{"id":14757,"date":"2014-09-11T00:00:00","date_gmt":"2014-09-10T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/imagazine.it\/?p=14757"},"modified":"2014-09-11T00:00:00","modified_gmt":"2014-09-10T23:00:00","slug":"quali-politiche-di-sviluppo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/quali-politiche-di-sviluppo\/","title":{"rendered":"Quali politiche di sviluppo?"},"content":{"rendered":"<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tIgnorare o sottovalutare le differenze nelle caratteristiche strutturali delle economie territoriali pu\u00f2 condurre a politiche industriali che, basandosi su assunzioni non appropriate, falliscono nell\u2019abilitare percorsi di sviluppo.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tDisegnare politiche industriali efficaci \u00e8 un esercizio particolarmente complesso in contesti, come quello italiano, in cui le differenze territoriali sono importanti anche all\u2019interno delle singole regioni, in presenza di un tessuto economico frammentato.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tIn un recente articolo sostenevo che forse \u00e8 maturo il tempo di introdurre delle \u201cpolitiche industriali soft\u201d, ovvero dal \u201cbasso\u201d, basate su approcci cooperativi in cui governi locali, industria, finanza e organizzazioni private e pubbliche ai vari livelli possano collaborare per intervenire direttamente sulle criticit\u00e0 di natura industriale e finanziaria che mantengono una bassa produttivit\u00e0 nei settori maturi o una bassa crescita in quelli innovativi.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tIn tal modo si potrebbero costruire programmi e finanziamenti per i <em>cluster <\/em>(raggruppamenti) territoriali, migliorando l\u2019allocazione delle risorse pubbliche, aumentando l\u2019offerta di lavoratori qualificati, incoraggiando l\u2019adozione di tecnologie e migliorando regolamentazione e infrastrutture.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tFar funzionare le \u201cpolitiche industriali soft\u201d \u00e8 compito pi\u00f9 difficile rispetto agli approcci tradizionali. Il loro successo dipende dalla qualit\u00e0 del \u201csoftware sociale\u201d che pu\u00f2 fare la differenza nel rinnovare le capacit\u00e0 locali di rispondere ai cambiamenti e quindi la capacit\u00e0 innovativa e la flessibilit\u00e0 strategica dei sistemi territoriali.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tMa su quali basi si possono riorientare le politiche economiche regionali e territoriali? E quali sono i soggetti che possono essere i catalizzatori protagonisti di tale cambiamento di prospettiva?<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \t<strong>Cicli di vita e gap tecnologico<\/strong><\/p>\n<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tAnche le economie territoriali hanno un loro ciclo di vita. Le politiche di sviluppo regionale dovrebbero riconoscere, come si fa per le singole imprese, lo stadio del ciclo di vita prevalente delle filiere produttive e dei <em>cluster <\/em>industriali territoriali, onde coglierne le caratteristiche e i bisogni specifici.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tInfatti \u00e8 cogliendo tali caratteristiche che si possono meglio tarare pacchetti di stimolo e rilancio. I cicli di vita delle economie territoriali si sviluppano secondo modalit\u00e0 circolari: da una prima fase imprenditiva a una seconda fase di consolidamento e specializzazione, per poi passare a una terza fase imprenditiva e quindi di maturit\u00e0. Queste quattro fasi si differenziano in particolare per le modalit\u00e0 di diffusione dell\u2019esperienza e di generazione e condivisione della conoscenza.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tLa prima fase \u00e8 tipicamente caratterizzata dalla presenza di diversi <em>cluster <\/em>territoriali la cui variet\u00e0 e dinamica generano esternalit\u00e0 e ricadute positive in termini di diffusione dell\u2019innovazione tra i diversi settori (<em>inter industry spillovers<\/em>). In sostanza l\u2019innovazione di prodotto e di processo si diffonde attraverso l\u2019ibridazione di idee e progettualit\u00e0 che danno luogo a <em>start up <\/em>e <em>spin off <\/em>(di fatto nuove aziende).