{"id":17799,"date":"2015-12-03T00:00:00","date_gmt":"2015-12-02T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/imagazine.it\/?p=17799"},"modified":"2015-12-03T00:00:00","modified_gmt":"2015-12-02T23:00:00","slug":"immagini-e-parole-per-recuperare-il-filo-della-memoria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/immagini-e-parole-per-recuperare-il-filo-della-memoria\/","title":{"rendered":"Immagini e parole per recuperare il filo della memoria"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tNascosta e quasi protetta da una siepe che la rende praticamente invisibile tra le case della localit\u00e0 sangiorgina di Chiarisacco c\u2019\u00e8 una cappella, poco pi\u00f9 di un piccolo cubo di mattoni faccia a vista, che porta ancora leggibile sul pavimento l\u2019anno di fondazione: 1917. Si tratta di una cappella militare dalle linee austere, come le altre costruzioni simili <em>figlie <\/em>della Grande Guerra, eretta per volont\u00e0 dell\u2019allora Vescovo \u201cda Campo\u201d Angelo Bartolomasi, per le pratiche religiose (purtroppo serv\u00ec spesso anche come cappella mortuaria) dei soldati ricoverati presso il grande ospedale da campo n. 234, allestito nel fondo e nelle case della famiglia Maran. \u00a0\u00c8 la testimonianza di maggiore intensit\u00e0 emotiva del percorso segnaletico sui <em>luoghi dell\u2019Universit\u00e0 Castrense, <\/em>allestita dal Comune di San Giorgio di Nogaro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tLe diciassette nuove installazioni intendono segnalare (e restituire per immagini e parole), la vicenda e i volti di alcuni protagonisti dell\u2019Universit\u00e0 Castrense, insieme ai luoghi \u2013 talvolta profondamente mutati rispetto cent\u2019anni fa \u2013 che ospitarono fisicamente le aule, i dormitori, le mense, le cliniche, gli ospedali, i laboratori scientifici di quella che a tutti i titoli fu la prima Facolt\u00e0 universitaria <em>moderna <\/em>del Friuli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tQui, in uno spazio di tempo breve e convulso (poco meno di otto mesi, scanditi in due annualit\u00e0 tra il 1916-1917), furono complessivamente radunati circa 1.500 studenti di medicina provenienti da tutte le Universit\u00e0 italiane d\u2019allora, e una classe docente di altissimo livello scientifico e professionale. Qui furono eseguite le prime pionieristiche sperimentazioni di microchirurgia cranica e midollare, le ricostruzioni dei volti scempiati dagli ordigni della guerra \u2018tecnologica e industriale\u2019. Qui arriv\u00f2 dalle vicine trincee il primo flusso doloroso delle ondate di follia provocate dalla guerra, che riducevano i cervelli di tanti soldati \u2013 come ha scritto Emilio Lusso <em>\u00aba sciaguattare nella scatola cranica come l\u2019acqua agitata in una bottiglia<\/em>\u00bb. Di questi corpi e di tante <em>anime <\/em>ferite, i 13\/14 ospedali di guerra e l\u2019Universit\u00e0 Castrense di San Giorgio di Nogaro si fecero allora carico e cura, con la contraddizione dolorosa di doverli restituire \u00aballa guerra\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tL\u2019emergenza sanitaria della Grande Guerra fatto di San Giorgio di Nogaro una sorta di \u201ccenacolo\u201d d\u2019incontro fra i protagonisti di alcune fra le pi\u00f9 <strong>avanzate esperienze sul piano della sperimentazione medica a livello nazionale, <\/strong>frutto di una stagione di grandi fermenti nella pratica scientifica, quale fu l\u2019inizio del XX secolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tSi tratt\u00f2 di un\u2019esperienza inattesa e per alcuni versi esaltante: l\u2019incontro tra \u201cpionieri\u201d delle nuove frontiere della medicina, le cui esperienze \u201csul confine\u201d poterono senz\u2019altro confrontarsi e proficuamente <em>contaminarsi <\/em>in una vicinanza fisica e ideale unica e singolare. \u00c8 facilmente intuibile quale traccia profonda l\u2019Universit\u00e0 Castrense abbia potuto imprimere nella vita e nella formazione di una generazione di giovani medici uscita da una guerra sconvolgente e da una scuola, comunque e per tanti aspetti, davvero eccezionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tNell\u2019aprile 1917 la Facolt\u00e0 Castrense di Medicina e Chirurgia dell\u2019Universit\u00e0 di Padova laure\u00f2 complessivamente <strong>534 nuovi medici<\/strong> (<strong>67 <\/strong>della sede <em>madre <\/em>di Padova, e <strong>467 alla sezione staccata di San Giorgio di Nogaro<\/strong>). Un numero molto significativo, tenuto conto che agli inizi della guerra gli iscritti nelle sedici Facolt\u00e0 mediche d\u2019Italia non superavano di molto le quattromila unit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tDalla Prima guerra mondiale e dall\u2019organizzazione militare la societ\u00e0 civile italiana ha potuto acquisire un\u2019intera <strong>generazione di medici. <\/strong>Tuttavia, per quei medici usciti da corsi <em>accelerati<\/em>, accreditarsi professionalmente nell\u2019inquieto clima politico e sociale del dopoguerra richiese un <em>surplus <\/em>d\u2019impegno e dedizione. Non dovette essere facile strapparsi di dosso quella fin troppo facile etichetta di \u201claureati di guerra\u201d, cui alludono le parole di Giuseppe Prezzolini: \u00ab<em>Quando essi avranno la madre ammalata, o i loro figlioli in pericolo di vita, io non so, per esempio, se affideranno la cura dei loro cari a un dottore laureato in quelle universit\u00e0 di guerra, dove non si \u00e8 mai veduta una donna o un bambino, e dove l\u2019anatomia si \u00e8 studiata sopra un librettino da tre soldi<\/em>\u00bb (\u201cResto del Carlino\u201d, 31 gennaio 1919). Sta forse in questa sfida, la chiave dei successi che costellarono i percorsi professionali di molti medici usciti dall\u2019Universit\u00e0 Castrense.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tSabato scorso si \u00e8 svolta la cerimonia di inaugurazione che, dal Municipio ha toccato Villa Dora e lo storico parco di Villa Vucetich (con l\u2019esibizione del Coro ANA \u201cArdito Desio\u201d di Palmanova), per concludersi all\u2019ex cinema Maran con la lettura teatrale <em>Il Silenzio e la sillaba. Frammenti sulla Grande Guerra <\/em>del Teatro Zero Meno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tIl percorso <em>open air <\/em>\u00e8 supportato da una mappa che funge da \u201cfilo d\u2019Arianna\u201d per i vari punti che <em>raccontano <\/em>i <em>luoghi della guerra e quelli della cura <\/em>di San Giorgio di Nogaro, alla scoperta di un\u2019inedita vicenda di uomini, case, ferite, soldati, studenti, crocerossine e insegnanti, fra le pi\u00f9 interessanti e sconosciute della storia sociale della Grande Guerra. \u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tChi volesse percorrerla dovr\u00e0 farsi guidare dalle suggestioni dei pannelli e ricostruire mentalmente realt\u00e0 non pi\u00f9 visibili, se non virtualmente attraverso le immagini fotografiche d\u2019epoca. Bisogna, infatti, ricordare che il <em>campus <\/em>universitario fu una realt\u00e0 <em>effimera<\/em>, fatta di baraccamenti e strutture di legno, costruite febbrilmente in una quindicina di giorni, tra gennaio e febbraio del 1916 dal Genio militare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tPrendendo come punto di partenza la Cappella Maran, ci si trova nei luoghi dell\u2019ospedale 234 (ora Case Maran), attorno al quale gravitava una vasta galassia di poli sanitari minori disseminati in storiche abitazioni del paese: casa Marcon; casa ora Sguazzin, sede dell\u2019ospedale n. 50 specializzato in interventi di chirurgia maxillo-facciale e oculistica; il <strong><em>Palazzat <\/em><\/strong>di via Emilia (ex ospedale n. 34) che fu deputato alla cura (e detenzione) di alienati gravi e pericolosi che le condizioni estreme della guerra avevano fatto ammalare e impazzire. Pi\u00f9 oltre <strong>Villa Dora (allora Canciani), <\/strong>scelta come residenza temporanea di \u201cguerra\u201d dalla Duchessa \u201cdi ferro\u201d Elena d\u2019Oreans, moglie del comandante della Terza Armata Emanuele Filiberto Duca d\u2019Aosta. Quindi Villa Vucetich con i suoi molti ospiti illustri, tra i quali il re Vittorio Emanuele Terzo, il generale Porro, ministri e sottosegretari di stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" class=\"ui-droppable\"> \tProseguendo, s\u2019incontrano il Salone Maran e su via Ammiraglio Canciani, la Clinica Pediatrica, il Laboratorio Batteriologico, i dormitori del primo anno dei corsi. Il Municipio (inaugurato solo il 4 ottobre 1903) era stato sgomberato dagli uffici comunali per fare spazio alla Clinica chirurgica del prof. Giuseppe Tusini, ai due ospedali del piano terra (negli spazi delle scuole