{"id":20760,"date":"2016-11-04T00:00:00","date_gmt":"2016-11-03T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/imagazine.it\/?p=20760"},"modified":"2016-11-04T00:00:00","modified_gmt":"2016-11-03T23:00:00","slug":"le-vette-del-destino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/le-vette-del-destino\/","title":{"rendered":"Le vette del destino"},"content":{"rendered":"<p>Lo <strong>Jalovec <\/strong>(o <strong><em>Jalouz<\/em><\/strong>), 2645 m., ardito e strapiombante, si eleva nella <strong>val Planica<\/strong>, rasente <strong>Kranjska Gora<\/strong>. \u00c8 una cima maestosa, di grande soddisfazione, la quarta punta della Slovenia; sullo spigolo nord <strong>Emilio Comici <\/strong>tracci\u00f2 una delle vie di arrampicata pi\u00f9 spettacolari delle Alpi Giulie. <strong>Julius Kugy<\/strong>, noto alpinista, botanico, musicista e scrittore giuliano ci sal\u00ec almeno quindici volte e fu il primo a raggiungerla dal canalone Nord Est, a fondovalle della val Planica.<\/p>\n<p>Cos\u00ec scriveva nel 1925: \u201c<em>Fu il Krammer a insistere per l\u2019ascensione invernale del Jalouz. E quando si studi\u00f2 questo programma, era di nuovo Natale. Si era in tre: il dott. Bolaffio, Krammer ed io, con le guide Oitzinger e Joze Komac, cui avevo dato l\u2019appuntamento a Kronau. La neve era soffice, vi si affondava fino al ginocchio, sicch\u00e9 non era comodo procedere in Val Planizza, tanto gi\u00e0 che pensavamo di rinunciare alla gita. Ma il tempo era bello e c\u2019incoraggiava sempre a proseguire ancora un pezzetto. Con grande disagio e fatica giungemmo finalmente ai piedi del canalone, dove ci tocc\u00f2 la gradita<\/em><\/p>\n<p><em>sorpresa di un completo cambiamento di scena. La neve cominci\u00f2 a tenere e nei punti molto erti era cos\u00ec buona che la salita al canalone si present\u00f2 molto pi\u00f9 facile che d\u2019estate. Pericoli di sassi non ce n\u2019era, perch\u00e9 tutto il brecciame mobile era sepolto sotto parecchia neve. Dopo un riposo conveniente sotto la grande roccia isolata ai piedi del canale, guadagnammo quota molto rapidamente, meravigliandoci noi stessi della rapidit\u00e0 con cui raggiungemmo, per l\u2019imbocco superiore, la terrazza Jeserza. L\u00ec si tenne consiglio di guerra. Sul tratto meno inclinato, fino a forcella di Bretto, dove passa la via solita temevamo di trovare neve peggiore, per cui piegammo subito a destra verso i dirupi del Jalouz. Un cammino tutto incrostato di ghiaccio e una breve cengia pure ghiacciata permettevano di montare senza molte difficolt\u00e0 sul tetto, lungo il quale prendemmo la salita coi ram poni e tagliando scalini. V\u2019era infatti sui lastroni un palmo di ghiaccio, duro, vetrato, che aveva trasformato l\u2019estrema punta del Jalouz in uno scintillante palazzo di cristallo. Qui la faccenda si fece seria, perch\u00e9 i gradini, causa la roccia \u00a0sottostante, non potevano essere che piccolissimi. Tuttavia si raggiunse la cresta sud nel suo punto pi\u00f9 stretto e poco dopo la cima<\/em>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>Dalla vita di un alpinista. Le Alpi Giulie<\/em><\/p>\n<p><strong>Marzo 1998<\/strong><\/p>\n<p>Ammaliato dalle letture di Kugy non mi restava che tentare la vetta; tuttavia l\u2019intenzione era di salirla con gli sci dal <strong>rifugio Tamar <\/strong>(a fondovalle della val Planica) seguendo il ripido canalone. L\u2019idea piaceva anche a <strong>Joseph <\/strong>che decise di accompagnarmi. Era un alpinista appassionato che aveva percorso centinaia di chilometri con gli sci tra le Alpi, Capo Nord e la Patagonia.