{"id":23417,"date":"2017-05-17T00:00:00","date_gmt":"2017-05-16T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/imagazine.it\/?p=23417"},"modified":"2017-05-17T00:00:00","modified_gmt":"2017-05-16T23:00:00","slug":"la-crisi-e-finita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/la-crisi-e-finita\/","title":{"rendered":"La crisi \u00e8 finita?"},"content":{"rendered":"<p>Per parlare dello stato di salute delle banche italiane bisogna partire dalla crisi finanziaria del 2008. Un evento che ha cambiato il corso della storia per le economie dei Paesi occidentali. Una crisi che ha avuto come epicentro proprio le banche. Il sistema finanziario globale \u00e8 finito al collasso per colpa dell\u2019eccessivo impiego di strumenti complessi e speculativi come i derivati e l\u2019elevato volume di crediti concessi dalle banche anche a chi non sarebbe stato in grado\u00a0di rimborsarli in futuro. I famigerati <em>mutui subprime <\/em>erano infatti concessi per l\u2019acquisto della casa anche a famiglie senza redditi e senza lavoro.<\/p>\n<p>Questo terremoto ha lasciato inizialmente relativamente indenni le banche italiane, tradizionalmente meno speculative. Quando per\u00f2 la crisi si \u00e8 trasferita ai debiti pubblici, anche loro hanno sofferto. Tra il 2010 e il 2012 il mercato ha iniziato a temere che l\u2019Italia non fosse pi\u00f9 capace di rimborsare il suo debito pubblico. Questa crisi di sfiducia ha finito col travolgere anche chi, di questo immenso debito, \u00e8 il principale acquirente: le banche italiane appunto. L\u2019 Italia non ha sofferto una crisi da <em>mutui subprime <\/em>come gli USA e in particolare la Spagna: i nostri <em>subprime <\/em>sono venuti dopo, nella forma di crediti erogati soprattutto a imprese che non ne avevano il merito (creditizio).<\/p>\n<p>Le banche italiane poi non hanno saputo cogliere le opportunit\u00e0 offerte dal programma di acquisto dei Titoli di Stato (cosiddetto <em>quantitative easing<\/em>) varato dalla BCE (Banca Centrale Europea), ovvero di alleggerirsi di un fardello che le mette a rischio nel caso di una ripresa dell\u2019inflazione e dei tassi di interesse. Forse per reverenzialit\u00e0 nei confronti dello\u00a0Stato, ma anche per mantenere una fonte di reddito relativamente sicura che compensasse situazioni di bassa redditivit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Le banche hanno contribuito alla crisi?<\/strong><\/p>\n<p>Il timore che l\u2019Italia e le sue banche fallissero, dato il fardello di un debito pubblico che \u00e8 il terzo al mondo, aveva fatto schizzare ai massimi i tassi di interesse con cui lo Stato e gli istituti di credito si finanziavano sul mercato. Nei primi anni della crisi questi fattori si sono intrecciati con una profonda recessione dell\u2019economia reale, con un aumento dei profili di rischio creditizio dei finanziamenti a famiglie e imprese. Il meccanismo del credito all\u2019economia reale si \u00e8 inceppato dando vita a quello che gli addetti ai lavori chiamano un \u00ab<em>credit crunch<\/em>\u00bb, una stretta creditizia. In un\u2019economia come quella italiana, che \u00e8 fondata prevalentemente sul credito bancario, ci\u00f2 ha contribuito ad alimentare la peggiore recessione dal Dopoguerra, ma i suoi prodromi hanno radici lontane, precisamente nella bassa o nulla crescita dell\u2019economia nel decennio pre crisi, che a sua volta deriva dal decremento della produttivit\u00e0 totale dei fattori\u00a0produttivi. Una crisi epocale che ha visto il Pil crollare del 10%, la produzione industriale del 25% e una miriade di imprese andare in fallimento.<\/p>\n<p><strong>I crediti deteriorati: come si sono generati?