{"id":24186,"date":"2017-09-21T00:00:00","date_gmt":"2017-09-20T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/imagazine.it\/?p=24186"},"modified":"2017-09-21T00:00:00","modified_gmt":"2017-09-20T23:00:00","slug":"una-partita-ancora-aperta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/una-partita-ancora-aperta\/","title":{"rendered":"Una partita ancora aperta"},"content":{"rendered":"<p>\u201cThalassa! Thalassa!\u201d (Il mare! Il mare!): il grido liberatorio di diecimila soldati greci, dall\u2019alto del monte Teche\u00a0(nell\u2019odierna Turchia) dopo una lunghissima ritirata dal fronte persiano quando si trovarono dinnanzi alle coste del Mar Nero. Alle loro spalle, l\u2019impresa nella battaglia di Cunassa (401 a.C.) e l\u2019arrivo in un territorio ostile, lontano migliaia di\u00a0chilometri da casa. Una marcia guidata da Anabasi (Senofonte), gi\u00e0 allievo di Socrate, aggravata dalle perdite di tanti soldati, colpiti dal gelo e dagli accecamenti della neve nel bel mezzo dei villaggi armeni, impervie mulattiere, precipizi mozzafiato e le aspre vette del Caucaso. Una catena montuosa allora sconosciuta, sebbene gi\u00e0 menzionata nell\u2019opera eschilea <em>Prometeo incatenato <\/em>del V secolo a.C.<\/p>\n<p>Per i Greci e per altri popoli del Mediterraneo, il Caucaso costitu\u00ec uno spazio liminare, una \u201c(\u2026) terra incognita dove potevano coabitare fatto e finzione, antico e moderno\u201d. Diversamente, per il mondo bizantino e arabo questo territorio a confine tra Asia ed Europa rappresent\u00f2 una sorta di frontiera culturale del mondo conosciuto verso l\u2019Oriente, che costitu\u00ec uno dei laboratori culturali pi\u00f9 problematici del Mediterraneo: un crocevia spirituale tra islam e cristianesimo, accostato pertanto a simbolo di contrasti e tensioni. <strong>Georges Dum\u00e9zil<\/strong>, storico, linguista e filologo francese, ha dedicato diversi studi alle popolazioni delle sue montagne e a tal proposito ha scritto: \u201cUna cultura in passato comune all\u2019insieme di popoli della pianura del Sud-Est europeo e delle sponde del Mar Nero\u201d. Luoghi che hanno dato i natali al \u201ccompagno\u201d Stalin e che altres\u00ec nasconderebbero la ricetta dell\u2019elisir di eterna giovinezza. Infatti secondo alcune testimonianze ci avrebbero vissuto numerosi centenari, tra cui Shirali Muslimov, pastore e contadino dell\u2019<strong>Azerbaijan<\/strong>, morto a 168 anni.<\/p>\n<p><strong>Vittorio Sella<\/strong>, esploratore e alpinista biellese, effettu\u00f2 diverse esplorazioni del Caucaso alla fine del XIX secolo, visitando i luoghi pi\u00f9 impervi; inoltre da pioniere del bianco e nero immortal\u00f2 quegli scenari in 800 fotografie. Un patrimonio documentale che contribu\u00ec significativamente alla conoscenza della cultura caucasica e dei suoi panorami pi\u00f9 tipici. Scatti che peraltro hanno documentato la presenza delle case torri di Svaneti, del IX e XII secolo (dal 1996 inserite nella lista dell\u2019Unesco) e che gli sono valsi l\u2019onorificenza della Croce di Cavaliere dell\u2019ordine di Sant\u2019Anna dallo zar Nicola II e il <em>premio Murchison <\/em>della Royal Geographical Society di Londra. Dopo la Seconda guerra mondiale la storia del Caucaso fu legata indissolubilmente al destino dell\u2019Unione Sovietica e al suo rapido declino. Dopo il \u201c<em>putsch <\/em>di agosto\u201d e l\u2019inizio della \u201c<em>perestrojka<\/em>\u201d, l\u2019area caucasica torn\u00f2 a dividersi: la parte settentrionale (<strong>Cecenia<\/strong>, <strong>Dagestan <\/strong>e <strong>Inguscezia<\/strong>) entr\u00f2 a far parte della <strong>Federazione Russa<\/strong>, mentre le tre Repubbliche meridionali \u2013 <strong>Georgia<\/strong>, <strong>Armenia <\/strong>e <strong>Azerbaijan <\/strong>\u2013 divennero indipendenti. Nonostante il nuovo assetto politico e territoriale, le tensioni si riaccesero e dopo gli attentati di <strong>Beslan <\/strong>e di <strong>Vladikavkaz<\/strong>, la Russia dichiar\u00f2 guerra alla <strong>Georgia <\/strong>per il controllo delle <strong>Repubbliche di Abkhazia e Ossezia del Sud<\/strong>.