<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tLa fase successiva vede emergere alcune imprese di riferimento o dominanti in cui la ricerca e l\u2019innovazione diventano pi\u00f9 focalizzate, dando luogo ad agglomerati e filiere verticali specializzate. Le imprese pi\u00f9 grandi internalizzano le attivit\u00e0 innovative per appropriarsi del valore incorporato.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tIn questo stadio si possono creare le condizioni per una nuova fase imprenditiva caratterizzata dal formarsi di produttori specializzati in mercati di nicchia, tipicamente lungo le catene di fornitura e subfornitura.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tSono nuove imprese che nascono all\u2019interno di rispettivi raggruppamenti per fornire prodotti e servizi sofisticati e personalizzati.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tLa quarta fase \u00e8 un momento di consolidamento del modello di business per sfruttare appieno l\u2019esperienza e le economie di scala e di processo accumulate. \u00c8 una fase in cui l\u2019innovazione \u00e8 di tipo incrementale ed \u00e8 orientata all\u2019aumento della produttivit\u00e0.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tUsualmente non \u00e8 in grado di gettare le fondamenta per nuove piattaforme di business competitive e sostenibili. L\u2019esperienza e il <em>know how <\/em>accumulati devono essere integrati e rivitalizzati con l\u2019innesto di nuove tecnologie (di prodotto \/ processo \/ organizzative) per iniziare a \u201csaltare\u201d su un nuovo ciclo di vita.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tL\u2019opinione di chi scrive, supportata da un\u2019estesa letteratura al riguardo, \u00e8 che la maggior parte delle nostre Piccole Medie Imprese (PMI) e quindi dei relativi territori si collochino tra il terzo e quarto stadio del ciclo di vita sopra indicato.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tSu scala locale sono presenti numerose strozzature che possono impedire lo sviluppo o la rivitalizzazione di circoli virtuosi di crescita. Molte imprese e agglomerati industriali sono posizionati nello stadio di maturit\u00e0 e necessitano di accesso a nuove tecnologie per fertilizzare il <em>know how <\/em>esistente (ad esempio nel tessile nuove tecnologie per produrre tessuti per l\u2019industria aerospaziale).<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tQuesto posizionamento \u00e8 imputabile principalmente alla crescente incapacit\u00e0 di sviluppare e incorporare all\u2019interno dei sistemi produttivi nazionali e territoriali le innovazioni tecnologiche necessarie a mantenere una posizione di rilievo sul mercato domestico e internazionale.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tNel corso degli ultimi due decenni l\u2019incremento degli investimenti privati si \u00e8 tradotto, in larga prevalenza, in un incremento delle importazioni. In altri termini queste condizioni di ritardo tecnologico, laddove si potessero realizzare politiche espansive sul lato della domanda, rappresenterebbero dei vincoli e non si tradurrebbero automaticamente in opportunit\u00e0 di crescita. Un generico aumento degli investimenti potrebbe risultare controproducente. Al contrario \u00e8 l\u2019evoluzione qualitativa dei beni di investimento che \u00e8 diventata sempre pi\u00f9 importante.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tOgni cambiamento nella composizione dei beni strumentali, indotto ad esempio dall\u2019evoluzione tecnologica, ha conseguenze sui processi produttivi in cui essi sono impiegati. Tali innovazioni, peraltro sempre pi\u00f9 frequenti nella vita dell\u2019impresa, possono essere incorporate nei nuovi beni di investimento dai fornitori di macchinari oppure, ed \u00e8 il caso dei settori manifatturieri che utilizzano tecnologie diverse e complesse, \u00e8 la stessa impresa utilizzatrice che ha le competenze per integrare e combinare varie tecniche acquisite da fornitori specializzati. Sempre pi\u00f9 spesso sono queste capacit\u00e0 a generare vantaggi competitivi, piuttosto che quelle di adottare <em>tout court <\/em>nuove tecnologie.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tLo sviluppo di nuove aree di vantaggio comparato o semplicemente la rivitalizzazione degli agglomerati esistenti possono essere perseguiti incentivando integrazioni orizzontali, la condivisione di asset lungo la catena logistica, produttiva e commerciale e il superamento di modalit\u00e0 di coordinamento interaziendale che ne limitano lo sviluppo e la crescita.