{"id":25856,"date":"2018-01-12T00:00:00","date_gmt":"2018-01-11T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/imagazine.it\/?p=25856"},"modified":"2018-01-12T00:00:00","modified_gmt":"2018-01-11T23:00:00","slug":"un-romagnolo-tra-i-bisiachi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/un-romagnolo-tra-i-bisiachi\/","title":{"rendered":"Un romagnolo tra i bisiachi"},"content":{"rendered":"<p>Potrebbe risultare operazione difficile e forse inutile il fatto che la Storia, a cent\u2019anni dalla fine della Grande Guerra, si faccia ancora comprendere dalla massa della gente e che la memoria stia arrancando faticosamente con il disperato tentativo di diventare un momento da tutti accettato e condiviso. Queste considerazioni, seppur discutibili nel loro complesso, presentano il proprio conto derivante dalla melensa retorica utilizzata dal fascismo del mito della vittoria. Non si pu\u00f2 non riconoscere che una propaganda del genere non possa aver influenzato la\u00a0formazione delle idee, deformando palesemente le coscienze di un intero popolo.<\/p>\n<p>Il risultato \u00e8 stato fi n troppo evidente: i vent\u2019anni di regime fascista pi\u00f9 altri trenta di storia della Repubblica hanno sicuramente contribuito a livello celebrativo, scolastico, culturale a far apparire gran parte della storia di quegli anni sotto un\u2019ottica eroica, infarcita da una politica patriottarda risorgimentale. Storia riconducibile soltanto alle mitiche imprese dei vari Baracca, Toti, Cadorna, Diaz, Rizzo, D\u2019Annunzio, di cui tutto si sa. Mentre sulle storie di milioni di fanti, quelli s\u00ec eroi, che combatterono una guerra che non volevano e sono caduti per la patria senza capirne il perch\u00e9, fu steso il velo pietoso del Milite Ignoto. Di loro poco e niente si sa. Storie di anonimi contadini, pastori, braccianti, operai e di giovani illusi, sono rimaste sepolte nell\u2019oblio per un secolo, ignorate dalla \u201cGrande Storia\u201d, tanto che ancora oggi fanno fatica a parlarci.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che pu\u00f2 attirare l\u2019attenzione \u00e8 il fatto che spesso i sopravvissuti di quell\u2019immane massacro siano stati indotti a rifugiarsi nel silenzio. Solo una minoranza, nei loro scritti, lettere o diari che fossero, hanno raccontato una mezza verit\u00e0, quasi volessero cancellare quella parte della loro vita.<\/p>\n<p>La verit\u00e0 di questo atteggiamento, secondo noi, va ricercata almeno in un paio di motivi. Il primo \u00e8 quello della censura militare, da cui il povero soldato, una volta scoperto, veniva accusato di disfattismo e punito duramente.<\/p>\n<p>Secondo motivo: non bisogna ignorare il fatto che allora la maggior parte dei soldati erano analfabeti e che per \u00a0loro era impossibile comunicare. In terzo luogo, venivano quelli che sapevano a malapena scrivere, ai quali per\u00f2 mancavano gli \u201cstrumenti linguistici\u201d necessari per tradurre in parole tutto l\u2019orrore cui erano costretti ad assistere. Infine veniva tutta la propaganda postbellica prima e fascista poi a inibire quel poco di verit\u00e0 che ancora era rimasto. La stampa ufficiale piena di retorica, il cinema, i discorsi e i proclami, le scritte sui monumenti e sui sacrari, tutti inneggiavano al sacro suolo, alla vittoria, agli eroi caduti, alle madri, ai fi gli e ai mutilati: erano lo specchio che rifletteva la politica di quei tempi. Dimenticando nello stesso tempo i morti di serie B, quelli fucilati solo per una parola di troppo o per aver imprecato contro la guerra o, come per un certo Ruffini, fucilato perch\u00e9 aveva salutato il generale Luigi Cadorna senza togliersi il sigaro di bocca.