<\/p>\n<p>L\u2019<strong>Elbrus <\/strong>\u00e8 la montagna pi\u00f9 alta del <strong>Caucaso<\/strong>, oltre che d\u2019Europa, ed \u00e8 inserita nell\u2019elenco delle \u201c<em>Seven Summits<\/em>\u201d (le sette montagne pi\u00f9 alte di ogni continente); situata in Russia, dista solo un paio di chilometri dal confine con la Georgia. Di origine vulcanica, presenta una forma conica ed \u00e8 formata da due vette principali: quella Occidentale (5.642 metri) e quella Orientale (5.621 metri). Da diverso tempo volevo salire sulla vetta dell\u2019Elbrus. Cos\u00ec quando nel gennaio del 2011 Filippo mi propose di raggiungerla con gli sci, pensai di realizzare un sogno. La scalata era quasi alla mia portata, perch\u00e9 non richiedeva grandi doti alpinistiche, sebbene si svolgesse sopra i 5000 metri, in un ambiente severo e difficile, nel bel mezzo di temperature polari; nondimeno mi avrebbe dato la possibilit\u00e0 di confrontarmi con una montagna meta ricorrente di alpinisti di tutto il mondo.<\/p>\n<p>La nostra spedizione si prefiggeva l\u2019obiettivo di raggiungere la vetta dal versante sud, quindi scendere dalla parete nord, lungo valli remote e selvagge prive di basi d\u2019appoggio e impianti di risalita. Dopo aver richiesto il visto per la Russia iniziai ad allenarmi e a togliere \u201cla ruggine\u201d e i chili di troppo. Per migliorare le mie prestazioni praticavo con periodicit\u00e0 lo scialpinismo, la corsa e il ciclismo, oltre a svolgere esercizi aerobici, di forza esplosiva e di allungamento muscolare. Ma pochi giorni prima della partenza la polveriera caucasica torn\u00f2 a esplodere e le frontiere della <strong>Repubblica di Kabardino Balcaria <\/strong>vennero chiuse. Impossibile partire. Una rinuncia necessaria dopo l\u2019attentato di <strong>Zayukovo <\/strong>(rivendicato per impedire\u00a0la costruzione di un polo sciistico nel Caucaso) con un bilancio di 3 morti, diversi feriti e il danneggiamento di un pilone della funivia del Monte Elbrus.<\/p>\n<p>Non fu facile digerire quella bandiera bianca, a cui segu\u00ec un\u2019altra beffa: la compagnia aerea non rimbors\u00f2 i biglietti. Tuttavia, dentro di me la partita con l\u2019Elbrus era solo rinviata. Ne sentii nuovamente parlare a dicembre del 2016, quando mi fu proposto di partecipare a una spedizione di sci alpinismo. Iniziai cos\u00ec nuovamente ad allenarmi. La guida alpina <strong>Fabrizio\u00a0Della Rossa <\/strong>avrebbe coordinato il viaggio. Era un malato di montagna, una specie di <em>spider man <\/em>con le ali in grado di fare il nono grado a occhi chiusi. Dopo averlo incontrato, conobbi anche i miei compagni di viaggio, tutti friulani: Alberto (Toni) e Simone, due fisici, e l\u2019amico Roberto, avvocato. A prima vista trovai un gruppo eterogeneo e compatto.<\/p>\n<p>Il 19 maggio ecco arrivare il giorno della partenza&#8230;\u00a0<\/p>\n<p>Da <strong>Bologna <\/strong>voliamo su <strong>Mineral\u2019nye Vody<\/strong>, cittadina termale della Repubblica di Kabardino Balcaria e via d\u2019accesso alle montagne caucasiche. Dopo diverse ore di aereo e un cambio a <strong>Istanbul<\/strong>, verso mezzanotte arriviamo a destinazione. Il nostro albergo \u00e8 davvero singolare, con alcune gigantografie del presidente russo <strong>Vladimir Putin<\/strong>. L\u2019indomani la giornata \u00e8 \u00a0nuvolosa, con pioggia e freddo. Dopo aver consumato la colazione, a bordo di un pulmino raggiungiamo <strong>Cheget<\/strong>, ai piedi dell\u2019Elbrus. Che la zona ambisca a diventare una grande stazione sciistica non c\u2019\u00e8 dubbio: il piccolo centro, malgrado sia semi abbandonato, pullula di impianti sciistici antidiluviani e imponenti scheletri di cemento. Sullo sfondo le montagne lattee, qualche albergo e alcuni palazzoni, reliquie del comunismo.<\/p>\n<p>Nel pomeriggio iniziamo a prendere confidenza con la quota e grazie alla seggiovia monoposto del Monte Cheget, saliamo sopra i 3000 metri,\u00a0fino ad arrivare a un belvedere. Nevica intensamente, rendendoci impossibile osservare il gigante caucasico e la via di salita che ci impegner\u00e0 nei giorni successivi. Tornati a valle prepariamo l\u2019attrezzatura di scialpinismo e consumiamo la cena in compagnia di Anastasia, una bella ragazza che si occupa del nostro viaggio. Lei \u00e8 poesia, diversamente dalla carne ingollata che sa di suola di scarpa. Affaticati ma felici dopo la lunga giornata andiamo a dormire.