<\/p>\n<p>Ma la giornata non fu azzeccata. Trovammo neve pesante e afa, ma cosa ben pi\u00f9 grave gli sci non scorrevano. Dopo circa un\u2019ora e mezza di salita l\u2019ambiente si restrinse, immettendosi nello stretto e ripido <strong>canale Kugy <\/strong>(oggi, uno degli itinerari di sci ripido pi\u00f9 frequentati della zona). Qui le condizioni migliorarono ma a causa della neve dura proseguimmo a piedi, usando ramponi e piccozza. D\u2019altra parte la pendenza era a 45 gradi rendendo difficile fare altrimenti.<\/p>\n<p>Nonostante la fatica, fummo ripagati da panorami mozzafiato e dal fascino imperscrutabile delle Alpi Giulie: un paesaggio di alta montagna severo e solitario con i picchi rivestiti di bianco oltre ad una natura stravolgente. A pochi metri mi si avvicin\u00f2 perfino un camoscio\u2026 Non so chi di noi due fosse pi\u00f9 sorpreso: io ero inebetito e non riuscivo a fotografarlo. Quando provai a farlo, lui era gi\u00e0 sparito. Cos\u00ec, sperando di rivederlo non mi restava che proseguire. Salimmo lo stretto e ripido canale fino ad arrivare a una sella a quota 2330 m. circa, dove il terreno si apriva e iniziava la via normale: un lungo traverso che guadagnava la cresta Ovest, rimontando un ripido canalino e oltrepassando la cresta fino a raggiungere la guglia sommitale. Le gioie della vetta ci permettevano di godere dello sterminato panorama assaporando del vino rosso. Subito dopo iniziammo ad affrontare la discesa. Fu in quei momenti che, improvvisamente, udii Joseph gridare con terrore e spavento. Non riuscivo a\u00a0capire cosa stesse dicendo. Sospettando un pericolo, cambiai istintivamente direzione degli sci e mi arrampicai sulle pareti laterali. Fu la mia salvezza. Subito dopo un boato preannunci\u00f2 l\u2019arrivo di un\u2019enorme slavina: un muro di neve alto un metro\u00a0e mezzo che, come una cascata, prese la via del canalone, spazzando via tutto come una furia.<\/p>\n<p>Anche Joseph. Da quel momento in poi ci fu il buio. Lo vidi rotolare su e gi\u00f9 in una nuvola di neve, superare uno sperone roccioso, fino ad arrivare seicento metri pi\u00f9 sotto, al limite del bosco. Non so quanto aspettai, ma fu un\u2019attesa interminabile. Riaprii gli occhi e affrontai il canalone, fino ad arrivare al fronte della valanga.<\/p>\n<p>Chiamai Joseph, ma non ricevetti nessuna risposta. Nel frattempo due carinziani, scesi dal vicino <em>Kotovo Sedlo<\/em>, avevano allertato il soccorso sloveno. Con l\u2019ausilio dell\u2019ARTVA (apparecchio di ricerca dei travolti in valanga) rinvenimmo Joseph,\u00a0sepolto da un metro di neve. Era vivo, seppure in stato confusionale e con qualche ossa rotta. Fu un miracolo.<\/p>\n<p>Da allora le nostre strade si divisero. L\u2019incidente aveva cambiato i nostri rapporti e aveva imposto una pausa di riflessione. Joseph si trasfer\u00ec in America e, da allora, non ebbi pi\u00f9 sue notizie. Ma al destino piace scompaginare le carte. E quasi vent\u2019anni dopo, ci fece incontrare per caso su un\u2019altra montagna. Il <strong>Monte Bianco<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>Giugno 2016<\/strong><\/p>\n<p>Si dice che quando arriva una finestra di bel tempo non si pu\u00f2 restare a casa. E quella settimana le previsioni lo davano stabile e soleggiato. Non mi restava che caricare gli sci in macchina e partire per <strong>Chamonix<\/strong>, in Francia, e dare un senso alla stagione\u00a0di sci alpinismo. L\u2019obiettivo era la salita del Monte Bianco con gli sci, una delle gite pi\u00f9 complete e impegnative dell\u2019arco alpino.