<\/p>\n<p>Dal 2015 alla Camera dei deputati giace un <strong>disegno di legge per la riabilitazione di soldati fucilati<\/strong>, come quelli di Santa Maria la Longa e di Cercivento (vedi \u201cPrima dell\u2019alba\u201d di Paolo Malagutti). Sono tragedie di piccoli uomini che non sono riuscite a intrecciarsi con la storia del nostro Paese per il semplice fatto che evocavano liberamente gli strazi della battaglia e i silenzi della morte. Quante volte al giorno nella pi\u00f9 nera disperazione hanno maledetto la guerra, i generali che li mandavano a morire: per loro c\u2019era solo il silenzio, la cieca obbedienza e non potevano n\u00e9 gridarlo, n\u00e9 dirlo, n\u00e9 tanto meno scriverlo, ma solo pensarlo nel silenzio della propria mente.<\/p>\n<p>Quando il senso innato della sopravvivenza aveva la meglio sugli orrori della battaglia e sulla paura della morte e i soldati rinnegavano i valori militari e lo spirito dell\u2019obbedienza, entravano in funzione i sistemi repressivi militari. Dalle fonti statistiche possiamo osservare che dal 24 maggio 1915 al 3 novembre 1918 <strong>i procedimenti penali a carico dei soldati italiani furono complessivamente 262.481<\/strong>, di cui 170.064 conclusi con una condanna.<\/p>\n<p>Nell\u2019Esercito austriaco le fucilazioni sono state un decimo di quelle italiane. I reati pi\u00f9 comuni erano la diserzione, ribellione, autolesionismo, indisciplina, resa o sbandamento, codardia, abbandono del posto di combattimento, mancata difesa, ammutinamento, rivolta e saccheggio. A completare il quadro dell\u2019orrore arrivavano le decimazioni e le mitragliatrici \u201camiche\u201d che sparavano alle spalle della truppe italiane per spingere all\u2019assalto i soldati pi\u00f9 riottosi.<\/p>\n<p>La diserzione in presenza del nemico, o diserzione con passaggio al nemico, erano reati che prevedevano la pena di morte. Pena che venne comminata in 1.000 casi circa, di cui soltanto 750 effettivamente eseguite nel corso dell\u2019intero conflitto. Altre 3.000 condanne a morte furono inflitte in contumacia a soldati per essere passati volontariamente al nemico, graziati per\u00f2 dopo la guerra nel 1919 dall\u2019intervento dell\u2019amnistia per i disertori, decretata dal Governo Nitti. Da tutte queste considerazioni relative all\u2019organizzazione burocratico-militare italiana nella Grande Guerra traspare evidente la sciatteria di un esercito, quello italiano, che era lo specchio di un paese arretrato. <strong>Erwin Rommel<\/strong>, quando era generale dell\u2019<em>Afrika Korps<\/em>, ebbe a dire a proposito dell\u2019Esercito Italiano: \u201cGli italiani sono ottimi soldati comandati da mediocri ufficiali e pessimi generali\u201d.<\/p>\n<p>Argomento delle mie ultime ricerche sono state le lettere, le cartoline e i diari scritti dai soldati al fronte. Le lettere raccolte ammontano ad oltre un centinaio, mentre, per quanto riguarda i diari, sono riuscito ad averne al momento soltanto sei, di cui uno scritto da una donna di Turriaco fuggiasca in Carinzia, assieme a quattro figli (\u201cLa casa di Bice\u201d pubblicato nel 2015). Ultimo diario rinvenuto in ordine di tempo, al quale ho inteso prestare particolare attenzione \u00e8 quello del caporale <strong>Matteo Albonetti<\/strong>, classe 1893, inquadrato nel 1\u00b0 Reg.to &#8211; 1\u00b0 Bat. Re &#8211; 12 Comp. Bersaglieri ciclisti. Nella Prima Battaglia dell\u2019Isonzo, scatenata da Cadorna dal 23 giugno al 7 luglio 1915, Matteo riusc\u00ec a sopravvivere a due assalti alla baionetta. Battaglia che si concluse con la perdita per l\u2019Italia di 42.000 uomini tra morti e feriti, mentre l\u2019Austria ne perdette meno di 20.000.