricordo della figura paterna, con momenti altissimi: \u00abe se c\u2019\u00e8\u00a0un\u2019uscita, pap\u00e0, anche se non posso dire domani, \/ la sua luce sulla soglia \/ \u00e8 questo stare dei tuoi occhi dentro i miei \/ questo\u00a0pensarvi vivi, liberi e scalzi \/ le tasche piene di sassi, la memoria di voi \/ che trema in noi \/ come una stella incoronata di buio\u00bb (<em>I vostri nomi<\/em>).<\/p>\n<p>E in quel dicembre 2012, quando lo conobbi nella sua vecchia casa di Tricesimo (un prefabbricato donato dall\u2019Austria ai terremotati del \u201976), Pierluigi aveva gi\u00e0 in cantiere il romanzo da cui siamo partiti: <em>Questa libert\u00e0 <\/em>(2013), che deflagr\u00f2 in me come una bomba, con la sua brutale e violentissima bellezza. Sapiente contraltare al delicato sguardo di <em>Parole povere<\/em>, il documentario che Francesca Archibugi ha dedicato al poeta di Chiusaforte nello stesso 2013.<\/p>\n<p><strong>La purezza finale<\/strong><\/p>\n<p><em>Questa libert\u00e0 <\/em>segna il passaggio alla Rizzoli: \u00e8 il grande salto nell\u2019editoria popolare, la consacrazione definitiva che si concretizza nella silloge <em>Azzurro elementare<\/em>, comprendente tutte le precedenti raccolte da <em>La misura dell\u2019erba a Mandate a dire all\u2019imperatore<\/em>. Nel 2014 esce <em>Ogni goccia balla il tango<\/em>, dedicata alla nipotina Chiara: una deliziosa silloge di poesie per bambini, ma in fondo anche per adulti (\u00abTutto tace e si fa notte \/ e dal manto delicato \/ fantasie sono tradotte \/ nel tuo sogno smemorato\u00bb). Nel 2015 arriva <em>Il dio del mare. Prose e interventi<\/em>, dove si distingue <em>Bosco di Courton<\/em>, 1918, stupenda lettura\u00a0della lirica di Giuseppe Ungaretti \u00abSi sta come \/ d\u2019autunno \/ sugli alberi \/ le foglie\u00bb: \u00e8 il Pierluigi esegeta che svela come nasce una poesia, con i suoi pieni e i suoi vuoti. Una riflessione sul mestiere del poeta che ritroviamo nella sua raccolta forse pi\u00f9 matura, e proprio per questa pi\u00f9 scabra ed essenziale: <em>Stato di quiete <\/em>(2016). Apriamo una pagina a caso: \u00abComincia con lo scrivere il tuo nome, \/ perch\u00e9 ne resti traccia, qualche segno di grafite \/ risonante nel bianco. Con poche lettere \/ sigla decenni di storia, il silenzio \/ della pagina pronto a spalancarsi, \/ ad accogliere e disperdere. \/ Spicca nel bianco e non \u00e8 pi\u00f9 bianco \/ ma voce la matita che attraversa il foglio, \/ e goccia a goccia qualcosa cede e ti si allarga dentro: \/ Pierluigi, e dopo Cappello, in un sussurro un nome; \/ e dentro un nome, l\u2019uomo che non concede a s\u00e9 \/ i suoi stessi lineamenti, protetti da un\u2019ottusit\u00e0 misericordiosa. \/ Leggero, come la cenere. Fresco, come l\u2019aria fra le dita. \/ Scomparso, come una nuvola\u00bb.<\/p>\n<p>Niente \u00e8 pi\u00f9 complesso di questa semplicit\u00e0, alla quale si arriva sporcandosi le mani e grondando sangue: \u00e8 la conquista finale, l\u2019ultima meta, il traguardo di una vita dedicata interamente alla parola. Fino a quel settembre 2017, quando il cancro era gi\u00e0 in fase terminale e Pierluigi scriveva il suo testamento poetico: il sentiero sale [\u2026] e in cima piega a una svolta e non c\u2019\u00e8 modo di vedere cosa c\u2019\u00e8 al di l\u00e0 perch\u00e9 tu sei in basso e la salita in alto; ma quello che vedi oltre l\u2019orlo del tracciato \u00e8 un vuoto di colore, che lontano si fa giallino e pi\u00f9 lontano ancora un infinito tutto e una gioia senza direzione*.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><em>* Dalla raccolta postuma <\/em>Un prato in pendio <em>(Rizzoli, 2018), comprendente tutte le poesie dal 1992 al settembre 2017.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pierluigi Cappello<\/p>\n","protected":false},"author":31,"featured_media":28761,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"dwc-title":[],"dwc-content":[],"footnotes":""},"categories":[37],"tags":[],"class_list":["post-28760","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-cultura-e-spettacolo"],"rttpg_featured_image_url":{"full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/28044-1.webp",750,494,false],"landscape":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/28044-1.webp",750,494,false],"portraits":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/28044-1.webp",750,494,false],"thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/28044-1-150x150.webp",150,150,true],"medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/28044-1-300x198.webp",300,198,true],"large":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/28044-1.webp",640,422,false],"thumblist":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/28044-1.webp",300,198,false],"thumbrelated":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/28044-1.webp",500,329,false],"meccarouselthumb":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/28044-1.webp",474,312,false],"gridsquare":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/28044-1.webp",391,258,false],"tileview":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/28044-1.webp",300,198,false],"1536x1536":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/28044-1.webp",750,494,false],"2048x2048":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/28044-1.webp",750,494,false],"newsup-slider-full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/28044-1.webp",750,494,false],"newsup-featured":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/28044-1.webp",750,494,false],"newsup-medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/28044-1-720x380.webp",720,380,true],"tptn_thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/28044-1.webp",250,165,false],"sow-carousel-default":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/28044-1-272x182.webp",272,182,true]},"rttpg_author":{"display_name":"Vanni Veronesi","author_link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/author\/veronesi\/"},"rttpg_comment":0,"rttpg_category":"<a href=\"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/category\/cultura-e-spettacolo\/\" rel=\"category tag\">CULTURA&amp;SPETTACOLO<\/a>","rttpg_excerpt":"Pierluigi Cappello","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28760","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/users\/31"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=28760"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28760\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media\/28761"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=28760"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=28760"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=28760"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}