<\/strong><\/p>\n<p>Con il crollo del Pil (cio\u00e8 della ricchezza prodotta ogni anno dall\u2019economia) e l\u2019impennata della disoccupazione sempre pi\u00f9 famiglie e imprese in tutta Italia si sono trovate in difficolt\u00e0 a far fronte ai debiti contratti con le banche. Il problema dei debitori (famiglie e imprese) si \u00e8 trasformato in un problema dei creditori (cio\u00e8 le banche) man mano che i prestiti non onorati (i cosiddetti \u00abcrediti deteriorati\u00bb) crescevano nel loro bilancio. Quella dei prestiti malati, ovvero incagliati e in sofferenza, \u00e8 stata una mina a scoppio ritardato. Non \u00e8 esplosa negli anni pi\u00f9 duri della recessione (2011-2012) ma successivamente, tra il 2013 e il 2015. Nell\u2019anno pi\u00f9 critico, il 2015, l\u2019incidenza dei crediti deteriorati sul totale dei prestiti \u00e8 arrivata fino al 22%. Come dire che un prestito su cinque era \u00abmalato\u00bb e molto spesso inesigibile.<\/p>\n<p>L\u2019aumento esponenziale dei prestiti inesigibili ha costretto le banche a prendere le adeguate contromisure. Le ha costrette, ad esempio, ad accantonare riserve per far fronte a eventuali perdite. Oppure a fare svalutazioni. Cio\u00e8 dichiarare a bilancio che dei 100 mila euro prestati alla societ\u00e0 X per comprare macchinari e su cui le rate non sono state onorate, si conta di recuperarne 50 mila. Ad esempio pignorando e mettendo all\u2019asta il macchinario. Svalutare\u00a0significa mettere una pietra sopra quel prestito accettando di andare incontro a una perdita.<\/p>\n<p><strong>Quante perdite hanno accumulato le Banche?<\/strong><\/p>\n<p>Quando si scrive un bilancio si prendono i ricavi (ci\u00f2 che la banca incassa sotto forma di servizi, commissioni e margine di interesse sui prestiti) e si sottraggono i costi. Innanzitutto quelli chiamati operativi (come gli stipendi dei dipendenti o l\u2019affitto delle sedi) che in media pesano sui ricavi per il 60%. E poi si aggiunge il tassello delle svalutazioni dei crediti malati. Quelli che non si riscuoteranno o si riscuoteranno con grande ritardo. Prima della crisi questa voce pesava per il 10-20% dei ricavi. Oggi ci sono banche in crisi in cui solo le rettifiche sui prestiti malati erodono tutti i ricavi. Da qui diventa quasi automatico chiudere il bilancio in perdita anzich\u00e9 in utile. E le perdite negli anni hanno eroso il patrimonio delle banche, che \u00e8 il motore del credito: semplificando, la banca deve disporre in\u00a0media di 8 euro di patrimonio ogni 100 che presta; se il patrimonio si riduce, ad esempio a 6 euro causa perdite, la banca potr\u00e0 erogare solo 72 euro. In questo periodo poi le autorit\u00e0 di vigilanza hanno imposto vincoli patrimoniali pi\u00f9 elevati in funzione della salute della banca stessa (per erogare 100 euro deve disporre di 10 euro e non pi\u00f9 8, ad esempio).<\/p>\n<p>Il rosso accumulato dagli istituti di credito in questi anni \u00e8 stato pesante. A fronte di un\u2019esplosione del volume dei crediti deteriorati lordi a oltre 341 miliardi di euro, le banche italiane, dal 2011 a oggi, hanno accumulato oltre 62 miliardi di euro di perdite.<\/p>\n<p>Come si \u00e8 visto le perdite che si accumulano anno dopo anno finiscono per portare il patrimonio a livelli da non garantire pi\u00f9 la solidit\u00e0 della banca. Per rimediare, occorre riportare il patrimonio sopra determinati parametri indicati \u00a0dalle autorit\u00e0. Per fare questo si fa un aumento di capitale. Cio\u00e8 si chiede soldi al mercato emettendo nuove azioni. A oggi sono stati fatti aumenti di capitale per oltre 45 miliardi di euro.