<\/p>\n<p>Una premessa. Leggendo attentamente il diario, tra le righe e cercando di captare ci\u00f2 che non dice, si possono\u00a0fare alcune osservazioni. La prima riguarda lo stile in cui Matteo descrive gli avvenimenti senza mai lamentarsi\u00a0o imprecare contro qualcosa o qualcuno. La seconda \u00e8 suggerita dal modo espressivo che risulta dotato di buoni \u201cstrumenti linguistici\u201d, con ampio uso di termini ricercati, derivanti da un\u2019istruzione che potremmo definire per quei tempi superiore. Un\u2019ultima considerazione: la brevit\u00e0 dello scritto, che va dal 5 giugno al 22 settembre 1915, non permette al lettore di farsi un\u2019idea esaustiva della complessit\u00e0 delle operazioni. Si evince per\u00f2 che Matteo Albonetti fu sicuramente un soldato esemplare sia nelle idee sia nel comportamento, ligio al dovere, obbediente e fedele ai valori della patria.<\/p>\n<p>Altri quattro quaderni sono andati perduti nella Seconda guerra mondiale. Del diario in nostro possesso citiamo solo alcune parti, adattando il testo originale alla brevit\u00e0 dello spazio concesso e rimanendo nel contempo fedeli nella sostanza. Una precisazione s\u2019impone. I soldati in trincea scrivevano le lettere, le cartoline e i diari normalmente a matita. Con la penna e l\u2019inchiostro lo potevano fare solo se si trovavano in zone lontane dal fronte.<\/p>\n<p>Il 5 giugno 1915 Matteo Albonetti parte in treno da Napoli, sede del Reggimento. Dopo quattro giorni di viaggio, pieni di incognite e contrattempi, la sera del 7 giugno scende a <strong>San Vito al Torre<\/strong>, dove gli viene consegnata una bicicletta da bersagliere. La corsa di avvicinamento al fronte riprende in \u201cmacchina\u201d, cos\u00ec Matteo chiamava la bicicletta, attraversando i paesi di <strong>Codroipo<\/strong>, <strong>Rivolto<\/strong>, <strong>Palmanova<\/strong>, <strong>Visco <\/strong>e <strong>Tapogliano<\/strong>.<\/p>\n<p>L\u201911 giugno si ferma con la propria compagnia a <strong>Villesse <\/strong>per accantonarsi, dove rimane dal 15 al 27 giugno. Come scrive il nipote Andrea, il dramma dei \u201c<em>Fassinars<\/em>\u201d fu causato da un ufficiale italiano, un certo maggiore Cittarella, che aveva fatto fucilare per spionaggio sei abitanti del paese, poi dopo la guerra in sede processuale risultati innocenti. Quando suo nonno \u2013 racconta Andrea \u2013 arriv\u00f2 in paese, il crimine era gi\u00e0 avvenuto ed egli era all\u2019oscuro di tutto. Rimase sorpreso per\u00f2 da come la gente lo guardava con diffidenza. Infatti nel suo diario scrive:\u00a0<em>&#8230; giro da una parte all\u2019altra del paese, ma ovunque nulla trovo di quello sperato, senonch\u00e9 facce scure, sguardi sospettosi, il che mi fa capire come essi poco ci amino. E sono italiani! Sono persone per le quali noi soldati di tutta le citt\u00e0 d\u2019Italia siamo qua per difendere i loro campi, le loro case, le quali pochi giorni addietro, come del resto anche oggi, possono da un minuto all\u2019altro cadere in mano nemica.<\/em><\/p>\n<p>Queste poche righe ci dicono che Matteo era gi\u00e0 stato catechizzato dalla propaganda di quel periodo. \u00c8 sufficiente pensare che Matteo in quel momento si trovava quindi in territorio ex austriaco e che loro non erano i liberatori, ma gli invasori. Il 28 giugno, dopo aver passato <strong>Ruda<\/strong>, a <strong>Villa Vicentina <\/strong>Matteo attravers\u00f2 l\u2019Isonzo e fece tappa a <strong>Turriaco<\/strong>, entrando per la prima volta in terra Bisiaca. Percorse la \u201cstrada della morte\u201d \u2013 cos\u00ec veniva chiamata la\u00a0strada che collegava Turriaco al Carso \u2013 e il 4 giugno si trov\u00f2 in trincea a <strong>Fogliano-Redipuglia<\/strong>, sulle pendici delle cosiddette quote 111 e 96. Il 5 luglio avvenne il battesimo del fuoco. Il 12 luglio scese nuovamente a Turriaco dove rimase fi no al 19. Nel diario annot\u00f2: <em>Fogliano 14 luglio 1915. Ci mettiamo dietro ad un dosso e siamo pi\u00f9 di 400 fucili. Una voce si fa sentire per la seconda volta e grida: \u201cBersaglieri alla baionetta. Savoia, Savoia, Savoia! Questo grido viene ripetuto dalla voce di 400 giovani i quali balzano in avanti ad unisono con i fucili spianati. In un batter d\u2019occhio sono sulla trincea austriaca abbandonata. Proseguono e cacciano il nemico fino alla seconda linea. Gli austriaci contrattaccano e noi li fulminiamo. Il terreno \u00e8 pieno di austriaci cadaveri. Poi l\u2019artiglieria austriaca apre il fuoco e una granata scoppia in mezzo di una squadra dei nostri bersaglieri e di loro non rimane pi\u00f9 nulla. <\/em><\/p>\n<p>Alla fine, Matteo fa la conta dei morti. <em>&#8230; su quattrocento che eravamo al mattino mancano all\u2019appello cento bersaglieri tra cui sette ufficiali. <\/em>Il 6 luglio il battaglione si rintana nelle trincee fino all\u201911. <em>&#8230; il terreno avanti a noi \u00e8 pieno di cadaveri di militari italiani e austriaci gonfi neri e puzzolenti. <\/em><\/p>\n<p>L\u2019operazione militare descritta da Matteo altro non \u00e8 che una infinitesima parte della Prima delle Dodici battaglie dell\u2019Isonzo. Era iniziata la mattanza di operai e contadini.<\/p>\n<p>Una considerazione. Il 23 giugno il generale Cadorna lanciava la prima offensiva sull\u2019Isonzo con l\u2019obiettivo di conquistare <strong>Gorizia<\/strong>. Il fronte si dispiegava lungo il <strong>monte Podgora<\/strong>, poi ad est di <strong>Gradisca<\/strong>, <strong>Redipuglia <\/strong>e <strong>Monfalcone<\/strong>. In questo \u201cbattesimo del fuoco\u201d, i militari italiani, privi di esperienza, furono massacrati in scontri all\u2019arma bianca e scaraventati gi\u00f9 dai torrioni carsici.<\/p>\n<p>Il 12 luglio Matteo Albonetti fu di nuovo a Turriaco, dove rimase in riposo fi no al 19. In quel lasso di tempo pi\u00f9 volte and\u00f2 a fare il bagno nel fiume Isonzo, tra le istruzioni sull\u2019uso della mitragliatrice e le cannonate austriache che martellavano le postazioni. Poco disse del paese, dei suoi luoghi e della gente. Fece la conta di chi mancava, fra morti e feriti. Il 16 luglio infatti annot\u00f2: <em>&#8230; a Turriaco siccome \u00e8 abitato da qualche donna e qualche bambino quando scoppia un grosso proiettile sono tutti impauriti. Dalle stalle giunge il muggito delle vacche e il nitrito dei cavalli terrorizzati pure essi. Chi non vede non crede e nemmeno pu\u00f2 farsi un concetto della paura che produce lo scoppio di un grosso calibro.<\/em><\/p>\n<p>Matteo Albonetti rimase a Turriaco fi no al 19 luglio del 1915. Il 20 era gi\u00e0 a <strong>Castelnuovo <\/strong>sopra <strong>Sagrado<\/strong>. Si spost\u00f2 prima a <strong>Fogliano <\/strong>e poi a <strong>Polazzo<\/strong>. Si rintan\u00f2 infine il 25 luglio in una trincea del <strong>Monte Sei Busi<\/strong>, dove rimase fi no al 24 agosto. In quel mese, tutto sommato senza significativi attacchi sia da una parte che dall\u2019altra, Matteo descrisse la vita di trincea tra scambi di fucileria, cannonate, barbe lunghe, terra rossa, patimenti per il caldo e soprattutto per la sete e in compagnia di milioni di pidocchi. Matteo raccont\u00f2 come la guerra fosse un grande spettacolo dove si moriva in un minuto: <em>&#8230; questo spettacolo non \u00e8 finzione teatrale. Ci\u00f2 che stiamo osservando o per meglio dire rappresentiamo, chi muore, muore sul serio. Quindi non si vede l\u2019ora di calare la tela del sipario.