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tMa politiche industriali che non tengono in debito conto le specifiche caratteristiche dei <em>cluster <\/em>territoriali nei rispettivi cicli di vita e che influenzano la recettivit\u00e0 e condizionano l\u2019efficacia degli interventi (politiche per promuovere l\u2019innovazione, la concorrenza, l\u2019attrazione di investimenti, il commercio internazionale) risultano essere armi spuntate, in quanto non efficaci a sviluppare i settori e le filiere dove c\u2019\u00e8 ancora un vantaggio comparato e le relative ricadute in termini di esternalit\u00e0 positive per il territorio.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \t<strong>Implicazioni <\/strong>L\u2019esigenza di politiche industriali differenziate su base regionale\/territoriale suggerisce che gli interventi di policy siano disegnati in base alle specificit\u00e0 e al posizionamento degli agglomerati industriali lungo il ciclo di vita. Ci\u00f2 implicherebbe che tali politiche vengano disegnate con e da chi opera e conosce approfonditamente i sistemi locali piuttosto che da entit\u00e0 sovraordinate. D\u2019altra parte considerata la natura particolare della crisi italiana e regionale, una richiesta di sostegno indiscriminato agli investimenti risulterebbe controproducente anche alla luce del ciclo di vita e di sviluppo in cui si collocano in prevalenza i diversi <em>cluster <\/em>industriali.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tSi tratta invece di comprendere la dinamica strutturale del sistema e di riprogrammare la struttura produttiva. Occorre entrare nel merito di cosa produrre, di come farlo e per chi, sollecitando una modifica della specializzazione produttiva verso settori a pi\u00f9 alta intensit\u00e0 di ricerca e sviluppo. <strong>Solo la produzione di beni innovativi in grado di indirizzare un cambiamento tecnologico che vada oltre i confini nazionali pu\u00f2 contribuire al rilancio delle economie territoriali<\/strong>.<\/p>\n<p class=\"ui-droppable\" style=\"text-align: justify;\"> \tQuesto \u00e8 ci\u00f2 che si dovrebbe intendere per politica industriale. La sfida tuttavia non concerne soltanto gli ambiti del \u201cche cosa fare\u201d, ma anche e forse soprattutto il \u201ccome fare\u201d per realizzare una nuova politica industriale. La rinnovata centralit\u00e0 delle PMI ha s\u00ec bisogno di nuove visioni e di politiche di sviluppo industriale e territoriale, ma nella fase di attuazione necessita soprattutto di meccanismi organizzativi dotati di flessibilit\u00e0 ed elevata capacit\u00e0 di mobilitazione, in grado di svolgere un ruolo di interfaccia tra sistemi e imprese locali da un lato e centri di competenza e ambienti esterni, sia pubblici che privati, dall\u2019altro. \u00c8 questo un aspetto rilevante che richiede di far evolvere il modo di interagire tra gli operatori, le politiche e gli strumenti di intervento nel territorio.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>PMI e territori<\/p>\n","protected":false},"author":28,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"dwc-title":[],"dwc-content":[],"footnotes":""},"categories":[6],"tags":[],"class_list":["post-14757","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-societa"],"rttpg_featured_image_url":null,"rttpg_author":{"display_name":"redazione","author_link":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/author\/redazione\/"},"rttpg_comment":0,"rttpg_category":"<a href=\"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/category\/societa\/\" rel=\"category tag\">SOCIET\u00c0<\/a>","rttpg_excerpt":"PMI e territori","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14757","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/users\/28"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=14757"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14757\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=14757"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=14757"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/imagazine.it\/home_desk\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=14757"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}