{"id":23532,"date":"2017-06-06T00:00:00","date_gmt":"2017-06-05T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/imagazine.it\/?p=23532"},"modified":"2017-06-06T00:00:00","modified_gmt":"2017-06-05T23:00:00","slug":"il-risveglio-dei-borghi-addormentati","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/il-risveglio-dei-borghi-addormentati\/","title":{"rendered":"Il risveglio dei borghi addormentati"},"content":{"rendered":"<p>Avvolti nel mistero e immersi in una dimensione fuori dal tempo, alcuni borghi fantasma del Friuli Venezia Giulia ritornano a vivere. Spesso si tratta di paesi inghiottiti dalla vegetazione dove la luce filtra con fatica, ma nonostante le parvenze celano segreti, storie e leggende inimmaginabili. Qualcuno li chiama \u201cbelle addormentate\u201d altri \u201cpaesi fantasma\u201d: si tratta di luoghi\u00a0che sono stati lasciati dall\u2019uomo per svariati motivi e che conservano le suggestioni del passato. Misteriose le cause\u00a0 dell\u2019abbandono ma senz\u2019altro riconducibili alle difficolt\u00e0 di collegamento con il mondo esterno, alle poche speranze di vita e al terremoto del 1976.<\/p>\n<p>Per chi \u00e8 in cerca di un itinerario di viaggio fuori dalla folla e dalle mete di massa questi borghi, oggi spesso ridotti a ruderi, rappresentano una meta ideale per gite fuori porta. Iniziamo il percorso alla scoperta delle citt\u00e0 fantasma del Friuli Venezia Giulia&#8230;<\/p>\n<p>\u00c8 una domenica di gennaio. Fuori nevischia ma il meteo va migliorando, mi aspetta una giornata intensa, un viaggio nel tempo alla scoperta della <strong>Val Tramontina<\/strong>, nel cuore delle Prealpi Carniche, un piccolo mondo sospeso, ricco d\u2019acqua. Giampiero, un oriundo del luogo, mi racconta che un tempo la valle era molto popolata, specialmente quando la produzione\u00a0casearia era un business e l\u2019allevamento delle mandrie era molto praticato. Col tempo queste tradizioni sono venute meno e oggi i villaggi sono stati abbandonati.<\/p>\n<p>Peraltro negli \u201950 la Sade (Societ\u00e0 Adriatica di Elettricit\u00e0) costru\u00ec la diga che trasform\u00f2 la vita della Val Tramontina e molti dei residenti furono di conseguenza costretti ad andarsene. Di quel mondo antico rimangono i resti di <strong>Movada<\/strong>, un piccolo borgo inghiottito dalle acque del Meduno, che nelle stagioni di siccit\u00e0 spuntano fuori dal <strong>lago di Redona<\/strong>. L\u2019itinerario parte da <strong>Comesta<\/strong>, una frazione del Comune di <strong>Tramonti di Sotto<\/strong>. Dopo circa un\u2019ora e mezza di cammino, attraverso un esile e ripido sentiero arriviamo al borgo fantasma di <strong>Tamar<\/strong>: un ammasso di rovine, abitato fino alla fine degli anni \u201850, anche se oggi in parte ricostruito. I proprietari di alcuni stabili hanno deciso di recuperarli e di destinare un locale a ricovero. Il 30 settembre 2007 \u00e8 stato inaugurato il <strong>bivacco \u201cGuglielmo Varnerin\u201d<\/strong>, in ricordo di uno degli ultimi abitanti. Da allora \u00e8 gestito dalla sezione del CAI di San Vito al Tagliamento. <strong>Renato Miniutti<\/strong>, originario della vallata e artefice di questa ricostruzione, ha realizzato con perizia una meridiana, ben visibile entrando nel cuore del borgo. Degni di segnalazione anche un pozzo, un arco in pietra e l\u2019assetto urbanistico originale: le abitazioni venivano disposte secondo una traiettoria circolare molto probabilmente per favorire i rapporti della comunit\u00e0.<\/p>\n<p>Proseguiamo l\u2019escursione fino a oltrepassare la <strong>Cascata del Velo <\/strong>e una vecchia fornace per la produzione di calce; dopo circa un\u2019ora di sentiero impervio, anche se oggi risistemato, arriviamo a <strong>Palcoda<\/strong>, un borgo abbandonato tra aceri e noccioli, situato nel <strong>Canale del Chiarz\u00f3<\/strong>, che stupisce storicamente per il suo sviluppo nonostante l\u2019isolamento. Le case sono ridotte a un cumulo di rovine e la natura si \u00e8 riappropriata degli spazi che l\u2019uomo le aveva portato via, anche se la chiesa del 1790, costruita dalla <strong>famiglia Masutti <\/strong>e intitolata a San Giacomo, \u00e8 stata recentemente ristrutturata. Una passeggiata tra i ruderi ci riporta indietro nel tempo. Palcoda fu abitato stabilmente fin dal XVII secolo; le attivit\u00e0 principali erano l\u2019agricoltura, la pastorizia e la produzione di cappelli di paglia \u2013 questi ultimi venduti anche in Norvegia \u2013 e nel periodo di maggiore sviluppo arriv\u00f2 a contare 150 abitanti, fino a quando, nel 1923, i Masutti, gli ultimi abitanti del paese, emigrarono altrove in cerca di fortuna, segnando cos\u00ec il destino della borgata.