elementari) vere e proprie cliniche universitarie a supporto delle lezioni teoriche, agli uffici di direzione e segreteria. L\u2019ultimo tratto del percorso conduce alla zona ex PEEP, all\u2019epoca un grande <em>vuoto, <\/em>che nel settembre-ottobre 1916 fu parzialmente <em>riempito <\/em>dalle nuove, mastodontiche costruzione in legno (una seconda aula magna, una mensa e ancora dormitori) per poter ospitare una popolazione studentesca pi\u00f9 che raddoppiata rispetto ai corsi dell\u2019anno precedente (passata da 466 a 812 unit\u00e0). Nei locali della Fornace Foghini fu trasferito (dalla sede originaria di Casa Margreth accanto alla attuale Finanza sulla statale 14), il grande ospedale n. 238. Da ultimo dietro il cimitero, gi\u00e0 da primo anno l\u2019ennesimo <em>effimero <\/em>padiglione in legno \u00ab<em>dall\u2019apparenza di una elegante villa padronale<\/em>\u00bb ospitava la grande aula di anatomo-patologia dove il prof. Antonio Dionisi in pochi mesi effettu\u00f2 a scopo didattico-dimostrativo per gli studenti ben 357 autopsie: un numero enorme, tristemente prodotto da una <em>guerra-macello, <\/em>ma che esorbitava le capacit\u00e0 di studio e di sperimentazione di tutte le sedici facolt\u00e0 universitarie di medicina italiane di allora.\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I cento anni dell&#8217;Universit\u00e0 Castrense<\/p>\n","protected":false},"author":28,"featured_media":17800,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"dwc-title":[],"dwc-content":[],"footnotes":""},"categories":[37],"tags":[],"class_list":["post-17799","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-cultura-e-spettacolo"],"rttpg_featured_image_url":{"full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/12132-1.webp",533,400,false],"landscape":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/12132-1.webp",533,400,false],"portraits":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/12132-1.webp",533,400,false],"thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/12132-1-150x150.webp",150,150,true],"medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/12132-1-300x225.webp",300,225,true],"large":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/12132-1.webp",533,400,false],"thumblist":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/12132-1.webp",300,225,false],"thumbrelated":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/12132-1.webp",500,375,false],"meccarouselthumb":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/12132-1.webp",432,324,false],"gridsquare":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/12132-1.webp",346,260,false],"tileview":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/12132-1.webp",300,225,false],"1536x1536":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/12132-1.webp",533,400,false],"2048x2048":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/12132-1.webp",533,400,false],"newsup-slider-full":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/12132-1.webp",533,400,false],"newsup-featured":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/12132-1.webp",533,400,false],"newsup-medium":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/12132-1-533x380.webp",533,380,true],"tptn_thumbnail":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/12132-1.webp",250,188,false],"sow-carousel-default":["https:\/\/imagazine.it\/wp-content\/uploads\/2024\/01\/12132-1-272x182.webp",272,182,true]},"rttpg_author":{"display_name":"redazione","author_link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/author\/redazione\/"},"rttpg_comment":0,"rttpg_category":"<a href=\"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/category\/cultura-e-spettacolo\/\" rel=\"category tag\">CULTURA&amp;SPETTACOLO<\/a>","rttpg_excerpt":"I cento anni dell'Universit\u00e0 Castrense","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/17799","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/users\/28"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=17799"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/17799\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media\/17800"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=17799"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=17799"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=17799"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}