{"id":23880,"date":"2017-08-02T00:00:00","date_gmt":"2017-08-01T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/imagazine.it\/?p=23880"},"modified":"2017-08-02T00:00:00","modified_gmt":"2017-08-01T23:00:00","slug":"nuocere-allinnovazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/nuocere-allinnovazione\/","title":{"rendered":"Nuocere all&#8217;innovazione"},"content":{"rendered":"<p>In molti oggi sono soliti associare l\u2019<em>open innovation <\/em>con le <em>startup<\/em>, e sempre pi\u00f9 si sente di nuovi acceleratori o incubatori \u201cinstallati\u201d nelle grandi multinazionali. Un recente articolo su <em>Forbes <\/em>fa il punto sullo stato dell\u2019arte al riguardo: una lettura che ritengo utile soprattutto per gli \u201cinnovatori\u201d. Questo articolo ci d\u00e0 l\u2019opportunit\u00e0 di illustrare la nostra opinione su come\u00a0utilizzare acceleratori e startup nel contesto dell\u2019<em>open innovation<\/em>: in generale l\u2019armamentario di incubatori e acceleratori rappresenta solo un piccolo step del processo innovativo aperto.<\/p>\n<p>In sintesi, la tesi \u00e8 la seguente: se gli acceleratori sono utilizzati per <strong>reputation building<\/strong>\/<em>public relations <\/em>(costruzione della reputazione e pubbliche relazioni) allora non possono che essere uno svantaggio per l\u2019innovazione. In generale molti acceleratori o laboratori (o <em>hub<\/em>) per l\u2019innovazione all\u2019interno delle grandi aziende possono certamente aiutare il <em>brand <\/em>(marchio) e l\u2019immagine, nonch\u00e9 aiutare ad attrarre nuovi talenti che contribuirebbero cos\u00ec a creare una cultura pi\u00f9 radicata e orientata all\u2019innovazione. Ma se si fa questo, con uno scopo di <em>company image <\/em>(immagine della compagnia) e PR, l\u2019esercizio\u00a0potrebbe essere controproducente per l\u2019innovazione e per la cultura dell\u2019innovazione.<\/p>\n<p>Il processo innovativo parte dall\u2019idea fino alla sua realizzazione e poi commercializzazione. In questo processo spesso ci si limita all\u2019idea o sull\u2019uso che se ne pu\u00f2 fare: per questo motivo a volte le startup selezionate per gli acceleratori, o le idee elaborate nei laboratori, sono fini a se stesse e vengono utilizzate solo per raccontare una bella storia. Se il fine ultimo \u00e8 appunto fare \u201cpubbliche relazioni\u201d, il messaggio che si d\u00e0 ai propri dipendenti \u00e8 che l\u2019innovazione si riduce al solo prodotto o servizio che la startup propone. Quindi la visione risulta distorta e contribuisce a far crescere una cultura altrettanto distorta nell\u2019organizzazione che la utilizza.<\/p>\n<p>Questi sono a nostro avviso i due punti (o consigli) chiave: non utilizzare questa pratica per scopi di marketing o PR; fare attenzione alla cultura dell\u2019innovazione che si vuole creare nella propria azienda. Oggigiorno, infatti, in Italia ma non solo,\u00a0sembra quasi che l\u2019<em>open innovation <\/em>sia esclusivamente definita dagli esercizi menzionati in <em>Forbes<\/em>: dall\u2019attrarre startup, dall\u2019investire in esse, dall\u2019accelerarle o incubarle, e se va bene dall\u2019acquisirle. Ora nessuno dice che questo sia sbagliato, ma il percorso risulta disarticolato e inficiato da carenza di trasparenza, interna ed esterna: non si sapr\u00e0 mai con quale fine le aziende attivino queste iniziative e spesso non si capisce propriamente quale sia la conclusione del percorso. Ovvero, come le grandi aziende scaricano a terra questo potenziale innovativo? Una volta che le aziende investono o acquisiscono una startup, cosa succede?<\/p>\n<p>Come viene integrata la nuova tecnologia nei processi o nel portafoglio tecnologico (e IP)? E quando sentiamo parlare di acceleratori di idee, o hub dell\u2019innovazione, quante delle idee maturate in questi laboratori vedono effettivamente la luce?<\/p>\n<p>Ci\u00f2 peraltro pu\u00f2 avere effetti collaterali sull\u2019efficacia delle risorse e delle politiche pubbliche per l\u2019innovazione. La letteratura e la nostra esperienza ci dicono, ad esempio, che solitamente il successo di una campagna di <em>crowdsourcing <\/em>(sviluppo collettivo di un progetto da parte di numerose persone esterne all\u2019entit\u00e0 che ha ideato il progetto stesso) si aggira intorno al 2-5%, ovvero <strong>solo dalle 2 alle 5 idee su 100 vengono selezionate per approfondimenti<\/strong>, o per essere effettivamente inserite in un nuovo prodotto\/processo. E di queste 2-5, <strong>non sapremo mai quante effettivamente raggiungono il mercato<\/strong>, ovvero quante e quali sono state adottate per lanciare un nuovo prodotto o per creare un nuovo modello di business o di servizio.