{"id":16186,"date":"2015-01-09T00:00:00","date_gmt":"2015-01-08T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/imagazine.it\/?p=16186"},"modified":"2015-01-09T00:00:00","modified_gmt":"2015-01-08T23:00:00","slug":"gli-anni-perduti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/gli-anni-perduti\/","title":{"rendered":"Gli anni perduti"},"content":{"rendered":"<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tForse sta cambiando qualcosa nelle politiche economiche dell\u2019Unione europea. Forse \u00e8 il segnale di un cambiamento che sembra dirigersi verso politiche espansive dopo pi\u00f9 di 5 anni di austerit\u00e0.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tIl Piano Juncker prevede di incentivare circa 300 miliardi di investimenti a livello europeo in tre anni con la costituzione di un Fondo di Garanzia, facendo leva principalmente sugli investimenti privati.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tTroppo poco? O troppo tardi? Le risorse di cui \u00e8 dotato il Fondo (<em>EFSI \u2013 European Fund For Strategic Investments<\/em>) sono pari a 21 miliardi, di cui 15 destinati a opere infrastrutturali e 5 alle Piccole Medie Imprese: cifre all\u2019apparenza esigue se si considera che un moltiplicatore pari a 15 \u00e8 significativo per mobilitare finanziamenti, ma non per supplire alla carenza di capitale di rischio (in particolare delle PMI). Il problema cruciale non consiste nel trovare le risorse, la liquidit\u00e0 a basso prezzo non scarseggia.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tLa barriera \u00e8 rappresentata dal livello di rischio percepito dagli investitori e gli sforzi andrebbero indirizzati nel senso della sua mitigazione. Certo la direzione \u00e8 quella giusta, ma siamo ancora lontani da quello che serve per percorrere velocemente nuovi sentieri di sviluppo.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \t<strong>Dal Fiscal Compact al Growth Compact<\/strong><\/p>\n<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tDall\u2019inizio della crisi molti Paesi europei sono affondati in una delle pi\u00f9 lunghe e pesanti recessioni della storia e le previsioni per i prossimi anni non sono orientate all\u2019ottimismo, anzi. Le politiche fi scali restrittive senza crescita non sono sostenibili nel tempo, e per l\u2019Italia il tempo sta per scadere.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tAccanto al consolidamento dei bilanci pubblici si tratta di varare le famose riforme strutturali, in gran parte avviate, ma anche costose se si pensa che nel breve periodo servono a convincere i mercati finanziari sulla sostenibilit\u00e0 del debito pubblico, mentre manifestano i loro effetti \u201creali\u201d solo nel medio lungo termine. Ma nel lungo periodo, diceva Keynes, siamo tutti morti. Per il rilancio dell\u2019economia reale servono investimenti, in particolare quelli in innovazione e nelle infrastrutture, che da un lato sostengano la domanda nel breve periodo e dall\u2019altro creano le condizioni per l\u2019espansione della ricchezza nazionale nel medio periodo. Per l\u2019Eurozona si stima che per ogni punto percentuale di aumento degli investimenti si ottiene un aumento del PIL di circa un punto e mezzo per ciascuno dei 5 anni successivi.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tOccorre pertanto pensare a politiche economiche e fiscali capaci di promuovere e generare la ripresa della crescita e della competitivit\u00e0, di rilanciare gli investimenti strategici: infrastrutture, innovazione, istruzione e tecnologie. Bisogna fare di pi\u00f9, bisogna cambiare passo mettendo in campo azioni in grado di attivare direttamente, gi\u00e0 dal 2015, la domanda di investimenti, calati negli ultimi 6 anni del 20-30% a seconda dei settori considerati. Da pi\u00f9 parti viene posta con forza l\u2019esigenza di passare dal <em>fiscal compact <\/em>(patto fiscale) al <em>growth compact <\/em>(patto di crescita).<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tIl perdurare di una situazione di recessione abbinata alla deflazione mina profondamente la stabilit\u00e0 e la coesione sociale con perdita e migrazione di capitale intellettuale e umano, e con ulteriori divaricazioni tra i pi\u00f9 ricchi e i pi\u00f9 poveri, con impatti inaccettabili in termini di solidariet\u00e0 sociale, soprattutto nei confronti delle future generazioni. Ormai la politica monetaria non basta.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \t<strong>Migliorare la qualit\u00e0 dei progetti<\/strong><\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tSi dice che il \u201ccavallo non beve\u201d, riferendosi con ci\u00f2 alla mancanza di buoni progetti da finanziare.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tMa se la redditivit\u00e0 dei progetti infrastrutturali non \u00e8 commisurata alla loro rischiosit\u00e0 \u2013 venendo quindi meno i requisiti di finanziabilit\u00e0 \u201cstandard\u201d \u2013 in tutto il mondo la maggiore rischiosit\u00e0 dei progetti infrastrutturali e di trasformazione\/rilancio di settori industriali chiave \u00e8 compensata da una quota di intervento a fondo perduto a carico dei bilanci pubblici.