<\/p>\n<p>Il giorno successivo siamo nuovamente nella morsa di neve e gelo. Per evitare di inzupparci troppo, decidiamo di utilizzare gli impianti di risalita di <strong>Terskol <\/strong>(ai piedi dell\u2019Elbrus) per raggiungere la stazione di <strong>Krugozor<\/strong>. Calzati quindi gli sci saliamo a\u00a0<strong>Garabashi <\/strong>(quota 3800 m). Giunti sul posto osserviamo decine di containers cilindrici di colore rosso adibiti a bivacco e un gruppetto di nudisti che sfidano i meno 25 gradi. La resistenza fisica di quei ragazzi ci impressiona anche quando, a causa del freddo, decidiamo di tornare indietro. \u00c8 in questo momento che avviene un piccolo miracolo: il sole inizia a spuntare dalle nuvole lasciando intravedere l\u2019Elbrus, il <strong>Monte Donguzorun Chegetkarabashi <\/strong>e altre cime caucasiche. Uno scenario\u00a0indimenticabile e meraviglioso che apre il rito alle sciate in un mix di adrenalina ed emozioni.<\/p>\n<p>L\u2019indomani riprendiamo la fase di acclimatamento. Dalla stazione a valle di Terskol, utilizziamo la solita ovovia per raggiungere il Krugozor; successivamente, rimessi gli sci, saliamo alle stazioni <strong>Mir <\/strong>e Garabashi, fino a raggiungere i resti del <strong>rifugio Priut<\/strong>. Nonostante la bufera di neve e le temperature siberiane proseguiamo lungo la via normale dell\u2019Elbrus, fino ad arrivare alle <strong>rocce di Pastukhov<\/strong>, a 4600 metri. Le condizioni sono estreme e si stanno protraendo all\u2019intera settimana. Le previsioni annunciano un miglioramento solo per il venerd\u00ec, giornata in cui \u00e8 prevista la nostra ripartenza\u2026<\/p>\n<p>Rientrati a valle non ci resta che ordinare una vodka per dimenticare le brutte notizie e verificare la veridicit\u00e0 del proverbio locale: \u201cbevendo la vodka non si incontrano donne brutte\u201d. Non \u00e8 una coincidenza allora conoscere Xiaojing, una ragazza cinese emigrata negli Stati Uniti e giunta fin qui per scalare l\u2019Elbrus.<\/p>\n<p>La mattina dopo Anastasia ci informa di un guasto all\u2019ovovia: l\u2019unica possibilit\u00e0 di salita \u00e8 quella di utilizzare la vecchia funivia. Di primo acchito tutto pare normale, ma ben presto scopriamo il nostro destino. L\u2019impianto \u00e8 obsoleto, forse risalente ai tempi di Stalin, con le cabine rattoppate dalla lamiera, senza porte e sprigionano sinistri cigolii. Ragion veduta per farsi il segno della croce prima di utilizzarla. Caricati i bagagli e gli sci raggiungiamo incolumi il campo base. Ci sistemiamo in uno dei container del Barrels, poco sopra l\u2019ultimo impianto sciistico. Il vento \u00e8 fortissimo e la tormenta soffia senza sosta, depositando in meno di dieci ore quasi tre metri di neve. Nonostante il tempo da lupi, decidiamo ugualmente di tentare la vetta il giorno seguente, sfruttando un\u2019attenuazione del maltempo. Un\u2019impresa difficile, specialmente per i 1900 metri di dislivello da affrontare in un colpo solo. C\u2019\u00e8 anche la possibilit\u00e0 di ridurre la salita utilizzando il gatto delle nevi, un servizio per\u00f2 a caro\u00a0prezzo con un esborso di seicento euro.<\/p>\n<p>L\u2019indomani le previsioni non sono azzeccate. Le temperature sfiorano i -30\u00b0C e nevica intensamente. Malgrado le avversit\u00e0 non ci demoralizziamo, decidendo di partire ugualmente. Verso le 4 stiamo procedendo di buon ritmo, seguendo le tracce del gatto delle nevi, facendoci strada nella nebbia senza vedere a un palmo dal naso. Dopo alcune ore di salita raggiungiamo le \u00a0rocce Pastukhow e iniziamo ad affrontare il lungo e pericoloso traverso in direzione della crepaccia terminale. Dopo otto ore di avanzata e tanta fatica, giungiamo in forcella, tra la cima est e la ovest, dove lascio un ricordo della mia citt\u00e0.