<\/em><\/p>\n<p>Poi il ricambio. Ritorn\u00f2 a Turriaco, dove attravers\u00f2 nuovamente l\u2019Isonzo abbandonando per sempre la terra Bisiaca. Il 26 agosto lo troviamo a <strong>Villa San Gallo <\/strong>a trascorrere il suo meritato riposo. A San Gallo il riposo termin\u00f2 il 3 settembre e continu\u00f2 a <strong>Campolongo al Torre<\/strong>. <em>Il 21 settembre 1915 il battaglione viene passato in rivista dal Ten. Gen. Grandi, il quale si congratula con noi per la nostra azione del 5 luglio.<\/em><\/p>\n<p>A Campolongo Matteo rimase fi no al 22 settembre 1915. In quella data il diario finisce. Matteo Albonetti era nato a Bagnara di Romagna il 5 giugno 1893. Spos\u00f2 Maria Battilega di Bagnara. La coppia ebbe sei figli. Mor\u00ec nello stesso paese dov\u2019era nato il 14 agosto 1958. Con quest\u2019ultima notizia termina pure la nostra escursione sulla pi\u00f9 grande tragedia della storia contemporanea dove scienza e tecnologia furono applicate per la prima volta allo sterminio su grande scala.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Matteo Albonetti<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":25857,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"dwc-title":[],"dwc-content":[],"footnotes":""},"categories":[37],"tags":[],"class_list":["post-25856","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-cultura-e-spettacolo"],"rttpg_featured_image_url":{"full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/23120-1.webp",750,489,false],"landscape":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/23120-1.webp",750,489,false],"portraits":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/23120-1.webp",750,489,false],"thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/23120-1-150x150.webp",150,150,true],"medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/23120-1-300x196.webp",300,196,true],"large":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/23120-1.webp",640,417,false],"thumblist":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/23120-1.webp",300,196,false],"thumbrelated":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/23120-1.webp",500,326,false],"meccarouselthumb":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/23120-1.webp",474,309,false],"gridsquare":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/23120-1.webp",391,255,false],"tileview":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/23120-1.webp",300,196,false],"1536x1536":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/23120-1.webp",750,489,false],"2048x2048":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/23120-1.webp",750,489,false],"newsup-slider-full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/23120-1.webp",750,489,false],"newsup-featured":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/23120-1.webp",750,489,false],"newsup-medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/23120-1-720x380.webp",720,380,true],"tptn_thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/23120-1.webp",250,163,false],"sow-carousel-default":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/23120-1-272x182.webp",272,182,true]},"rttpg_author":{"display_name":"Alberto Vittorio Spanghero","author_link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/author\/spanghero\/"},"rttpg_comment":0,"rttpg_category":"<a href=\"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/category\/cultura-e-spettacolo\/\" rel=\"category tag\">CULTURA&amp;SPETTACOLO<\/a>","rttpg_excerpt":"Matteo Albonetti","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25856","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=25856"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25856\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media\/25857"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=25856"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=25856"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=25856"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}