<\/p>\n<p><strong>Cosa si \u00e8 fatto per rimediare alle perdite?<\/strong><\/p>\n<p>Non sempre questi aumenti sono stati sufficienti anche perch\u00e9 \u00e8 capitato che per diverse banche in crisi il mercato non abbia dato la propria disponibilit\u00e0 a finanziarle. \u00c8 capitato pi\u00f9 di una volta: l\u2019anno scorso con il fallimento degli aumenti di capitale della Banca Popolare di Vicenza, di Veneto Banca e del Monte dei Paschi di Siena.<\/p>\n<p>Nei primi due casi \u00e8 intervenuto il Fondo Atlante, un fondo finanziato anche dalle banche italiane pi\u00f9 solide, con il quale si intendeva supplire al cosiddetto \u201cfallimento del mercato\u201d, in questo caso dei capitali, ma che si \u00e8 rivelato quanto meno velleitario. Le banche pi\u00f9 solide che hanno finanziato tale fondo stanno considerando quei finanziamenti come \u201csofferenze\u201d, nel senso che le probabilit\u00e0 di recuperarli dalla ristrutturazione delle banche salvate sono molto\u00a0basse o nulle.<\/p>\n<p><strong>Quando una banca \u00e8 a rischio?<\/strong><\/p>\n<p>In generale i crediti malati non dovrebbero mai superare come valore a bilancio il livello del capitale. Pi\u00f9 \u00e8 alto questo rapporto, cio\u00e8 le sofferenze superano il capitale, pi\u00f9 la banca \u00e8 a rischio. Ovviamente pi\u00f9 il rapporto tra sofferenze e capitale si riduce sotto il 100%, pi\u00f9 la banca \u00e8 da considerarsi solida. Avere sofferenze che non superano il patrimonio\u00a0\u00e8 importante, anche in prospettiva.<\/p>\n<p>Il peso delle svalutazioni impatter\u00e0 sul conto economico producendo quelle perdite di cui abbiamo parlato che di riflesso riducono mano a mano il capitale. \u00c8 quindi evidente che una banca che ha sofferenze molto alte, andr\u00e0 incontro a perdite sostanziose. Come abbiamo visto si dovr\u00e0 ripristinare il capitale chiedendo ai soci di iniettare nuovo denaro nella propria banca. Ma se le sofferenze continuano ad aumentare come \u00e8 accaduto negli ultimi anni, quello\u00a0sforzo di aggiungere nuovo capitale rischia di essere vanifi cato gi\u00e0 l\u2019anno successivo.<\/p>\n<p><strong>Quali sono i rischi per il risparmiatore se una banca fallisce o fallisce l\u2019aumento di capitale?<\/strong><\/p>\n<p>Con l\u2019entrata in vigore della direttiva comunitaria BRRD (<em>Bank recovery and resolution directive<\/em>) si \u00e8 introdotto il principio che lo Stato non debba farsi pi\u00f9 carico del salvataggio di un istituto di credito in crisi pagando con i soldi dei contribuenti gli errori dei banchieri. Se una banca fallisce, a essere chiamati in causa sono in primo luogo gli azionisti e in secondo luogo i creditori a seconda del privilegio. Prima i possessori di titoli di debito subordinati, poi quelli che hanno <em>bond senior <\/em>e cos\u00ec via fi no ad arrivare ai correntisti con depositi superiori ai 100 mila euro. Al \u00ab<em>bail-out<\/em>\u00bb\u00a0(salvataggio dall\u2019esterno) si \u00e8 contrapposto il \u00ab<em>bailin<\/em>\u00bb (salvataggio dall\u2019interno). Tra il bianco e il nero ci sono \u00a0comunque molte sfumature di grigio e il fallimento di un aumento di capitale non significa automaticamente che debitori e correntisti debbano intervenire per salvare la banca.