<\/p>\n<p>Un appropriato rilevamento dell\u2019innovazione potrebbe altres\u00ec validare o smentire le notizie che si leggono riguardo gli acceleratori, gli hub e i laboratori per l\u2019innovazione. Perch\u00e9, alla fine, quale sia il vero impatto sul business e sugli ecosistemi territoriali risulta difficile quantificarlo, e soprattutto quale sia la vera innovazione risulta altrettanto \u201copaco\u201d.<\/p>\n<p>Il secondo punto chiave, inerente l\u2019impatto di questi esercizi sulla cultura aziendale, ci dice che essi possono influenzare e distorcere l\u2019idea di innovazione se si inizia con il piede sbagliato. Non si crea una cultura dell\u2019innovazione attraverso l\u2019apertura di un acceleratore o di un laboratorio, ma certamente questi possono rappresentare un complemento per la famosa\u00a0cross-contaminazione, oltre che per sfruttare competenze esterne all\u2019azienda. La cultura aziendale \u00e8 una cosa che evolve gradualmente e va sviluppata secondo un percorso strategico che le permetta di diffondersi e radicarsi nel miglior modo possibile. Bisogna dare spazio alle idee, alla possibilit\u00e0 di svilupparle, di trasformarle in prodotti, e lanciarle sul mercato.<\/p>\n<p>Ma ci\u00f2 non basta, in tutto questo deve esserci anche necessariamente un supporto della dirigenza, lo sviluppo di nuovi modelli\u00a0di ruolo, che devono rendere possibile anche la cultura del \u201c<em>fail fast<\/em>\u201d, ovvero sbagliare e capire subito come rimediare, comprendere subito e velocemente ci\u00f2 che vale e ci\u00f2 che non ha valore, e continuare per il percorso giusto. Non \u00e8 solo la collaborazione, o l\u2019accelerazione con le startup, che contribuir\u00e0 a far nascere e crescere la cultura aziendale, ma sar\u00e0 tutto un insieme di altri fattori che influenzeranno il comportamento dei dipendenti e la loro passione per l\u2019innovazione.<\/p>\n<p>Il punto pertanto \u00e8: <em>open innovation <\/em>non significa solo startup e tantomeno esercizi di accelerazione di esse; cos\u00ec come non significa semplicemente aprire un laboratorio di idee o lanciare un mercato dell\u2019innovazione. <em>Open innovation <\/em>\u00e8 molto di pi\u00f9. \u00c8 un nuovo modo di approcciare l\u2019innovazione, di cosa significhi collaborare, fino al paradigma della co-creazione con le filiere di fornitura, di distribuzione e con il proprio competitor. Perci\u00f2 \u00e8 bene approcciare il nuovo paradigma a piccoli passi, con nuovi esercizi, ma nel contempo instaurando un processo di trasformazione interno (e culturale), che sappiamo essere non facile. Tutto deve crescere con un aumento di livello coerente di ogni componente organizzativo-gestionale. In definitiva fare <em>open innovation <\/em>significa esplorare ed espandere i confini aziendali: un percorso a n-dimensioni, che richiede molta attenzione\u00a0nel decidere quali, come e quando approcciarle e soprattutto come calare e radicare efficacemente le curve di esperienza nel proprio contesto aziendale, cominciando dalla cultura che \u00e8 il vero fattore abilitante lo sviluppo degli \u201cartefatti\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Incubatori e acceleratori d&#8217;impresa<\/p>\n","protected":false},"author":28,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"dwc-title":[],"dwc-content":[],"footnotes":""},"categories":[6],"tags":[],"class_list":["post-23880","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-societa"],"rttpg_featured_image_url":null,"rttpg_author":{"display_name":"redazione","author_link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/author\/redazione\/"},"rttpg_comment":0,"rttpg_category":"<a href=\"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/category\/societa\/\" rel=\"category tag\">SOCIET\u00c0<\/a>","rttpg_excerpt":"Incubatori e acceleratori d'impresa","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23880","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/users\/28"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=23880"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23880\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=23880"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=23880"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=23880"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}