<\/p>\n<p>Torn\u00f2 a rivivere, seppure brevemente, dopo l\u20198 settembre 1943, assieme al vicino borgo di Tamar, quando divent\u00f2 il quartier generale di un gruppo di partigiani della Garibaldi-Tagliamento. Fu cos\u00ec teatro di rappresaglia tanto che, il 5 e il 6 dicembre 1944, la terza compagnia del plotone \u201cValanga\u201d della X\u00aa Flottiglia MAS mise a ferro e fuoco il paese uccidendo tre partigiani.<\/p>\n<p>Morirono Giannino Bosi, detto Battisti (comandante del gruppo \u201cSud\u201d), Jole De Cilia, detta Paola (la sua compagna) e Eugenio Candon, detto Sergio, mentre quasi tutti gli altri furono processati e poi impiccati. <strong>Mauro Daltin<\/strong>, scrittore e appassionato viaggiatore, scrive nel libro <em>I piedi sul Friuli<\/em>: <em>\u201cPalcoda ha il sapore di tutti quei posti dove la natura si \u00e8 andata a riprendere lo spazio che l\u2019uomo le ha sottratto. Gli alberi occupano le strade, il muschio copre le pietre dei pavimenti, le ragnatele disegnano mezze lune agli angoli di archi pericolanti. I tronchi crescono sbilenchi, uno sopra l\u2019altro e si appoggiano ai muri, attraversano finestre e puntano diritti verso le montagne che, ad alzare il naso all\u2019ins\u00f9, le vedi l\u00ec e non\u00a0 riesci a distinguere il cielo dalla roccia. (\u2026) I Masutti erano stati i primi a mettere piede in questo pezzo di terra, a rendere vivo, a costruire le case, la piazza, il mulino e la chiesa. Oltre alla loro famiglia c\u2019era anche quella dei Moruzzi e un altro centinaio di persone, centocinquanta al massimo. Era un posto dimenticato da tutti. Non c\u2019era una scuola e ai bambini veniva insegnato a leggere e scrivere secondo la buona volont\u00e0 di una persona del borgo. Solo per pochissimo tempo, e in un anno imprecisato, ci fu una maestra. Le case erano illuminate da piccoli lumini a olio, non si mangiava n\u00e9 carne n\u00e9 pane e tutta l\u2019alimentazione era a base di polenta e patate. Le donne producevano il carbon dolce che poi vendevano nei paesi vicini. Nel giro di un decennio dopo la Prima guerra mondiale, le famiglie cominciarono ad abbandonare il borgo per sistemarsi in luoghi diversi, in Friuli, a Trieste, a Fiume, a Torino, a Padova, alcuni nelle Americhe. E l\u2019ultimo a lasciare Palcoda, in quell\u2019autunno del 1923, non poteva che essere un Masutti\u201d<\/em>.<\/p>\n<p>Sulla via del ritorno ci fermiamo a <strong>Vuar<\/strong>. Si tratta di un piccolo insediamento semidistrutto costruito dalla famiglia Rugo, nell\u2019800: incorpora una casa patriarcale, architettonicamente molto interessante, che presenta una facciata a doppio ordine di loggiati. La settimana successiva con il fotografo <strong>Igino Durisotti <\/strong>arrivo in <strong>Val d\u2019Arzino<\/strong>, una valle selvaggia e incontaminata nel cuore delle Prealpi Giulie. Un percorso interessante \u00e8 quello che parte dalle sorgenti del <strong>torrente Arzino<\/strong>, sotto <strong>Sella Chianzutan<\/strong>, fino ad arrivare a <strong>Pozzis<\/strong>. Questo borgo, abbandonato nei primi anni \u201960 per il fenomeno dell\u2019emigrazione, \u00e8 molto isolato da Verzegnis ed \u00e8 famoso sopratutto per l\u2019atroce delitto avvenuto nel 1999. Mauro Daltin lo definisce \u201cL\u2019ultimo avamposto del mondo\u201d.<\/p>\n<p>Ad accoglierci troviamo il silenzio. Scendiamo lungo una strada strettissima; a un tratto un pastore belga mi viene incontro, mordendomi le gambe. Proseguiamo senza timori fino a oltrepassare un arco in legno che recita \u201c<em>Hasta la Victoria siempre<\/em>\u201d, e troviamo <strong>il Cocco<\/strong>, l\u2019unico abitante della borgata, che ci offre ospitalit\u00e0, ci prepara un the caldo e comincia a raccontarci\u00a0le sue storie. <strong>Alfeo \u201cCocco\u201d Carnelutti<\/strong>, classe 1944, originario di Pers di Majano, incontr\u00f2 la borgata per la prima volta negli anni Cinquanta grazie a suo pap\u00e0 Guglielmo (uno dei pi\u00f9 grandi cacciatori della zona), al ritorno da una battuta di caccia, quando allora vi risiedevano 40-50 persone. Nel 1982 non ci abitava pi\u00f9 nessuno ma lui decise di venirci a vivere. Arriv\u00f2 a Pozzis con una <em>Renualt 4 <\/em>tutta sfasciata e con dei caproni a bordo; occup\u00f2 abusivamente una stanza semidistrutta di 3 metri per 3, senza acqua corrente e riscaldamento, quindi sistem\u00f2 i bovidi nella vicina stalla. Per due anni visse da eremita mangiando polenta, formaggio e qualche trota dell\u2019Arzino.