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tGli interventi pubblici sono in questi casi necessari per generare ricadute positive (esternalit\u00e0) per tutti i settori dell\u2019economia. In tale ottica la valutazione del profilo di rischio\/ritorno degli investimenti dovrebbe anche considerare gli impatti sociali. Come ha recentemente affermato il Premio Nobel per l\u2019economia <strong>Edmund Phelps <\/strong>nel corso di una audizione al Parlamento italiano sul tema investimenti in innovazione: \u201cNon dobbiamo attenerci ai pi\u00f9 alti standard per investire in progetti e imprese innovative, quando l\u2019obiettivo principale \u00e8 il rilancio di pi\u00f9 rilevanti flussi di investimenti tramite la disponibilit\u00e0 di maggiori mezzi finanziari e di pi\u00f9 selettivit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tIn tale prospettiva una delle condizioni essenziali per migliorare la qualit\u00e0 dei progetti e della domanda di finanziamenti \u00e8 rappresentata dalla costituzione di un centro di competenza che fornisca consulenza e servizi di supporto per la formulazione e la strutturazione dei progetti da presentare in base a principi e criteri standardizzati e trasparenti in merito alla loro eligibilit\u00e0. Un tale centro di competenza potrebbe trovare opportuni collegamenti e coordinare analoghe entit\u00e0 nazionali\/regionali, operando anche per lo sviluppo di una cultura condivisa dell\u2019investimento di lungo termine.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \t<strong>Flessibilizzare il Patto di Stabilit\u00e0<\/strong><\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tStanti gli attuali vincoli derivanti dal Patto di Stabilit\u00e0, gli investimenti dovrebbero essere incentivati e finanziati per lo pi\u00f9 con il debito privato. Circa la met\u00e0 degli investimenti infrastrutturali (reti, energia, trasporti, innovazione, tecnologie, istruzione) sono oggi finanziati con le tasse, ovvero con la fiscalit\u00e0 generale. Un maggior coinvolgimento dei capitali privati non solo \u00e8 auspicabile, ma \u00e8 necessario in assenza di flessibilit\u00e0 nella gestione delle risorse pubbliche che deriverebbe da un <em>growth compact <\/em>che bilanci il <em>fiscal compact<\/em>. Ma anche l\u2019opzione auspicabile di maggior coinvolgimento dei capitali privati rischia di arrivare tardi se abbiamo bisogno di attivare investimenti che diano fiato fin da subito a crescita e occupazione.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \t\u00c8 perci\u00f2 necessario che i contributi che i singoli Paesi verseranno nel fondo comune europeo (EFSI) non vengano conteggiati nel deficit e nel debito ai fi ni del Patto di Stabilit\u00e0. Inoltre anche gli investimenti che i singoli Stati farebbero per cofinanziare i progetti individuati dal Piano Junker dovrebbero essere esclusi da tale conteggio. In tal modo il volano che si creerebbe per gli investimenti risulterebbe di gran lunga amplificato, riducendo i tempi di intervento e realizzazione.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \t<strong>Potenziare il ruolo delle <\/strong><strong><em>Promotional Institutions<\/em><\/strong><\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tParallelamente andrebbero sviluppati nuovi strumenti e nuove agenzie pubbliche\/private (<em>Promotional Institutions<\/em>) per mitigare i rischi insiti in progetti complessi che vedono cooperare una molteplicit\u00e0 di soggetti anche per 20 o 30 anni. In Italia un ruolo significativo pu\u00f2 essere svolto da soggetti come la Cassa Depositi e Prestiti che finora hanno svolto una importante funzione nel contrastare la recessione.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tIl ruolo di questi soggetti, a livello nazionale e regionale, \u00e8 infatti cruciale per agire da catalizzatore e moltiplicatore di importanti flussi finanziari privati e per sviluppare nuove forme di finanziamento e garanzie attraverso la combinazione della finanza di progetto, di investimenti privati, di contributi pubblici e di cartolarizzazioni.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tC\u2019\u00e8 molto da fare per recuperare il tempo perduto in questi anni di crisi. La necessit\u00e0 di promuovere gli investimenti di lungo periodo nelle infrastrutture, nell\u2019innovazione e nell\u2019istruzione per creare nuovo sviluppo \u00e8 condivisa a livello governativo e sovranazionale, ma ci\u00f2 non si concretizzer\u00e0 nel breve termine in crescita reale se non si abbandonano le logiche e gli approcci puramente regolamentari e fiscali\/finanziari che rischiano di caratterizzare i primi decenni di questo secolo come anni perduti.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I limiti del Piano Juncker<\/p>\n","protected":false},"author":28,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"dwc-title":[],"dwc-content":[],"footnotes":""},"categories":[6],"tags":[],"class_list":["post-16186","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-societa"],"rttpg_featured_image_url":null,"rttpg_author":{"display_name":"redazione","author_link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/author\/redazione\/"},"rttpg_comment":0,"rttpg_category":"<a href=\"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/category\/societa\/\" rel=\"category tag\">SOCIET\u00c0<\/a>","rttpg_excerpt":"I limiti del Piano Juncker","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/16186","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/users\/28"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=16186"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/16186\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=16186"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=16186"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=16186"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}