<\/p>\n<p>A <strong>Plan de l\u2019Aiguille <\/strong>(la stazione intermedia della funivia dell\u2019<em>Aiguille du Midi<\/em>) iniziai con l\u2019amica Chiara la via normale per il <strong><em>refuge des Grands Mulets<\/em><\/strong>, un edificio arroccato a nido d\u2019aquila sopra una rupe e perso in mezzo ai ghiacci. Messi gli sci ai piedi, superammo il <strong>ghiacciaio dei <\/strong><strong><em>P\u00e8lerins<\/em><\/strong>, oltrepassando la <strong>funivia del <\/strong><strong><em>Glaciers<\/em><\/strong>, fino ad arrivare al <strong>ghiacciaio <\/strong><strong><em>des Bossons<\/em><\/strong>. Un luogo davvero spettacolare che scende fino all\u2019ingresso del traforo del Monte Bianco. Eravamo sulle tracce di Jacques Balmat e Michel Gabriel Paccard, i primi due uomini al mondo che nel 1786, lungo questa via, raggiunsero la vetta. La conquista del Monte Bianco fu un\u2019impresa straordinaria soprattutto per gli illuministi che consideravano l\u2019alpinismo una scienza di ricerca ed esplorazione.<\/p>\n<p>Attraversammo il ghiacciaio nella sua zona piatta, salendo alla <em>Jonction <\/em>(l\u2019unione dei due ghiacciai) in mezzo a torri di ghiaccio, pericolosi crepacci e ponti effimeri, fino ad arrivare al <strong><em>refuge des Grands Mulets <\/em><\/strong>giusto in tempo per la cena. Non c\u2019era un gran numero di ospiti. Anche per questo fu facile scorgere <strong>Glen Plake<\/strong>, l\u2019asso del freestyle americano (sopravvissuto a una disgrazia sul Manaslu), che riconobbi grazie al suo inconfondibile taglio di cappelli a cresta. Ma la vera sorpresa fu un\u2019altra. Joseph. Nonostante l\u2019et\u00e0, la sua fisionomia non era cambiata. La gioia di rivedersi fu grande per entrambi. Il resto venne di conseguenza. E tra una chiacchiera e l\u2019altra, decidemmo di salire assieme la cima del Monte Bianco.<\/p>\n<p>La sveglia alle ore 1.15 fu quasi una liberazione, visto che nessuno di noi era riuscito ad addormentarsi. Muniti di pila frontale scendemmo il tratto di roccia che ci separava dal ghiacciaio del <em>Bossons <\/em>e iniziammo la lunga ascensione verso la vetta. Decidemmo di percorrere la <strong><em>Voie Royale <\/em><\/strong>lungo la ripida cresta nord del <em>Dome<\/em>. Un percorso molto faticoso da effettuare con gli sci in spalla, ma che fortunosamente non \u00e8 interessato dalla caduta dei seracchi del <strong><em>Petit Plateau<\/em><\/strong>. L\u2019aria rarefatta aumentava il senso di fatica, ma a rigenerarci fu la magia dell\u2019alba: lo spettacolo della natura brillava sotto i primi raggi del sole, mentre il buio scompariva lentamente all\u2019orizzonte e il cielo offriva un caleidoscopio di colori caldi e delicati.<\/p>\n<p>Subito dopo raggiungemmo il pianoro del <strong><em>Grand Plateau<\/em><\/strong>, a 4000 m., sotto la parete nord del Monte Bianco dove potemmo rimettere gli sci ai piedi. La pendenza aumentava leggermente e la neve ondulata (questo tratto \u00e8 notevolmente soggetto all\u2019azione del vento) ci costringeva a improbabili acrobazie con gli sci, mettendo a dura prova le pelli di foca. Tuttavia ci\u00a0stavamo avvicinando sempre di pi\u00f9 alla vetta.<\/p>\n<p>Risalimmo gli ultimi pendii fino ad arrivare al rifugio Vallot &#8211; un piccolo ricovero di emergenza a 4362 m. &#8211; da dove inizia la lunga cresta delle <em>Bosses<\/em>, che conduce alla sommit\u00e0 del Monte Bianco. Joseph e Chiara avrebbero voluto salirla con gli sci per poi discendere la parete nord, ma le condizioni avverse del tempo ci obbligarono a cambiare programma. Lasciammo gli sci al <strong>rifugio <\/strong><strong><em>Vallot <\/em><\/strong>e proseguimmo legati in cordata. Alle 11, dopo oltre 8 ore di salita e tanta fatica, raggiungemmo il tetto d\u2019Europa a 4810 m. In un tripudio di emozioni ci abbracciammo.