<\/p>\n<p>Finora non c\u2019\u00e8 stata alcuna crisi talmente grave da coinvolgere l\u2019anello pi\u00f9 debole della catena: i correntisti. I depositi (sia quelli degli istituti pi\u00f9 solidi, sia quelli degli istituti pi\u00f9 fragili) sono tutti coperti dalla garanzia del fondo interbancario che tutela le somme depositate fi no all\u2019ammontare di 100 mila euro. Chi pensasse di spostare il conto da una banca a un\u2019altra deve fare un\u2019attenta analisi rischio-rendimento, tenendo conto del fatto che un istituto in difficolt\u00e0 ha maggiore interesse a tenersi i clienti offrendo loro ad esempio remunerazioni pi\u00f9 interessanti su prodotti come i\u00a0conti di deposito. Se si ha un conto in una banca \u00aba rischio\u00bb non basta accertarsi che questo rischio sia ben remunerato, come accaduto in alcuni deprecabili casi (obbligazioni bancarie subordinate). Tra il \u00ab<em>bail-out<\/em>\u00bb e il \u00ab<em>bail-in<\/em>\u00bb la normativa prevede una terza via: la ricapitalizzazione precauzionale a opera dello Stato. Di fatto una nazionalizzazione\u00a0che pu\u00f2 essere fatta solo se alcune condizioni sono rispettate: ad esempio se l\u2019istituto \u00e8 solvibile (cio\u00e8 \u00e8 in grado di affrontare situazioni di stress) o se c\u2019\u00e8 un rischio per la stabilit\u00e0 finanziaria del Paese\u2026<\/p>\n<p>Lo Stato italiano, che negli ultimi giorni del 2016 ha stanziato 20 miliardi di euro per decreto, \u00e8 entrato nel capitale del Monte dei Paschi di Siena e potrebbe entrare in Veneto e Vicenza. Questa operazione prevede comunque una parte di condivisione del rischio da parte dei creditori dell\u2019istituto attraverso, per esempio, la conversione in azioni del debito subordinato. Nel caso in cui questo debito sia stato venduto in maniera non trasparente \u00e8 possibile una forma di rimborso che varia da caso a caso.<\/p>\n<p><strong>Da cosa dipende l\u2019uscita dalla crisi?<\/strong><\/p>\n<p>La buona notizia \u00e8 che i crediti malati nei bilanci delle banche hanno smesso di crescere. Quella cattiva \u00e8 che la pulizia dei bilanci di molte banche non \u00e8 stata ancora conclusa. L\u2019uscita dalla crisi dipende dalla capacit\u00e0 di smaltire in maniera efficace il fardello dei crediti a rischio favorendo le operazioni di cessione da parte delle banche. Il mercato\u00a0dei crediti malati \u00e8 condizionato da un forte divario tra domanda e offerta. Da una parte ci sono le banche che, pressate dalle autorit\u00e0 di vigilanza, hanno fretta di vendere. Dall\u2019altra gli operatori specializzati che sono disposti a comprare,\u00a0ma solo a prezzi adeguati al livello di rischio.<\/p>\n<p>In ultima analisi si uscir\u00e0 dalla crisi quando l\u2019Italia riprender\u00e0 a crescere in modo sostenibile, perch\u00e9 le banche riflettono nei loro bilanci la solidit\u00e0 delle economie che sostengono.\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Banche e crescita<\/p>\n","protected":false},"author":28,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"dwc-title":[],"dwc-content":[],"footnotes":""},"categories":[6],"tags":[],"class_list":["post-23417","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-societa"],"rttpg_featured_image_url":null,"rttpg_author":{"display_name":"redazione","author_link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/author\/redazione\/"},"rttpg_comment":0,"rttpg_category":"<a href=\"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/category\/societa\/\" rel=\"category tag\">SOCIET\u00c0<\/a>","rttpg_excerpt":"Banche e crescita","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23417","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/users\/28"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=23417"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23417\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=23417"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=23417"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=23417"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}