<\/p>\n<p>Siamo arrivati a 5400 metri, sempre pi\u00f9 vicini all\u2019impresa. Consideriamo la tregua del maltempo un soccorso divino, ma proprio quando tutto sembra volgere per il verso giusto succede l\u2019irreparabile. D\u2019improvviso ci troviamo minacciati da una\u00a0tormenta di neve e costretti ad affrontare un pendio che presenta un forte rischio valanghe. Utilizzando il buon senso, decidiamo di tornare indietro. Perch\u00e9 rinunciare \u201ca una vetta non significa arrendersi ma essere umani anche quando si tenta di\u00a0fare qualcosa di disumano. \u00c8 proprio grazie alla capacit\u00e0 di riconoscere i propri limiti e accettare i propri \u201cfallimenti\u201d che si pu\u00f2 trovare in se stessi la determinazione per affrontare nuovi progetti\u201d (<em>Intervista a Simone Moro: \u201cIn montagna bisogna anche\u00a0saper perdere\u201d, La Stampa).<\/em><\/p>\n<p>La spedizione sta ormai volgendo al termine, cos\u00ec ci concediamo ancora il tempo per visitare il <strong>villaggio medioevale di Eltyubyu<\/strong>, del popolo Balkar, con le sue tombe a torre conoidali del XII secolo e il lungo muro con incisi i versi del poeta\u00a0Qaysin Quli; quindi di volare su <strong>Mosca <\/strong>per visitare la citt\u00e0. E proprio nella capitale russa ci giunge la bella notizia che Xiaojing, la ragazza incontrata davanti a una vodka, \u00e8 riuscita ad arrivare sulla cima dell\u2019Elbrus il venerd\u00ec mattina, con il sole.<\/p>\n<p>Ora la mente \u00e8 gi\u00e0 alla prossima avventura: le <strong>isole Faroe<\/strong>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Monte Elbrus<\/p>\n","protected":false},"author":27,"featured_media":24187,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"dwc-title":[],"dwc-content":[],"footnotes":""},"categories":[8],"tags":[],"class_list":["post-24186","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-turismo"],"rttpg_featured_image_url":{"full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/21530-1.webp",654,400,false],"landscape":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/21530-1.webp",654,400,false],"portraits":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/21530-1.webp",654,400,false],"thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/21530-1-150x150.webp",150,150,true],"medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/21530-1-300x183.webp",300,183,true],"large":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/21530-1.webp",640,391,false],"thumblist":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/21530-1.webp",300,183,false],"thumbrelated":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/21530-1.webp",500,306,false],"meccarouselthumb":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/21530-1.webp",474,290,false],"gridsquare":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/21530-1.webp",391,239,false],"tileview":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/21530-1.webp",300,183,false],"1536x1536":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/21530-1.webp",654,400,false],"2048x2048":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/21530-1.webp",654,400,false],"newsup-slider-full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/21530-1.webp",654,400,false],"newsup-featured":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/21530-1.webp",654,400,false],"newsup-medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/21530-1-654x380.webp",654,380,true],"tptn_thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/21530-1.webp",250,153,false],"sow-carousel-default":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/21530-1-272x182.webp",272,182,true]},"rttpg_author":{"display_name":"Michele Tomaselli","author_link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/author\/tomaselli\/"},"rttpg_comment":0,"rttpg_category":"<a href=\"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/category\/turismo\/\" rel=\"category tag\">TURISMO<\/a>","rttpg_excerpt":"Monte Elbrus","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24186","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/users\/27"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=24186"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24186\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media\/24187"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=24186"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=24186"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=24186"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}