<\/p>\n<p>Mancava per\u00f2 ancora la discesa per il rientro. D\u2019improvviso il vento inizi\u00f2 a soffiare con forza e la visibilit\u00e0 non permetteva di vedere a un palmo dal naso. Dovevamo affrontare una zona crepacciata che richiedeva esperienza e prontezza di riflessi. Un minimo errore poteva esserci fatale. Ma la tecnologia GPS e, soprattutto, la lungimiranza di Joseph, ci garantirono un ritorno in sicurezza. Potevo cos\u00ec godermi sia il raggiungimento della vetta che, soprattutto, il ritrovamento di un amico.<\/p>\n<p>Non mi restava che appendere gli sci al chiodo e pensare al mio prossimo viaggio: il trekking della <strong>cordillera Huayhuash <\/strong>in Per\u00f9.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dalle Alpi Giulie al Monte Bianco<\/p>\n","protected":false},"author":27,"featured_media":20761,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"dwc-title":[],"dwc-content":[],"footnotes":""},"categories":[8],"tags":[],"class_list":["post-20760","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-turismo"],"rttpg_featured_image_url":{"full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/16516-1.webp",750,424,false],"landscape":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/16516-1.webp",750,424,false],"portraits":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/16516-1.webp",750,424,false],"thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/16516-1-150x150.webp",150,150,true],"medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/16516-1-300x170.webp",300,170,true],"large":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/16516-1.webp",640,362,false],"thumblist":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/16516-1.webp",300,170,false],"thumbrelated":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/16516-1.webp",500,283,false],"meccarouselthumb":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/16516-1.webp",474,268,false],"gridsquare":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/16516-1.webp",391,221,false],"tileview":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/16516-1.webp",300,170,false],"1536x1536":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/16516-1.webp",750,424,false],"2048x2048":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/16516-1.webp",750,424,false],"newsup-slider-full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/16516-1.webp",750,424,false],"newsup-featured":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/16516-1.webp",750,424,false],"newsup-medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/16516-1-720x380.webp",720,380,true],"tptn_thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/16516-1.webp",250,141,false],"sow-carousel-default":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/16516-1-272x182.webp",272,182,true]},"rttpg_author":{"display_name":"Michele Tomaselli","author_link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/author\/tomaselli\/"},"rttpg_comment":0,"rttpg_category":"<a href=\"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/category\/turismo\/\" rel=\"category tag\">TURISMO<\/a>","rttpg_excerpt":"Dalle Alpi Giulie al Monte Bianco","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/20760","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/users\/27"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=20760"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/20760\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media\/20761"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=20760"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=20760"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=20760"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}