<\/p>\n<p>Quest\u2019uomo appassionato di motoraduni, donne, sesso, <em>rock&#038;roll <\/em>e <em>Harley Davidson<\/em>, di fede comunista, con tre matrimoni alle spalle e quattro figli si rese colpevole, nel 1996, di un crimine efferato: l\u2019omicidio a colpi di pistola di una lucciola albanese poco pi\u00f9 che ventenne, \u201cGiuliana\u201d, uccisa dal Cocco per evitare che informasse il racket della prostituzione della presenza di una donna nella sua casa. L\u2019uomo infatti dava riparo ad Albana (all\u2019anagrafe Entela Za\u00e7aj), una giovane squillo sottratta dalla strada che, alla pari della vittima, si prostituiva per i marciapiedi. L\u2019assassino dorm\u00ec sonni tranquilli fintantoch\u00e9\u00a0l\u2019ex amata prostituta, dopo essere fuggita, lo denunci\u00f2 alla Polizia. Il cadavere di \u201cGiuliana\u201d venne poi ritrovato vicino al cimitero di Pozzis. Il Cocco venne condannato a 12 anni e 4 mesi di galera. Uscito per buona condotta dal carcere di Tolmezzo, raggiunse la Cina per sposarsi la terza volta. Oggi, Cocco ha chiuso col passato e a sentirlo parlare sembra\u00a0l\u2019ultimo difensore di questo mondo perduto.<\/p>\n<p>Ma anche altri avvenimenti storici coinvolsero Pozzis. Nel luglio 1944 divenne un caposaldo cosacco in cui fiorirono amori e matrimoni con la comunit\u00e0 locale; fu un feudo di partigiani russi e, nel 1872, l\u2019epicentro di un\u2019epidemia di isterodemonopatie (possessioni demoniache), molto probabilmente causata da una ragazza di 25 anni, tale Margherita Vidusson, che contagi\u00f2 altre 24 ragazze e un giovane carabiniere del circondario. Del fenomeno s\u2019interess\u00f2 la scienza ma pure la Chiesa: tuttavia non si riusc\u00ec mai a dare una spiegazione scientifica, per questo Pozzis fu soprannominato \u201cil borgo dell\u2019orrore e della follia\u201d.<\/p>\n<p>Secondo la testimonianza di Markus, un bavarese che ci ha comprato casa, Pozzis ospit\u00f2 <strong>Giuseppe Taliercio<\/strong>, l\u2019ingegnere sequestrato e ucciso dalle brigate rosse nel 1981 prima della sua prigionia a Tarcento. Secondo alcuni abitanti di <strong>San Francesco <\/strong>(la piccola frazione del Comune di Vito d\u2019Asio che s\u2019incontra in direzione di Pielungo sulla strada Regina Margherita) fu per un breve periodo il covo di <strong>Adriana Faranda<\/strong>, ex terrorista italiana militante delle brigate rosse. Dulcis in fundo sempre qui sono state girate alcune scene del film \u2018Porca vacca\u2019, con <strong>Renato Pozzetto <\/strong>e <strong>Laura Antonelli<\/strong>.<\/p>\n<p>Nelle settimane seguenti raggiungo invece <strong>Moggessa di Qua <\/strong>e <strong>Moggessa di L\u00e0<\/strong>, nel comune di <strong>Moggio Udinese<\/strong>. Ebbene s\u00ec: esistono due Moggesse che si trovano a mezz\u2019ora di distanza l\u2019una dall\u2019altra. Ambedue sono raggiungibili solo a piedi, sebbene da una decina d\u2019anni una stradina, riservata ai soli proprietari, collega Moggessa di L\u00e0 alla <strong>Val Aupa<\/strong>. Nel primo<\/p>\n<p>Novecento Moggessa di Qua contava oltre 170 abitanti, ma oggi \u00e8 ridotta a un cumulo di rovine e a qualche abitazione ristrutturata. Le tante bandierine colorate con le preghiere del Mantra che sventolano nell\u2019aria e che creano un\u2019atmosfera di pace fanno sembrare il borgo un angolo di Tibet.<\/p>\n<p>Per poter parlare con qualcuno mi devo recare a Moggessa di L\u00e0, oltre il <strong>Rio del Mulin<\/strong>, spartitraffico tra le due frazioni. Anche in questo caso scopro che degli abitanti non c\u2019\u00e8 nemmeno l\u2019ombra. Mi raccontano che l\u2019ultimo moggessano, <strong>Silvio Simonetti<\/strong>, se ne \u00e8 andato per vivere con la figlia. Qui aveva trovato la pace dopo aver lavorato nella miniera di <strong>Cave del Predil<\/strong>, ma alla soglia degli ottant\u2019anni \u00e8 dovuto emigrare per vincere l\u2019isolamento. Anche se disabitato il posto \u00e8 magnifico:\u00a0ci sono tre fontane con l\u2019acqua che sgorga purissima, una chiesetta ristrutturata e interessanti esempi di architetture spontanee, quasi tutte risistemate.<\/p>\n<p>Nel racconto autobiografico <em>Mestri di mont <\/em><strong>Tito Maniacco <\/strong>ricorda la borgata nella sua prima esperienza di insegnamento, durante una supplenza nella scuola elementare, in quell\u2019unica classe di diciassette alunni, maschi e femmine, dalla prima alla quinta. Ci arriv\u00f2 nel 1956 da <strong>Prapaveris<\/strong>, percorrendo quello stesso sentiero di oggi, in mezzo a un fitto bosco di faggi, ghiaioni e pini mughi per incontrare una comunit\u00e0 destinata a scomparire.<\/p>\n<p>Termina cos\u00ec il nostro viaggio, sebbene ci siano tanti altri luoghi da visitare: da <strong>Chiout degli Uomini <\/strong>(Chiusaforte) a <strong>Cja Ronc <\/strong>(Pinzano al Tagliamento), a <strong>Praforte <\/strong>(Castelnovo del Friuli), a <strong>San Vincenzo <\/strong>(Tramonti di Sotto), a <strong>Erto <\/strong>(Erto e Casso), a <strong>Riulade <\/strong>(Moggio Udinese), a <strong>Chisalizza <\/strong>(Lusevera), a <strong>Puller <\/strong>(Pulfero) a <strong>Picon e Cernizza <\/strong>(San Leonardo), a\u00a0<strong>Ci\u0161nje<\/strong>, (San Leonardo) quest\u2019ultima una sorta di Angkor Wat della Benecia: piccoli mondi abbandonati che custodiscono storie e curiosit\u00e0 tutte da riscoprire.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le citt\u00e0 fantasma del FVG<\/p>\n","protected":false},"author":27,"featured_media":23533,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"dwc-title":[],"dwc-content":[],"footnotes":""},"categories":[8],"tags":[],"class_list":["post-23532","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-turismo"],"rttpg_featured_image_url":{"full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/19643-1.webp",750,544,false],"landscape":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/19643-1.webp",750,544,false],"portraits":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/19643-1.webp",750,544,false],"thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/19643-1-150x150.webp",150,150,true],"medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/19643-1-300x218.webp",300,218,true],"large":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/19643-1.webp",640,464,false],"thumblist":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/19643-1.webp",300,218,false],"thumbrelated":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/19643-1.webp",500,363,false],"meccarouselthumb":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/19643-1.webp",447,324,false],"gridsquare":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/19643-1.webp",358,260,false],"tileview":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/19643-1.webp",300,218,false],"1536x1536":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/19643-1.webp",750,544,false],"2048x2048":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/19643-1.webp",750,544,false],"newsup-slider-full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/19643-1.webp",750,544,false],"newsup-featured":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/19643-1.webp",750,544,false],"newsup-medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/19643-1-720x380.webp",720,380,true],"tptn_thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/19643-1.webp",250,181,false],"sow-carousel-default":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/19643-1-272x182.webp",272,182,true]},"rttpg_author":{"display_name":"Michele Tomaselli","author_link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/author\/tomaselli\/"},"rttpg_comment":0,"rttpg_category":"<a href=\"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/category\/turismo\/\" rel=\"category tag\">TURISMO<\/a>","rttpg_excerpt":"Le citt\u00e0 fantasma del FVG","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23532","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/users\/27"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=23532"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23532\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media\/23533"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=23532"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=23532"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=23532"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}